Coronavirus, SIMSpe: carceri possono essere vere e proprie polveriere

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Roma, 26 mar. (askanews) - L'emergenza coronavirus e le proteste di inizio marzo hanno portato alla luce uno dei tanti settori colpiti dalle restrizioni per prevenire i contagi. Il DPCM dell'8 marzo ha previsto infatti norme apposite per gli istituti penitenziari: i casi sintomatici dei nuovi ingressi devono essere posti in condizione di isolamento dagli altri detenuti; i colloqui visivi si devono svolgere in modalità telefonica o video; diventano limitati i permessi e la libertà vigilata.

Queste misure, volte a favorire un contenimento della diffusione del virus, si sono scontrate con una realtà non semplice. Gli istituti penitenziari italiani soffrono di problemi cronici che periodicamente vengono affrontati ma non del tutto risolti. Ad oggi, come riporta il sito del Ministero della Giustizia, rispetto all'effettiva capienza delle carceri italiane, in grado di ospitare intorno ai 51mila detenuti, i reclusi effettivi sono oltre 60mila, di cui circa un terzo stranieri.

"Nel sistema carcere ravviso molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare - sottolinea il Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria, SIMSPe, Luciano Lucanìa - l'emergenza coronavirus già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull'economia; nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata".

Proprio in questi giorni l'OMS - Ufficio per l'Europa ha pubblicato una specifica linea guida: "Preparedness, prevention and control of COVID-19 in prisons and other places of detention - 15 March 2020": tuttavia, le indicazioni non sembrano del tutto adeguate a questa fase dell'epidemia nel nostro territorio nazionale. La Protezione Civile ha provveduto all'installazione di tensostrutture come unità di accoglienza, che però non hanno le caratteristiche per essere utilizzate come ambulatori. Per queste ragioni, gli specialisti da anni impegnati a tutelare la salute nei penitenziari lanciano l'allarme.

"Vi è una perdurante mancanza di Dispositivi di Protezione Individuale - avverte Lucanìa - abbiamo fatto numerose segnalazioni: siamo certi che le nostre richieste verranno accolte, ma il problema è sovranazionale. Noi operatori della salute, medici e professionisti sanitari, abbiamo il mandato, che oggi diventa una missione, di tutelare la salute e la vita all'interno del sistema carcere, essendo operatori provenienti dalla sanità pubblica, dalle Aziende Sanitarie del Sistema Sanitario Nazionale. È dall'inizio di questa epidemia che per le carceri si susseguono lettere circolari dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria ed indicazioni più specificamente sanitarie provenienti dalle sanità regionali e dal Ministero della Salute".

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