Coronavirus, WWF: legame stretto fra pandemia e perdite habitat -7-

red/Mgi

Roma, 14 mar. (askanews) - Il cambiamento di uso del territorio come le strade di accesso alla foresta, l'espansione di territori di caccia e la raccolta di carne di animali selvatici (bushmeat), lo sviluppo di villaggi e altri insediamenti in territori prima selvaggi, hanno portato la popolazione umana a un contatto più stretto con nuovi virus, favorendo l'insorgenza di nuove epidemie. Lo stesso è accaduto con patologie come la febbre gialla (che viene trasmessa, attraverso le zanzare, da scimmie infette), la leishmaniosi o l'HIV, che si è adattato all'uomo a partire dalla variante presente nelle scimmie delle foreste dell'Africa Centrale. Il consumo di bushmeat è in drammatica crescita in diverse parti del mondo - non solo in Africa - e mette terribilmente a rischio la salute umana, così come il commercio di fauna selvatica o di parti di essa (wildlife trafficking) che, oltre ad essere causa primaria di perdita di biodiversità, amplifica potenzialmente la diffusione di patogeni.

L'IPBES (Intergovernamental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services dell'ONU), nel 2019 ha segnalato che l'azione distruttiva dell'uomo verso la natura ha raggiunto livelli senza precedenti. Il 75% dell'ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino sono stati modificati in modo significativo e circa 1 milione di specie animali e vegetali, come mai prima si era verificato nella storia dell'umanità, rischiano l'estinzione; mentre secondo i dati del Living Planet Report redatto dal WWF nel 2018, in poco più di 40 anni il pianeta ha perso in media il 60% delle popolazioni di vertebrati. (Segue)