Coronavirus, Zaia: "Al via macchina da 9 mila tamponi al giorno"

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"Per il sesto giorno consecutivo i pazienti guariti e dimessi superano i ricoverati: ma attenti a darsi all'euforia perché ad oggi abbiano avuto più di 3 mila persone ricoverate e curate negli ospedali del Veneto e abbiamo avuto 695 morti". Lo ha detto il presidente del Veneto, Luca Zaia  oggi nel corso del punto stampa. In ogni caso il presidente della regione ha assicurato che : "Se ci sarà un'uscita graduale non si discute che i giovani debbano essere i primi a uscire, anche perché meritano un premio, per loro è stato ed è più difficile resistere nello stare a casa", ha sottolineato. "Sul fronte degli ospedali confermiamo che si va avanti verso un piano di allentamento, ma non di apertura totale sul piano del post Covid che partirà dopo Pasqua. Di sicuro non disarmeremo le terapie intensive, ad oggi abbiamo 825 posti, li terremo sempre installati e avremo così letti altamente specializzati con i dispositivi di terapia intensiva anche nei reparti non Covid. Per le terapie semi-intensive e intensive smantelleremo il minimo necessario per dare operatività agli ospedali". 

"Noi continuiamo con la politica dei tamponi, che per noi è fondamentale: ad oggi siamo arrivati a 153 mila tamponi fatti e stiamo smaltendo l'arretrato. Tra oggi e domani entrerà in funzione la macchina da 400 mila euro, unica in Italia, installata nel laboratorio del professor Crisanti da 9 mila tamponi al giorno. Tutto in piena autonomia", ha annunciato Zaia, continuando: "Ad oggi abbiamo accumulato tamponi da analizzare per mancanza di reagenti, sono circa 7-8 mila e ora speriamo di andare a regime al più' presto - ha spiegato - se avessimo avuto fisicamente tutti i tamponi e i reagenti saremmo andati a 100km/h. Purtroppo, la capacita' delle macchine comperate erano al minimo perché' non avevamo reagenti", ha spiegato. 

"Fare le elezioni amministrative in autunno? E' una follia - dice ancora, sulla possibile data per le elezioni regionali ed amministrative che sarebbe stata prevista per il prossimo autunno -, vuol dire non prendere in seria considerazione che ci potrà essere una recrudescenza del virus e così rischiamo di non farle più'. Dobbiamo stare fuori dalla fase autunnale. Spero che anche il ministro Speranza dica la sua. E che si facciano il prima possibile". 

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    Rula Jebreal: "Silvia Romano andava protetta"

    "Silvia andava protetta, le autorità e le istituzioni avrebbero dovuto farlo. Purtroppo così non è stato. Sono state divulgate anche informazioni sensibili che, per motivi di sicurezza, non avrebbero mai dovuto essere di dominio pubblico". Non è tenera Rula Jebreal nel commentare la gestione del rientro in Italia di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya e liberato dopo 18 mesi.  "L'incitamento all'odio e alla violenza - aggiunge la giornalista - sono sintomi di una malattia grave che può prendere nomi diversi: sessismo, razzismo e islamofobia. Silvia rischia di essere oggetto di violenza, è stata minacciata e girerà sotto scorta. Esattamente come viveva in Somalia. Penso tuttavia che questi sentimenti da condannare e da contrastare con assoluta fermezza siano espressione di una sola parte del nostro Paese, perché la maggioranza delle donne e uomini italiani non la pensa così". Quanto all'autenticità della conversione di Silvia Romano, Jebreal sottolinea: "Non spetta a nessuno mettere in discussione le scelte personali di una giovane donna. Silvia ha il diritto di elaborare in serenità non solo i suoi traumi ma anche le sue scelte". A chi ha criticato il pagamento del riscatto, la giornalista risponde: "Considerare uno 'spreco' di soldi quelli spesi per salvare una vita è, a mio avviso, un'argomenta di chi ha perso l'umanità". Mentre del senatore leghista che è arrivato a definire Silvia Romano "noeoterrorista" dice: "In America sarebbe stato denunciato per discriminazione religiosa". Infine, sul velo che copriva anche il capo di Silvia al suo rientro in Italia: "Nei Paesi liberali e democratici il velo è segno di inclusione e tolleranza. Nei Paesi che invece lo rendono obbligatorio diventa un simbolo di oppressione".

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    Covid, studio rivela: "Il sole uccide il virus in pochi minuti"

    Se esposto alla luce solare il SARS-CoV-2 contenuto nelle goccioline di saliva e depositate su diversi materiali, viene inattivato dopo pochi minuti. E' quanto sostiene la ricerca 'Simulated Sunlight Rapidly Inactivates SARS-CoV-2 on Surfaces' e pubblicata il 20 maggio dall'Università di Oxford sul Journal of Infectious Diseases. Secondo quanto si legge nella prefazione, "recedenti studi hanno dimostrato che il virus della COVID-19 è stabile sulle superfici per lunghi periodi in ambienti interni". In questo studio, invece, ricercatori hanno eseguito esperimenti "ricreando artificialmente la luce e la radiazione solare rappresentativa del solstizio d'estate a 40°N latitudine al livello del mare in una giornata limpida". Ne è emerso che la luce solare simulata è in grado di inattivare in 6,8 minuti il 90% dei virus nella soluzione che imitava la saliva e in 14,3 minuti nei terreni di coltura. Si è verificata anche una significativa inattivazione, sebbene a una velocità inferiore, a livelli di luce solare simulati più bassi". "Il presente studio - si legge - fornisce la prima prova che la luce solare può inattivare rapidamente SARS-CoV-2 sulle superfici, suggerendo che la persistenza, e quindi il rischio di esposizione, possono variare significativamente tra ambienti interni ed esterni. Inoltre, questi dati indicano che la luce solare naturale può essere efficace come disinfettante per materiali non porosi contaminati.

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    Per gli americani in Cina e Italia la peggiore gestione della pandemia

    Il 27% degli americani giudica in modo negativo la gestione della pandemia di coronavirus in Italia a fronte del 36% che la ritiene sufficiente, del 28% secondo cui è stata positiva e di appena il 6% che la ritiene eccellente. E' quanto emerge dall'ultima rilevazione del Pew Research Center, svolta dal 29 aprile al 5 maggio scorso ma appena resa nota dal think tank di Washington.Peggio dell'Italia gli americani giudicano solo la gestione della Cina: negativa per il 37%, sufficiente per il 26%, buona per il 26%, eccellente per il 7%. E' reputata meglio la risposta degli Stati Uniti: la boccia il 21% degli intervistati, la ritiene sufficiente il 31%, positiva il 37% ed eccellente il 10%.L'opinione pubblica statunitense promuove invece decisamente la gestione della pandemia nel Regno Unito (negativa solo per il 9%, sufficiente per il 38%, buona per il 44% ed eccellente per il 5%) e ancora di più in Corea del Sud per cui le percentuali si attestano rispettivamente al 7, al 22, al 41 e addirittura al 25 per il giudizio di eccellenza. Infine la Germania: solo il 4% degli americani boccia la sua gestione della pandemia, il 25 la reputa sufficiente a fronte del 51% per cui è buona e del 15% secondo cui è eccellente.Intanto, l'opinione degli americani sulla Cina ha raggiunto il minimo storico nell'ultimo sondaggio. Il think tank ha registrato un'opinione ancora peggiore di quella della precedente rilevazione, riferita a marzo scorso. I due terzi degli intervistati (66%) ha un giudizio sfavorevole sulla Cina e il 71% non ha alcuna fiducia nel presidente Xi Jinping.Lo sfavore dell'opinione pubblica statunitense è stato alimentato, naturalmente, dagli effetti della pandemia di coronavirus: l'84% non si fida delle informazioni fornite dal governo di Pechino e in questa larga quota è incluso un 49% che non crede per niente alle notizie diffuse dalla Cina.Cresce anche la sfiducia nell'Organizzazione Mondiale della Sanità: il 18% degli intervistati non si fida delle informazioni e delle indicazioni diffuse dall'Oms, che sconta una presunta permeabilità alle direttive del governo cinese.Tuttavia, la metà degli americani crede che la Cina pagherà la pandemia con una diminuzione della sua influenza globale, che invece dovrebbe crescere solo per il 17% degli intervistati e restare immutata per il 31%. Al contrario, l'influenza globale degli Stati Uniti aumenterà secondo il 29%, rimarrà uguale per il 41% e diminuirà per il 29%.

  • Un'ancora dedicata ad Afrodite trovata nel mare di Sicilia
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    Un'ancora dedicata ad Afrodite trovata nel mare di Sicilia

    “Non riesco a capire la direzione dei venti, un'onda si rovescia da una parte e dall'altra, noi siamo trascinati verso il largo con la nera nave pieni di affanno per la grande tempesta; si allentano le ancore, i timoni e ambedue le scotte restino salde nei canapi e questo possa salvare almeno me, e le merci sfracellate alcune sono trascinate in alto".Il racconto di un naufragio fatto da Alceo di Mitilene, e raccolto in un volume che accompagnava la mostra 'Mirabilia maris' realizzata nel 2016 dalla Regione Siciliana e dalla Soprintendenza del mare, potrebbe valere (sebbene Alceo lo faccia nel VII secolo, introducendo il termine 'ancora' in greco) l'imbarcazione di epoca ellenistico-romana la cui è stata recuperata vicino alla costa di San Vito Lo Capo, nel trapanese. L'ancora è di piccole dimensioni, a ceppo fisso, con cassetta quadrangolare e perno centrale, e presenta l'immagine di un delfino, associato alla dea della "buona navigazione" Afrodite Euploia, su uno dei due bracci. A indicarne la presenza è stato un subacqueo esperto della zona, Marcello Basile, che ha avvertito le autorità. La Soprintendenza del mare ha organizzato le operazioni di recupero, coinvolgendo il Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza. Il reperto è stato recuperato a una profondità di 19 metri, e l'ancora è stata portata a Palermo, nella sede degli uffici della Soprintendenza al Roosevelt."L'operazione di recupero – afferma il Soprintendente del Mare Valeria Li Vigni \- ha testimoniato una forte attenzione da parte dei subacquei che potremmo definire le nostre ‘sentinelle della cultura' e che, oltre ad avere un ruolo didattico e ricreativo rivolto agli appassionati dei fondali marini, svolgono una funzione di tutela di quei reperti che costituiscono motivo di attrazione e valorizzazione alla visita. L'esigenza di prelevare l'ancora è stata dettata dai tentativi di depredazione che erano stati segnalati e quindi dall'esigenza di salvaguardare una testimonianza della nostra storia»Al largo della Sicilia esistono 1.500 punti in cui sono stati localizzati relitti antichi, come l'ancora, e moderni. "La loro mappatura è permessa da un Sistema informativo territoriale che ha utilizzato una work station e un programma Gis", spiega Li Vigni. "Abbiamo deciso di recuperare l'ancora perchè l'avevamo trovata spostata, e i subacquei, risorsa preziosissima, ci avevano avvertito di movimenti strani nell'area".I reperti in mare vengono lasciati sul posto, in genere, secondo la filosofia di intervento che era di Sebastiano Tusa, archeologo siciliano di fama internazionale che scomparve nel disastro aereo dell'Ethiopian Airlines avvenuto nel 2019. Fu lui a insistere con l'Unesco affinchè i reperti siano lasciati lì dove si trovano, ma anche che si andasse a una loro mappatura e a una regolarizzazione in grado di impedire depredazioni costanti."Abbiamo altri progetti di tutela di questi tesori - prosegue Li Vigni - come le boe antifurto, in grado di segnalare se qualcuno sta rimuovendo questi beni, che costituiscono un itinerario sommerso nella nostra storia. Questo sarà al centro di un accordo con i parchi archeologici dell'isola". Quanto al mare di san Vito lo Capo, "'è un'area di naufragi, sia antichi che moderni", aggiunge la Soprintendente, ricordando due vicende.La prima, raccontata da Tusa in occasione di Mirabilia Maris, faceva perno sul 'relitto delle macine', una delle 'naves lapidariae' che trasportavano pietre destinate alla realizzazione di monumenti. A bordo, probabilmente, aveva 60 macine in pietra, che doveva essere lavica dell'Etna. "S'ipotizza - scrive Tusa - una rotta iniziata in un porto provenzale (l'ancora è di pietra proveniente dalla Alpi Marittime) per proseguire verso la Sicilia (Catania) per caricare le macine e ripartire verso il Nord trovando la tragica fine nel mare sanvitese". L'epoca è il III e IV secolo avanti Cristo, la stessa dell'ancora ritrovata. A coabitare con relitto nello stesso mare, il sommergibile inglese "Hms Thunderbolt", affondato nel 1943 da una corvetta militare italiana, la "Cicogna".Ogni marinaio ha un punto di riferimento spirituale, a cui affidarsi quando si avventura in acqua. Lo avevano quelli inglesi a bordo del Thunderbolt, e probabilmente non era Afrodite Euploia, che guidava i marinai a bordo della nave della quale è stata ritrovata l'ancora che reca in rilievo il delfino. Si tratta, spiegano gli archeologi Roberto La Rocca e Francesca Oliveri, di "simboli dal valore apotropaico decorativo sui ceppi in piombo per scongiurare il naufragio ed invocare la salvezza".Afrodite Euploia è "la dea di Erice (città nel trapanese, ndr), protettrice dell'amore e della sessualità, legata al mare e al mondo vegetale" e "divinità di vittoria arroccata su una delle postazioni strategiche più importanti della Sicilia Occidentale" che vide il proprio culto "diffondersi largamente attraverso il Mediterraneo". E' l'ancora 'sacra' a riportare, in genere, il simbolo apotropaico, ovvero, "l'ultima delle ancore di bordo che nei momenti di estremo pericolo, nell'infuriare della tempesta e nel disperato tentativo di salvare la nave, rappresentava l'estrema speranza dei naviganti".​Tale forza di speranza la manterrà nei secoli successivi, almeno sino alla tarda antichità, quando, concludono i due archeologi, "la stabilità e la sicurezza che questo attrezzo garantisce alla nave indicherà la saldezza della fede e la speranza della salvezza: 'Cristo è per i cristiani il porto sicuro, l'àncora​ della salvezza'".

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    Che la rottura dei 'Fab Four' reali britannici fosse nata dai dissapori tra le due cognate, Meghan Markle e Kate Middleton, è cosa nota. Meno nota finora la ragione di un brutto litigio che ha portato molto tempo dopo i due fratelli e le rispettive moglie a dividere i loro cammini, con William e Kate saldamente lanciati nella vita reale nel Regno Unito ed Harry e Meghan trasferiti oltreoceano a tentare la via di Hollywood.Secondo il Sun, poco prima del matrimonio di Meghan con Harry, il 19 maggio di due anni fa, ci fu stata una lite tra le due donne incentrata sulle calze. "Era una giornata calda e apparentemente c'è stata una discussione sul fatto se le damigelle dovessero o meno indossare i collant. Kate, seguendo il protocollo, pensava che avrebbero dovuto. Meghan non voleva che lo facessero", ha riferito al tabloid una fonte vicina ai reali.L'etichetta reale prevede che le donne portino le calze, mentre Meghan si è sempre fatta notare per non portarle, anche con il clima rigido di Londra, se non dopo il matrimonio, raramente, in presenza della regina. Nelle foto del matrimonio si vedono le damigelle d'onore, tra cui la principessa Charlotte, senza calze.Il diverbio sarebbe avvenuto al termine di un incontro "stressante" per una prova d'abito, con la tensione tra le due arrivata a tal punto da lasciare la moglie del principe William scossa e in lacrime.Fonti della casa reale all'epoca non avevano negato l'incidente, ma avevano sottolineato che le due duchesse sono "persone molto diverse". Secondo i soliti ben informati, Meghan "si è sentita una 'outsider' fin dall'inizio e si è convinta di una cospirazione nei suoi confronti, chiudendosi praticamente in un auto-isolamento una volta trasferita con Harry a Frogmore House".Le incomprensioni sono sfociate nella decisione della coppia lo scorso dicembre di rifiutare gli impegni reali e di fare un passo indietro, trasferendosi prima in Canada e poi a Los Angeles. Ma la California potrebbe non essere la loro ultima destinazione: secondo un esperto reale citato dal Daily Star, se i duchi di Sussex decidessero di lasciare il Sunshine State, la loro scelta ricadrebbe su New York, una città abituata alle celebrities, così da non essere disturbati e ottenere l'agognata privacy.