Firenze, corpi a pezzi: identificato l'uomo, trovata quarta valigia

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E' stato identificato il cadavere dell'uomo fatto a pezzi e messo in una valigia e recuperata in un campo a ridosso del carcere fiorentino di Sollicciano. Si tratta dell'albanese Shpetim Pasho, 54 anni, scomparso nel nulla con la moglie Teuta, 52 anni, agli inizi del novembre 2015. Dalla prima comparazione effettuata dalla Sezione Impronte del Reparto Investigazione Scientifiche dell'Arma dei Carabinieri a Roma, tutti i punti rilevabili sull'impronta di un dito di una mano del cadavere di sesso maschile corrispondono, infatti, alle impronte dattiloscopiche di Shpetim. Dall'autopsia l'uomo è risultato essere stato ucciso con una coltellata alla gola. L'autopsia la donna è risultata morta per asfissia da strangolamento e per il pestaggio ricevuto.

Durante un nuovo sopralluogo per le indagini sul duplice omicidio, i carabinieri hanno inoltre rinvenuto una quarta valigia nel campo a ridosso del carcere fiorentino di Sollicciano. Il contenuto è ancora da verificare da parte degli investigatori. Al momento mancano ancora all'appello alcune parti dei due corpi, in particolare non è stata trovata una gamba dell'uomo. Nella prima valigia che è stata ritrovata giovedì scorso c'erano il busto, la testa e una gamba dell'albanese, nella seconda altri resti dell'uomo e una gamba della donna, nella terza il tronco e la testa sempre della donna.

Per arrivare all'identificazione del cadavere mutilato, e così compiere la svolta decisiva nelle indagini, è stato il tatuaggio, che l'uomo aveva sull'avambraccio, rimasto intatto grazie al processo di saponificazione: un'ancora unita al nome della città di Valona e le iniziali del nome, S.H.P., che per l'appunto corrispondono al nome dell'albanese scomparso.

L'autopsia ha rivelato la ferocia del duplice omicidio, o, come sembra più probabile, degli assassini e il medico legale ha ipotizzato anche l'arma utilizzata per fare a pezzi i cadaveri: una mannaia da macellaio o un machete, meno probabile una sega elettrica. I resti dei due cadaveri sono stati poi 'confezionati', avvolti nel cellophane e sigillati con il nastro adesivo come in un imballaggio, insieme a una coperta e ad un piumino, forse per impedire che si diffondesse l'odore della decomposizione.

La scomparsa dei coniugi albanesi, che facevano avanti e indietro tra l'Albania e l'Italia, fu denunciata dalla figlia Dorina con la sorella Vittoria. Taulant Pasho, figlio della coppia, evase dagli arresti domiciliari alla fine di ottobre del 2016 e da allora ai carabinieri risulta irreperibile e quindi latitante. Il giovane era stato arrestato per reati di droga e ristretto nel carcere di Sollicciano. Proprio per poter essere vicini al figlio, i coniugi avevano preso in affitto un appartamento a Scandicci (Firenze), non distante dalla casa circondariale. Dopo pochi giorni, però, la coppia scomparve nel nulla. Un anno dopo Taulant venne messo agli arresti domiciliari da cui evase. Il giovane, da quanto si apprende, deve scontare ancora quattro anni di reclusione.

I coniugi, tornati in Toscana da appena un mese, nell'ottobre 2015 avevano trovato la sistemazione a Scandicci. Il 2 novembre 2015 la figlia Dorina, che abitava a Castelfiorentino, dove risiede tuttora, ricevette una telefonata da un numero anonimo in cui la madre le diceva di non voler rispondere a nessuno. Da allora, nessuna notizia. Pochi mesi dopo, Dorina si rivolse anche alla trasmissione tv "Chi l'ha visto?" di Rai 3 per chiedere aiuto a ritrovare i genitori. I due coniugi avevano anche parlato di andare in Germania ma i riscontri non hanno mai dato esito.

Le indagini sono concentrate sulla rete di conoscenze che Shpetim e Teuta Pasho avevano stretto in Italia. E sembra prendere piede l'ipotesi di una faida tra famiglie oppure al traffico di droga che coinvolse il figlio Taulant.