Correntocrazia 2021 uguale partitocrazia 1991. L'equazione di Renzi contro le toghe

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Il senatore di Italia Viva, Matteo Renzi, durante la sua dichiarazione di voto al Senato per la Fiducia su riforma Processo Penale. Roma, 22 settembre 2021. ANSA/CLAUDIO PERI (Photo: ANSAANSA)
Il senatore di Italia Viva, Matteo Renzi, durante la sua dichiarazione di voto al Senato per la Fiducia su riforma Processo Penale. Roma, 22 settembre 2021. ANSA/CLAUDIO PERI (Photo: ANSAANSA)

È un attacco, frontale, alle correnti della magistratura - e alla sinistra che “ha immaginato di trarre vantaggio da vicende giudiziarie che colpivano la destra” - quello che Matteo Renzi lancia dagli scranni del Senato nel giorno in cui si avvia alle ultimissime battute parlamentari la riforma del processo penale. Lo aveva annunciato come “uno dei più difficili” della sua carriera, come il momento in cui avrebbe detto “parole di verità”. Ma che si trattasse della sua di verità, pronta a creare disappunto tra un parte dei colleghi - e gli scontati applausi del suo gruppo - è stato chiaro dagli interventi successivi di Pd, LeU e M5s.

Ma eccola, la “verità” di Matteo Renzi. Arriva poco dopo le 15, alla ripresa dei lavori. Si rivolge ai senatori l’ex premier, ma di fatto parla alle toghe. Come se il potere giudiziario fosse proprio lì, a subire quei colpi senza poter controbattere. Anche perché, sede a parte, il momento è buio e qualsiasi spiegazione non ha più la credibilità che avrebbe avuto agli occhi dell’opinione pubblica qualche anno fa. “Il problema - dice Renzi - non è la separazione delle carriere, il punto è lo strapotere vergognoso delle correnti, che impedisce a magistrati bravi di fare carriera. La vera separazione va fatta tra corrente e magistrato”.

Che il potere giudiziario sia in crisi è stato detto miliardi di volte da quando, nella primavera del 2019, è scoppiato il caso Palamara. Renzi - che annuncia il voto “con convinzione” di Italia Viva per la riforma Cartabia, “perché è un ottimo primo passo” - pensa di poter individuare non i colpevoli, ma certamente le responsabilità di contorno: ”È in crisi per colpa della politica? No. C’è stata una parte del Parlamento, in particolare a sinistra, che ha pensato di trarre vantaggio dalle vicende giudiziarie. E la destra ha risposto con leggi ad personam, c’è una responsabilità di tutti”.

Richiama la ‘profezia’ di Bordin, quella secondo cui un giorno i magistrati sarebbero finiti a farsi la guerra tra loro, e definisce “sconvolgente” per chi ha iniziato a fare politica nell’epoca di Mani pulite che “due dei personaggi del pool oggi siano alle carte bollate”. Il riferimento è allo scontro tra Francesco Greco, procuratore capo di Milano che a brevissimo andrà in pensione, e Piercamillo Davigo. Ex colleghi, ora ai ferri corti per via del caso Amara.

Parla di ‘guerra dei trent’anni’ Matteo Renzi, e incalza: “La ‘correntocrazia’ dentro la magistratura del 2021 è come la partitocrazia nella politica del 1991. Servono parole chiare su elementi di oggettivo mal funzionamento della magistratura. Quando le correnti dicono che vogliono stringere un cordone sanitario intorno al senatore X, non si deve preoccupare quel parlamentare ma il Senato”, ha
aggiunto. Il riferimento è alle parole del direttore di Questione Giustizia, il magistrato Nello Rossi, che in un articolo sosteneva che l’Italia avrebbe dovuto appunto stringere “un cordone sanitario intorno a sortite come quella “araba” di Matteo Renzi”. Che sia una specie di resa dei conti per le vicende giudiziarie che hanno riguardato lui e la sua famiglia? L’ex premier tiene a negarlo: “Non utilizzo questo luogo per le mie vicende”. La politica è chiamata in causa più volte: “Per anni noi abbiamo acconsentito non a singoli magistrati, ma alla subalternità della politica di far decidere a un pm chi poteva fare politica e chi no perché si è consentito che l’avviso di garanzia fosse una condanna”. Poi, per un istante, tende la mano a Luigi Di Maio, dandogli atto delle sue parole “sull’uso barbaro e incivile” delle vicende giudiziarie “da parte dei 5 Stelle nel 2016: scuse timide e tardive ma pur sempre scuse”.

Sembra un redde rationem che arriva a conclusione di un capitolo di storia. Quanto davvero la riforma Cartabia, che il Senato licenziando definitivamente, sarà una cesura tra due ere, e in che termini, potremo scoprirlo nei prossimi anni. Le parole di Renzi, invece, suscitano subito reazioni: “Il luogo delle riforme è il Parlamento le riforme non sono un regolamento di conti in altre piazze. Diciamo sì a riforme qui ed ora, perché è ai cittadini che dobbiamo rispondere”, dice la senatrice del Pd Anna Rossomando. Non lo nomina, ma il riferimento è chiaro. Pietro Grasso, di LeU, è più diretto: “Vorrei rasserenare il senatore Renzi - dice - ho ben presente il problema delle correnti in magistratura, tanto che è calendarizzato in commissione giustizia in Senato un disegno di legge a mia firma su una riforma del Csm che può impedire lo strapotere delle correnti senza ricorrere a modifiche costituzionali. Invito quindi Renzi e il gruppo di Italia viva a firmare il ddl e a favorirne l’iter”. Arnaldo Lomuti, senatore del Movimento 5 stelle, si chiede se l’ex premier non abbia sbagliato giorno, “perché oggi si approva la riforma del processo penale, non quella del sistema giudiziario”, è il senso delle sue parole. Ma c’è da immaginare che per Renzi questo era il giorno perfetto. Perché l’incontro-scontro tra politica e magistratura in questi trent’anni più che nelle vicende che ruotano intorno al Csm è entrato in scena davanti al giudice penale e nelle procure. O, almeno, in queste ultime sedi è stato più evidente. E, comunque la si veda, ha avuto un ruolo in importanti passaggi della storia recente d’Italia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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