Corsa all'ultimo voto per portare a casa la Brexit

Cecilia Scaldaferri

Giornata cruciale per la Brexit: per la prima volta dal 1982 il Parlamento è stato convocato di sabato per discutere dell'accordo sul divorzio da Bruxelles raggiunto dal premier Boris Johnson con l'Ue. Servono 320 voti perché venga approvato e per il governo è caccia all'ultimo voto, con indicazioni e preferenze che fluttuano. 

Ma la vera partita si sta spostando sugli emendamenti, in particolare quello presentato da Oliver Letwin che rinvia la piena approvazione dell'accordo per la Brexit fino a quando tutta la legislazione associata non sarà approvata, anche dopo il 31 ottobre. Una mozione pro-estensione che punta a evitare una possibile imboscata dei falchi Brexiteer che potrebbero approvare l'accordo, rimuovendo quindi le condizioni per l'applicazione del Benn Act (la legge anti-no deal approvata il mese scorso), per poi bocciare la seguente legge sull'uscita dall'Ue, costringendo cosi' il Paese a una Brexit senza accordo il 31 ottobre. Fonti di Downing Street, rilanciate dai media, hanno riferito che in caso l'emendamento Letwin passi in Parlamento, il governo ritirerà il voto e lo ripresenterà lunedì o martedì. 

Se invece i deputati saranno chiamati a votare l'accordo raggiunto da BoJo, si apriranno diversi scenari. Il premier ha bisogno di 320 voti per far passare l'intesa: finora, contro l'accordo si sono già schierati il Dup, partito unionista nordirlandese (che era contrario al backstop e resta contrario anche al nuovo assetto raggiunto nell'intesa aggiornata), i nazionalisti scozzesi dell'Snp, i laburisti e i Lib-Dem.

Due i gruppi che potrebbero fare la differenza, in un senso o nell'altro: i cosiddetti 'Spartani', acerrimi Brexiteer che l'ultima volta bocciarono il piano di Theresa May, affossandola, e i 'ribelli' dei Labour, pro-Leave, che malgrado le indicazioni del leader Jeremy Corbyn potrebbero decidere di appoggiare il nuovo accordo di BoJo. Tra questi, Caroline Flint, Stephen Kinnock e Melanie Onn. I Tory dell'European Research Group hanno invece fatto sapere che stavolta sosterranno il piano del premier.

Se i deputati bocciano l'accordo, Johnson potrebbe chiedere un rinvio a Bruxelles (opzione che ha sempre rifiutato e lo ha ribadito anche oggi in aula, sostenendo che sarebbe "inutile, costoso e corrosivo), dimettersi (e un premier ad interim chiederebbe il rinvio in base al Benn Act passato il mese scorso) o rifiutarsi di chiedere un'estensione; a questo punto l'opposizione invocherebbe un voto di fiducia o sarebbe il premier stesso a chiedere elezioni generali.

In caso di sfiducia, BoJo sarebbe costretto alle dimissioni; in caso di vittoria in aula, invece, il premier potrebbe essere tentato di portare il Paese all'uscita senza accordo il 31 ottobre, innescando probabilmente una battaglia legale su questo. Quanto all'opzione rinvio, se l'Ue lo concedesse (e non è detto, ci sono resistenza all'interno dei 27), nel Regno Unito si aprirebbero diversi scenari: elezioni generali, nuovo referendum o ulteriori negoziati; in caso invece Bruxelles rifiutasse di concedere altro tempo, per la Gran Bretagna sarebbe no-deal.