“Così in Cambridge Analytica si lavorava per non far votare”

alberto ferrigolo

“Il mio unico rimpianto? Non aver capito prima cosa stesse succedendo”. Ovvero, La storia raccontata da chi in Cambridge Analytica ha lavorato per tre anni e mezzo come business director, In un'intervista a Il Fatto Quotidiano, Brittany Kaiser, texana di 33 anni che si definisce una whistleblower, racconta che in Cambridge Analytica “in pochissimo tempo ho imparato più di quanto avrei mai potuto immaginare sull'industria dei nostri dati e su come usarli per portare le persone a prendere decisione che forse non avrebbero mai preso autonomamente”.

Ovvero, la Kaiser racconta che nella lunga presentazione che la società fece “ci mostrarono, ad esempio, che avevano usato i dati per capire che tipo di persone poteva essere persuaso non tanto a votare Trump, quanto a non votare l'avversario”. Ciò che le fa concludere che in Casmbridge Analytica “c'era il chiaro intento” di allontanare le persone “dal processo politico”. “E per farlo si diffondono messaggi fuorvianti, costruiti per istillare paura e insicurezza”, afferma.

La testimonianza di Brittany Kaiser arriva dopo le rivelazione dell'ex dipendente di Cambridge Analytica Christopher Wylie. Lei, però, ha testimoniato di fronte al Congresso per aiutare a ricostruire cosa sia successo nella campagna elettorale di Trump del 2016, quando la stessa Cambridge Analytica è stata accusata di aver utilizzato dati sottratti illegalmente agli utenti di Facebook per pilotare l'esito delle elezioni. La storia è ora contenuta nel suo libro “La dittatura dei dati” da poco in libreria anche in Italia.

La Kaiser sostiene anche di aver capito che qualcosa non funzionava “un mese dopo la fine della campagna di Trump”, perché “a tutti coloro che non avevano partecipato alla campagna, me inclusa, non era concesso sapere cosa veniva fatto con i database durante il periodo di propaganda”. E aggiunge: “Quando usi i dati per fare queste campagne, i risultati sono immediati e verificabili anche perché la maggior parte dei soldi per la propaganda politica ormai viene spesa online. Puoi misurare qualsiasi cosa: da quanto spesso le persone parlano di te, quali temi li colpiscono, quali guidano le loro azioni, che tipo di interazioni hanno con i contenuti, gli orientamenti di voto”.

Secondo Brittany Kaiser, “le persone condividono, scrivono, fanno donazioni” e quindi “ti accorgi se la campagna funziona” e nel caso invece non funzioni “aggiusti il tiro”, puntualizza. “Ecco perché la campagna di Trump è stata così potente”, sottolinea, perché “alla fine negli Usa non è tanto importante il numero dei voti quanto la strategia, conta più il “do ve ”. Trump ha vinto grazie a pochi voti in Stati decisivi”.

La Kaiser è poi molto critica nei confronti di Facebook perché, racconta, “hanno permesso che quei dati fossero presi senza il consenso degli utenti” e senza contare che “in Facebook ci sono almeno 4mila sviluppatori che hanno accesso ai dati personali di chiunque” su cui, per altro,  “milioni di compagnie vorrebbero metterci le mani sopra”.

Rimpianti? “Di non aver capito subito che qualcosa che non andava. Avrei voluto capirlo prima delle elezioni”, assicura.