Così sono cambiati i rapporti di forza tra i partiti nell'ultima settimana

La nostra Supermedia dei sondaggi di questa settimana fotografa quello che è finora il periodo di gran lunga più difficile per l'asse di governo Pd-M5s e – per contro – un grande balzo in avanti del centrodestra con il “contributo” di tutte le sue componenti. Balzo in avanti che in parte ha accompagnato il rush finale della campagna elettorale per le elezioni regionali in Umbria e in parte ha ulteriormente preso forma proprio in seguito ai risultati di quelle elezioni.

I dati: la Lega rafforza la sua leadership tra le liste salendo al 32,8% (+1,2% in due settimane), mentre calano sia il PD (-0,7%) sia soprattutto il Movimento 5 Stelle (-1,5%). Per i democratici, che scendono sotto il 19%, si tratta del peggior risultato mai registrato dalla nostra Supermedia da quando Nicola Zingaretti ne ha assunto la leadership lo scorso marzo. I pentastellati subiscono uno smottamento che porta a 3 i punti percentuali persi da quando è nato il nuovo Governo (meno di due mesi fa).

Insieme alla Lega, la crescita più rilevante la fa registrare l'altro partito sovranista italiano, ossia Fratelli d'Italia: cresce di oltre un punto (+1,1%), supera di slancio la soglia dell'8% e si avvicina a quella del 9%, stabilendo un nuovo record nello storico della nostra Supermedia. Secondo le rilevazioni più recenti (SWG, Ixè ed EMG) il partito di Giorgia Meloni avrebbe in realtà già raggiunto – o persino superato – anche quest'ultima soglia.

Nonostante la forte crescita di Lega e FDI, anche l'altro partito “di area”, cioè Forza Italia (ormai stabilmente relegata al ruolo di terza forza nel centrodestra) fa registrare un incremento, anche se solo di due decimali. Nel complesso, l'area di centrodestra guadagna circa due punti e mezzo nelle ultime due settimane: una crescita notevole, che sommata alla forte flessione di Pd e M5s (solo in minima parte compensata dal +0,2% di Italia Viva) fa sì che l'area che in Parlamento rappresenta la maggioranza di Governo abbia ormai un ritardo di oltre 5 punti e mezzo – 49,5% contro 43,9% – dall'opposizione di centrodestra nel suo complesso, comprendente anche il movimento di Giovanni Toti (accreditato di circa l'1% dei consensi, così come il nascente movimento di Carlo Calenda).


Cosa c'è dietro a questo “boom” del centrodestra? Probabilmente ha avuto un ruolo la manifestazione nazionale di piazza San Giovanni a Roma in cui Salvini, Meloni e Berlusconi hanno dato l'immagine di un centrodestra plurale ma compatto, ma soprattutto maggioritario, come ha dimostrato pochi giorni dopo la netta vittoria di Donatella Tesei in Umbria, dove la candidata sostenuta da Lega, FDI e FI ha staccato di ben 20 punti il candidato “civico” sostenuto da PD e M5S, Vincenzo Bianconi.

Il voto in Umbria potrebbe aver innescato una sorta di piccolo “effetto bandwagon” a favore del centrodestra. Senza dubbio, Salvini e Meloni hanno avuto un certo successo nel dare una valenza nazionale ad un voto locale, su cui già alla vigilia le aspettative erano molto alte per diversi motivi. Lo dimostrano i numeri di due sondaggi svolti da due istituti differenti, Demopolis e Ixè; il primo ha registrato un 44% degli italiani convinti che il voto in Umbria abbia assunto “una valenza politica nazionale” (a cui si aggiunge un 25% secondo cui ciò è avvenuto ma solo “in parte”); il secondo istituto ha chiesto invece se queste elezioni regionali potranno avere ripercussioni sul Governo nazionale, ottenendo la stessa percentuale di rispondenti – il 44% – convinti che il voto in Umbria “indebolisce il Governo”, contro un 39% che invece ritiene che non vi sarà alcun effetto.

Un altro sondaggio, quello di EMG, registra invece un pareggio tra chi concorda con la lettura del voto proveniente dal centrodestra (secondo cui dopo le elezioni in Umbria il Governo sia “delegittimato”) e chi invece respinge questa lettura (46% pari). Ma lo stesso sondaggio rileva, allo stesso tempo, anche una netta maggioranza di italiani d'accordo sul fatto che dopo le elezioni in Umbria “bisognerebbe tornare al voto” anche per delle nuove elezioni politiche: la pensa così il 50% di intervistati, una quota a sorpresa molto consistente (43%) persino tra gli elettori del Movimento 5 Stelle.

Come ogni giovedì i nostri #sondaggi con @FabrizioMasia1. Secondo la metà degli intervistati dopo le elezioni in Umbria bisognerebbe tornare al voto #agorarai pic.twitter.com/sZV3QXtT4r

— Agorà (@agorarai) October 31, 2019

 

In questo frangente, gli elettori pentastellati sono senza dubbio quelli maggiormente sotto stress, in particolare alla luce del risultato in Umbria. Sempre secondo EMG, ben il 66% di chi oggi voterebbe M5S pensa che il Movimento in futuro debba “non allearsi con nessuno, a costo di non governare”. Ponendo la questione su un terreno più concreto, ossia le elezioni regionali in Emilia-Romagna previste per il 26 gennaio 2020, una percentuale simile (59%) ritiene che l'esperimento dell'Umbria non vada replicato, e che il M5S debba correre da solo; solo il 27% pensa che anche in Emilia-Romagna PD e M5S debbano trovare un candidato comune.


La soluzione umbra, però, non sembra aver scontentato solo gli elettori del Movimento 5 Stelle. Lo dimostrerebbe una dettagliata indagine di SWG, svolta in occasione del voto di domenica scorsa tra gli elettori che alle Europee avevano votato PD o M5S e che hanno deciso di non votare per Bianconi.

Dai dati di SWG emerge come la stragrande maggioranza di questi elettori (in entrambi i segmenti) abbia “tradito” il partito votato soltanto cinque mesi prima proprio perché in disaccordo con la scelta di allearsi alle regionali umbre, oppure perché delusi dall'azione del Governo nazionale giallo-rosso. Insomma, come spesso è avvenuto negli ultimi anni, una tornata elettorale (sia pure locale) rischia di diventare un momento spartiacque decisivo nella definizione delle tendenze del consenso. Le prossime settimane ci diranno se sarà effettivamente così oppure se si tratta di un'illusione statistica.