Cosa pensano i cattolici dell'eutanasia?

Non emergono nel mondo cattolico voci dissenzienti rispetto alla linea critica della Cei sulla sentenza della Corte Costituzionale riguardo alla non punibilità a determinate condizioni del suicidio assistito. Anche se i toni usati dai movimenti pro life non sono certo condivisi dai fautori di un dialogo con chi ha impostazioni culturali diverse.

Ribadito il valore primario della vita, e quindi il dovere della sua difesa, questo tema che riguarda le coscienze pone del resto molti interrogativi di difficile soluzione, soprattutto pastorali. Il primo dei quali è il seguente: ha senso che sia la Chiesa il gendarme che vigila sui legislatori a difesa dei principi? Secondo alcuni è una supplenza necessaria nel contesto italiano, dove mancano ormai partiti cattolici. E tuttavia questo ruolo appare anacronistico al sentire di oggi. 

Anche se non si possono contestare sul piano teoretico le affermazioni della Cei, è in effetti il loro tono che appare stridente. Il segretario della Cei, monsignor Stefano Russo, ha parlato con durezza di “una società che perde il lume della ragione”. “Non comprendo come si possa parlare di libertà, qui si creano i presupposti per una cultura della morte”, ha confidato il presule che di fatto mette in guardia dal rischio di malati la cui fine sarebbe affrettata per risparmiare le risorse del SSN come avvenne 75 anni fa con la deriva eugenetica della Germania nazista. Sono situazioni davvero possibili nell'Italia di oggi? 

Senza considerare che nei Paesi dove le leggi consentono eutanasia e suicidio assistito i vescovi debbono porsi ormai un interrogativo molto concreto e lacerante: “Che fare se il paziente deciso a morire non si lascia dissuadere e insiste nel chiedere i sacramenti?”. “Sia il singolo sacerdote a decidere come e se concedere i sacramenti a coloro che chiedono l'eutanasia”, hanno suggerito i vescovi del Canada Atlantico. Mentre negli Stati dell'Alberta e dei Territori del Nord-Ovest i loro confratelli hanno pubblicato un opuscolo dove sono delineate le linee guida da seguire nei casi di persone morte per aver chiesto e ottenuto l'eutanasia.

Tra i punti sottolineati con maggior attenzione c'è proprio quello legato al funerale religioso. Nel caso in cui una persona abbia espresso la volontà di ricorrere al suicidio assistito non verranno negate le esequie cristiane, con un unico riguardo: ovvero quello che “non si provochi scandalo pubblico”. I vescovi raccomandano ai sacerdoti di “non trasformare il rito in un'occasione per esaltare la decisione di togliersi la vita”, in modo che il funerale non diventi strumento di propaganda all'eutanasia. Insomma, anche in queste situazioni bisogna valutare caso per caso, esaminando ogni circostanza.  

C'è da dire però che quella dell'Episcopato italiano è tutt'altro che una posizione isolata nella Chiesa universale. “Dichiarare il suicidio assisto” un diritto “non rappresenta un prendersi cura” e nemmeno è “un atto di umanità”, ma è piuttosto “un falso atto di misericordia”, mentre la richiesta di depenalizzare suicidio assistito e eutanasia sembra sottintendere un "dato falso", ovvero che una persona “perde dignità semplicemente a causa di una perdita o di una diminuzione di un numero di capacità fisiche e mentali”, hanno affermato ad esempio i vescovi del Canada, che sono in sintonia con il Catechismo della Chiesa Cattolica e i documenti della Congregazione della Dottrina della Fede, quando sottolineano che “la vera compassione umana ci invita a condividere il dolore e il percorso dell'altro, non a farla finita con le persone”. E il suicidio assistito – secondo la morale cattolica – è “un affronto a quanto c'è di più nobile e prezioso nel viaggio umano, e una violazione della dignità umana!”. 

La posizione del Papa e quella di Conte

Anche Papa Francesco ha ammonito il mondo medico a non usare la medicina “per assecondare una possibile volontà di morte del malato” e definisce inoltre l'eutanasia una “falsa compassione”. L'appello del Papa è rivolto ai medici: “si può e si deve respingere la tentazione (anche quando indotta da mutamenti legislativi) di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l'eutanasia”. Ma il magistero di Papa Bergoglio, in linea generale, insiste sulla Misericordia che tutto perdona. E a livello pastorale qualcuno sostiene timidamente che andrebbe seguita la stessa logica che il Papa ha indicato, ad esempio, sulla questione delle coppie irregolari (anche gay) quando ha detto che bisogna aiutare e sostenere i figli e non allontanarli disgustandoli con il giudicare le scelte dei loro genitori.  

“Mai fare regole generali, mai fare militanza. Non c'è alcun senso. Semplicemente esserci”, suggerisce il religioso belga Gabriel Ringlet, per venti anni vicerettore dell'Università Cattolica di Lovanio, che indica questa via d'uscita mite dalla controversia sull'eutanasia e il suicidio assistito, sulla quale non sembra esserci una possibile posizione comune tra laici e cattolici. Parole che riecheggiano quelle del cardinale Carlo Maria Martini dopo la morte di Pierluigi Welby cui furono negati i funerali cattolici: "Non si può mai approvare il gesto di chi induce la morte di altri, in particolare se si tratta di un medico. E tuttavia non me la sentirei di condannare le persone che compiono un simile gesto su richiesta di un ammalato ridotto agli estremi e per puro sentimento di altruismo, come pure quelli che in condizioni fisiche e psichiche disastrose lo chiedono per se”. 

“Non voglio far pesare la mia opinione personale. La Corte invita il Parlamento a legiferare. Occorre un intervento legislativo. Quando ho chiesto la fiducia ho sollecitato le forze politiche e i gruppi parlamentari ad avviare iniziative. Sono materie laceranti sul piano morale. Farne una questione di governo? No. È giusto che ci sia un confronto parlamentare serio e sereno”, ha dichiarato il premier Giuseppe Conte pur ribadendo le proprie perplessità come cattolico:  "mentre non ho dubbi esista un diritto alla vita, è da dubitare ci sia un diritto alla morte. Esiste un diritto all'autodeterminazione per cui scelgo le mie cure ma scegliere di essere avviato alla morte e chiedere l'ausilio di personale qualificato può essere un po' dubbio”.  “Per i medici - ha aggiunto il premier – bisognerebbe riconoscere quantomeno l'obiezione di coscienza”.

Una mite difesa della vita

“Quando si ascoltano le persone fino in fondo, con un ascolto però incondizionato, senza giudizio, con la promessa di non abbandonare mai, l'eutanasia alla fine non viene praticata. Non sono assolutamente a favore della eutanasia. Ma dico che ci sono delle situazioni di sofferenza, talmente estreme, che non v'è altra soluzione. Sono emozioni terribilmente forti, per tutti. Non ho mai visto un medico compiere un'eutanasia senza esserne profondamente sconvolto. Ogni situazione è unica”, scrive padre Ringlet nel suo libro “Mi sdraierete nudo sulla terra nuda”, nel quale, spiega, “descrissi in maniera molto dettagliata la storia di un'anziana suora carmelitana, con 60 anni di vita contemplativa, che mi chiese l'eutanasia alla fine non praticata perché si addormentò dolcemente”.

A Paluzza, in provincia di Udine, città di origine della famiglia Englaro, dove Eluana è stata tumulata nella tomba di famiglia, accanto ai nonni paterni, don Tarcisio Puntel, il parroco del paese, ha detto nell'omelia: “la Chiesa non si è sentita estranea. Ora chiniamo il capo, è il momento del silenzio e che parlino solo le coscienze”. Quella vicenda del 2009 e prima ancora il caso Welby hanno diviso il nostro paese, da una parte i fautori della libertà di scelta, dall'altra i difensori della sacralità della vita. Lo stesso è accaduto con Dj Fabo e ora il film si ripete con la sentenza della Consulta scaturita proprio dal viaggio in Svizzera dell'uomo in compagnia di Marco Cappato

Ma c'è anche chi ritiene ridondante l'intero dibattito sul fine vita sostenendo che in realtà i medici agiscono già con prudenza e buon senso risparmiando le sofferenze inutili al paziente. E la stessa Chiesa Cattolica, nella discussione sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (che almeno in parte risolvono questo dilemma) ha invitato a rispettare il ruolo del medico riconoscendogli dei margini di autonomia. 

Le “aperture” di Martini

E qui tornano di attualità le parole del cardinale Carlo Maria Martini che nel 2006, davanti alle lacerazioni causate dal caso Welby (al quale il vicario di Roma, cardinale Ruini, negò i funerali in chiesa) invocò “una normativa che da una parte consenta di riconoscere la possibilità del rifiuto delle cure – in quanto ritenute sproporzionate dal paziente – dall'altra protegga il medico da eventuali accuse, come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio”. Questa normativa – precisò il cardinale che aveva in mente la possibilità di praticare una sedazione profonda ai malati terminali che chiedono di non farli più soffrire – non deve implicare “in alcun modo la legalizzazione dell'eutanasia”, ma individuare una linea di condotta “almeno capace di realizzare un sufficiente consenso in una società pluralista”.

"La crescente capacità terapeutica della medicina consente di protrarre la vita pure in condizioni un tempo impensabili. Senz'altro il progresso medico è assai positivo. Ma nello stesso tempo le nuove tecnologie che permettono interventi sempre più efficaci sul corpo umano richiedono un supplemento di saggezza per non prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona”, ragionava l'arcivescovo emerito di Milano individuando “il punto delicato" nel fatto che "per stabilire se un intervento medico è appropriato non ci si può richiamare a una regola generale quasi matematica, da cui dedurre il comportamento adeguato, ma occorre un attento discernimento che consideri le condizioni concrete, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti. In particolare non può essere trascurata la volontà del malato".

Prima ancora di Martini era stato Pio XII ad accettare la liceità della sedazione in uno dei suoi grandi discorsi rivolti ai medici, veri capisaldi della futura bioetica cattolica. Rivolgendosi ad un convegno internazionale di medici e chirurghi il 24 febbraio del 1957, egli affermò che “non bisogna privare della coscienza il morente, se non per gravi ragioni. Prima di giungere a obnubilare o togliere coscienza al malato bisognerebbe dargli l'opportunità, se è possibile e se lo vuole, di soddisfare i suoi doveri morali, familiari e religiosi: il malato ha, infatti, il diritto a vivere la propria morte con dignità e libertà e a prepararsi ad essa dal punto di vista umano e cristiano”. Questo insegnamento è stato ripreso dalla Dichiarazione sull'eutanasia, III del 1980, da Evangelium vitae 65 nel 1995 e dalla Carta degli Operatori sanitari edizione 2016 al n. 155.

Quando per l'arcivescovo emerito di Milano è poi arrivata la fase finale della vita, egli ha voluto che si seguisse il criterio di un profondo rispetto per la dignità della persona e quindi ha preteso che si rinunciasse a ogni accanimento terapeutico. “La situazione clinica di Martini – ha ricostruito il teologo francescano Maurizio Faggioni – si era aggravata ed egli è giunto prossimo allo stato terminale. Il medico curante ha riferito che egli ‘non è più stato in grado di deglutire nulla, ed è stato sottoposto a terapia parenterale idratante. Ma non ha voluto alcun altro ausilio: né la PEG , il tubicino per l'alimentazione artificiale che viene inserito nell'addome, né il sondino naso-gastrico. È rimasto lucido fino alle ultime ore e ha rifiutato tutto ciò che ritiene accanimento terapeutico'. È chiaro che il cardinal Martini, di fronte all'ineluttabile approssimarsi della morte, ha fatto la scelta cristiana di accogliere il compiersi della vita e di non contrastare ulteriormente la patologia che ormai lo stava conducendo alla fine”. E analogo fu il comportamento di San Giovanni Paolo II nelle ultimi giorni che precedettero la sua morte il 2 aprile 2002.