Cosa pensano i discendenti dei Maya della fine del mondo?

Gaia
I fatti dell'anno

Gaia, 29 anni e una missione: sopravvivere alla fine del mondo profetizzata dai Maya. Ha tempo fino al 21 dicembre per scoprire tutto quello che può sulla fine del mondo, capire cosa c'è di vero e, in caso di necessità, come mettersi in salvo.

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Adesso che ci penso, visto che tutta quest'ansia che si avverte in giro a proposito della fine del mondo, visto che tutto deriva dai Maya, non sarebbe più semplice chiedere a loro? Che fine hanno fatto? Esistono o appartengono solo al passato? Far affidamento sulle mie reminiscenze scolastiche mi pare un azzardo e il mio viaggio in Messico è così lontano nella memoria che non ho scelta: tocca rivolgermi nuovamente a Wiki, manco fosse una divinità. Scopro con sorpresa che la popolazione dei Maya esiste eccome: sono oltre 6 milioni, che si dividono tra diverse regioni messicane, Guatemala, Belize, Honduras e El Salvador.

Uno zoccolo duro, insomma. Pare tengano molto alla loro identità e parecchi di loro sono ben integrati nella società moderna: oltre alla lingua maya quasi tutti parlano lo spagnolo e sono soprattutto gli uomini ad aver avuto una maggior interazione con la cultura ispanica. Ok, li voglio conoscere. Voglio mettermi in contatto con loro e sapere cosa pensano della profezia attribuita ai loro avi.

Cerco siti ufficiali o associazioni, ma non riesco a venirne a capo. Esistono una quantità indecifrabile di simpatizzanti e studiosi dei Maya, ma nulla che abbia la parvenza di ufficialità e che possa essere attribuito a loro. C'è solo un indizio che mi fa dedurre che siano in qualche modo attivi sul web: scopro che un premio Nobel per la pace (niente meno) è maya, si tratta di Rigoberta Menchù Tum, un'attivista e pacifista guatemalteca che lotta da sempre contro le discriminazioni e le violenze contro le popolazioni indigene.

Lei sì che ha un account Twitter e pare essere all'avanguardia (in realtà gli ultimi suoi tweet risalgono a più di un anno fa, ma non sto a sottilizzare). Scopro inoltre che ha fondato il movimento politico WINAQ e che in patria (ma non solo) è una specie di messia: forse i miei quesiti sulla fine del mondo ad un personaggio di tale portata risulterebbero un tantino fuori luogo, ergo decido di desistere. E ora che faccio? Idea: chiamo l'ente del turismo messicano e a ruota tutti gli altri, loro sapranno darmi un'indicazione minima.

E invece no. Saprebbero indicarmi i paesini più sperduti del Chiapas e gli itinerari gastronomici dello Yucatan, ma nessuna informazione utile sulla popolazione maya. Sto per farmi prendere dallo sconforto quando mi viene in mente la soluzione più ovvia: il mio amico Carlos. Sciocca io a non averci pensato prima. Carlito (come l'ho soprannominato) è guatemalteco ma ha vissuto per un anno in Italia ed è una simpatica canaglia. Nella sua mail mi spiega un'ovvia verità: i Maya non sono una specie a parte in via d'estinzione, ma delle persone ben integrate che vivono nella società moderna mantenendo le loro tradizioni. Spesso sono stati perseguitati, hanno subito discriminazioni e violenze, ma hanno sempre lottato perché venisse riconosciuta la loro identità. Un po' come la Catalunya in Spagna o come l'Irlanda con il Regno Unito, per dire. Lui non conosce personalmente delle associazioni, ma ha qualche amico maya e mi assicura che sono i primi a ridere della profezia del 21 dicembre. E' fra i Maya che ha iniziato la propria attività il Subcomandante Marcos. Ma questa è un'altra storia.

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Un altro amico, Alberto, che di Marcos è un grande appassionato, fa il regista e in Guatemala e Messico ha girato un documentario di viaggio, mi racconta, per esempio, di aver partecipato, ad Atitlan, ad un rito di uno stregone maya che ha cacciato via il malocchio su tutta la comitiva – nessun accenno alla fine del mondo: anzi, lo stregone ci ha tenuto a fare previsioni a lungo termine per tutti. E a San Juan Chamula, nella splendida chiesa, ha visto i maya pregare in terra, in ginocchio sugli aghi di pino, fumando e bevendo. Sembravano tutti molto attenti a ringraziare le divinità e a chiedere cose per il futuro. Ma non ci sono immagini a testimoniarlo: a San Juan Chamula è vietato fare riprese, e anche lo stregone non ha affatto gradito la presenza di telecamere e prima di iniziare il suo rito si è assicurato – inaspettatamente tecnologico, mi dice Alberto – che le apparecchiature elettroniche fossero spente.








Rinuncio alla possibilità di parlare direttamente con uno di loro – non fosse altro che per il mio spagnolo stentato –, consapevole che risulterebbe un'intervista al limite del ridicolo. Potrei sempre organizzare un viaggio in Messico e approfondire la questione Maya direttamente in loco. Non so, magari prenotando la partenza con l'anno nuovo. Che ne dite?

A domani, per la prossima puntata!

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Le puntate precedenti:


1 dicembre: Facciamo il punto: a quale profezia credere

2 dicembre: Fine del mondo, tutte le teorie (e le smentite)

3 dicembre: Prenoto un viaggio a Bugarach, il paese dove il mondo non finirà


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