Cosa possiamo imparare dall'inevitabile rinvio del voto in Libia

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(Photo: MAHMUD TURKIA via Getty Images)
(Photo: MAHMUD TURKIA via Getty Images)

Quando il passo è più lungo della gamba il rischio è di finire a terra. In Libia la data del 24 dicembre fissata da tempo per lo svolgimento delle elezioni si sta rivelando un passo troppo lungo rispetto alle capacità reali. È chiaro che la settimana prossima non si voterà, anche se finora manca un annuncio ufficiale. Non ci sono le condizioni essenziali per una consultazione elettorale, la legge elettorale è molto lacunosa, lo stesso sistema costituzionale in cui si inserirebbe il processo elettorale è tutt’altro che definito, né è stato chiarito se le elezioni debbano essere solo parlamentari o anche presidenziali, abbondano le contestazioni sulla ammissibilità di varie candidature. Prevalgono confusione e incertezza.

Chi sembrerebbe aver titolo per candidarsi alla guida del Paese è escluso (il primo ministro Dbeibah), mentre chi rappresenterebbe una pericolosa involuzione nelle vicende libiche è riammesso in lista da giudici ben poco indipendenti (Saif al-Islam, figlio di Gheddafi). Clan e milizie continuano a diffidare di un ricorso alle urne, che ridurrebbe i loro margini di azione e di profitto. Il generale Haftar, campione di battaglie perdute, teme di veder diluito il suo potere in un quadro nazionale riunificato, in cui molto difficilmente potrebbe rivestire posizioni di rilievo. Lo stesso vale per gli occhiuti sponsor esterni, Turchia e Russia, interessati su sponde opposte a mantenere la propria presenza militare sul terreno e l’indiscutibile influenza che ne deriva.

Ormai è questione di giorni, se non di ore, prima dell’annuncio del rinvio delle elezioni. Sarà un richiamo per quanti anche nelle ultime settimane hanno insistito a gran voce sul rispetto della data del 24 dicembre e una amara consolazione per coloro che più discretamente hanno messo in guardia circa i rischi di fissare un obiettivo al momento irrealistico, di un passo più lungo della gamba. Intanto cresce la tensione, come dimostra la mobilitazione di miliziani in armi di mercoledì sera a Tripoli contro gli uffici del primo ministro e del Consiglio presidenziale, un nuovo indicatore della precarietà della situazione.

In attesa di vedere quale altra data potrà essere indicata per le elezioni, è giusto chiedersi se nella attuale congiuntura il ricorso alle urne debba essere l’obiettivo prioritario o se non convenga piuttosto cercare di definirne innanzitutto le premesse necessarie. Occorrerebbe prima d’ogni altra cosa un minimo di intesa in buona fede tra le fazioni su regole elettorali e su equilibri istituzionali. Servirebbe naturalmente una sostanziale, non formale, accettazione delle elezioni da parte dei padrini stranieri di questo o quel gruppo o candidato. Sarebbe utile almeno un inizio di disarmo delle milizie, sempre invocato e mai realizzato. Ma troppi e forti interessi si coagulano in direzione opposta. La stabilità della Libia converrebbe a noi, molto meno ad altri.

I tentativi di pacificazione attraverso il voto mostrano così tutti i loro limiti. Le elezioni non possono essere un punto di partenza, bensì un traguardo intermedio, certo importante, ma da raggiungere con gradualità e soprattutto con adeguata preparazione e sufficiente consenso, interno e estero. Se la democrazia non si esporta come un prodotto finito - lo abbiamo giustamente riconosciuto in molti – la si può seminare e far coltivare con pazienza dagli interessati, senza illudersi che i tempi siano brevi e l’impegno leggero.

Per l’Italia rientrare in gioco nel quadrante libico significa ammettere che è necessario ripartire dall’inizio, per quanto laborioso. Nuove intese, nuove regole vanno valutate, col dovuto realismo. Non è opera in cui avventurarsi da soli. Nell’evanescenza dell’Europa, forse ancora inconsapevole della portata strategica del dossier Libia, ci si potrebbe muovere con la Francia, ora più trasparente, nello spirito del recente trattato del Quirinale, e con la Germania, che ha già promosso meritoriamente due conferenze internazionali. È con loro che andrebbero definiti obiettivi, verificati strumenti e affinati passi per riprendere l’iniziativa, anche presso Ankara e Mosca, e per ravvivare la speranza di stabilizzare dopo tanti anni un Paese più vicino a noi che a tanti altri.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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