Cosa può fare Trump per evitare la recessione

francesco russo

Wall Street tenta una timida ripresa dopo la seduta peggiore del 2019, che ha fatto riesplodere l'ostilità di Donald Trump nei confronti del presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, definito un "incapace". Mercoledì la curva dei rendimenti si è invertita, con il tasso del titolo biennale che ha superato quello del decennale. Le ultime nove volte che è accaduto, in Usa si è verificata una recessione. Ed è proprio sulla sua capacità di contrastare un arretramento dell'economia che Trump si gioca la rielezione.

Il presidente degli Stati Uniti ha avuto le sue buone ragioni nello strigliare Powell. Nelle altre economie sviluppate la politica monetaria rimane molto accomodante e la Banca Centrale Europea, presto guidata da quella Christine Lagarde che - al timone del Fmi - fu tra i primi a fare autocritica sull'austerità, sembra pronta a lanciare un nuovo 'quantitative easing'.

Sicuramente la Fed dovrà tagliare i tassi in maniera più aggressiva per evitare le ripercussioni sul commercio che deriverebbero da un ulteriore apprezzamento del dollaro nei confronti dell'euro. Ma non è solo la banca centrale americana ad avere in mano la partita; anche la Casa Bianca deve agire. 

I dazi al 25% sono il punto di non ritorno

Secondo una nota ai clienti di Morgan Stanley, Trump deve fare una cosa sola: porre fine alla guerra commerciale con la Cina, che sta minando la fiducia degli investitori, alla radice dell'inversione della curva dei rendimenti. E, se Pechino fosse disposta a evitare misure drastiche nei confronti dei rivoltosi di Hong Kong, Washington avrebbe l'occasione giusta di impugnare un ramoscello d'ulivo nella guerra dei dazi.

Secondo il gruppo finanziario Usa, lo scenario che provocherebbe una recessione è l'imposizione di dazi del 25% su quei 300 miliardi di dollari di beni Usa sui quali non sono ancora in vigore tariffe. Trump per ora ha minacciato dazi del 10% ma, in caso di rappresaglia cinese, potrebbe essere costretto ad alzare il livello dello scontro. Anche dei dazi del 10%, sostiene Morgan Stanley, avrebbero l'effetto di indebolire la crescita globale anche in presenza di un allentamento monetario. 

I rischi, per la banca d'affari, sono orientati al ribasso, uno scenario condiviso anche da Bank of America Merrill Lynch, secondo la quale dazi al 10% innescherebbero inevitabilmente una risposta cinese che porterebbe Washington ad alzarli al 25%, innescando una recessione. 

Una ricetta keynesiana?

Jeff Cox di Cnbc suggerisce inoltre una ricetta 'keynesiana', ovvero un rilancio degli investimenti infrastrutturali. Ricetta che era stata adottata, con un certo successo, dall'amministrazione Obama. Se Trump rilanciasse gli investimenti pubblici, strapperebbe a Joe Biden, ex vice di Obama e suo probabile sfidante nel 2020, una proposta che i Democratici potrebbero cavalcare in campagna elettorale. Ma si può conciliare una politica 'keynesiana' con i radicali tagli delle tasse che hanno fatto decollare l'economia americana nella prima fase del mandato di Trump? Desmond Lachman di 'The Hill' lo ritiene improbabile, per via degli ingenti effetti sul deficit che avrebbe un aumento della spesa pubblica accompagnato da una politica fiscale 'trumpista'.

Si tratta però di discussioni molto aperte, giacché gli Stati Uniti non hanno nessun parametro di Maastricht da rispettare e i loro titoli di Stato continuano sempre a essere un ingrediente essenziale di ogni portafoglio proposto ai piccoli investitori. Né sembra troppo solido l'argomento secondo il quale l'aumento della spesa e una politica accomodante da parte della Fed farebbero schizzare l'inflazione a livelli incontrollabili. Negli ultimi dieci anni l'America (come del resto l'Europa) ha avuto il problema contrario: non importa quanto le banche centrali allentassero i cordoni, la dinamica dell'inflazione è sempre rimasta debole.

Quel che è sicuro è che Trump e Powell (la strada di un suo licenziamento sembra molto in salita da un punto di vista legale) dovranno trovare un modo per convivere. Se gli Usa uscirono così in fretta e così in salute dalla crisi dei mutui fu per la perfetta sinergia tra il lavoro dell'allora presidente della Fed Ben Bernanke e l'amministrazione di Bush Jr. prima e di Obama poi.