Cosa resta del futuro del lavoro: “Vogliamo tutto” in Ogr

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Milano, 22 set. (askanews) –

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Cosa resta del futuro del lavoro: “Vogliamo tutto” in Ogr

A Torino una mostra tra slogan del passato e presente digitale

Torino, 23 set. (askanews) – Il lavoro, la sua storia e le sue trasformazioni, analizzate con gli occhi del contemporaneo. Alle Officine Grandi Riparazioni di Torino apre la mostra “Vogliamo tutto”, una collettiva che racconta “tra disillusione e riscatto” la dimensione lavorativa post-industriale e digitale. Il progetto, particolarmente significativo in questi spazi che hanno ospitato per decenni una grande fabbrica, e stato concepito insieme a Nicola Ricciardi, ed è curato da Samuele Piazza.

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“La mostra – ha detto ad askanews – si pone con questi due filoni: che cosa fare del passato industriale, dei luoghi, delle città, se vogliamo dell’intero Occidente che sta subendo questa transizione verso qualcosa di completamente diverso, ma che ancora ha i residui di questo passato. E sono residui fisici, ma pure sociali ed ecologici. Quindi la domanda è come pensare a un futuro che faccia i conti con questo passato, ma anche le nuove sfide portate dal digitale. E come questo abbia radicalizzato in alcuni casi oppure stravolto quelli che erano i nostri preconcetti legati al mondo del lavoro, e gli artisti in questo sono stati un po’ dei capofila, perché hanno fornito un modello per i lavoratori flessibili e cognitivi della contemporaneità. Ma sono anche gli stessi che, a oggi, iniziano a organizzarsi e a immaginassi futuri diversi per il proprio lavoro”.

+++ mike Nelson da 5.06

+++ Frazier da 3.11 la struttura, le foto da 4.07

Il titolo dell’esposizione delle Ogr cita espressamente il romanzo che Nanni Balestrini dedicò agli scioperi torinesi del 1969 e si pone tra gli obiettivi anche quello di indagare come le rivendicazioni e le conquiste di allora possano poi essere diventate un limite, oppure un “precedente” per l’attuale mondo del lavoro. La complessità sempre al centro, insomma, resa ancora più intensa da opere come l’installazione “The Asset Stripper” di Mike Nelson, oppure dalle fotografie, anch’esse inserite in una struttura installativa, di LaToya Ruby Frazier, che documentano la storia della chiusura di uno stabilimento della General Torino, 23 set. (askanews) – Il lavoro, la sua storia e le sue trasformazioni, analizzate con gli occhi del contemporaneo. Alle Officine Grandi Riparazioni di Torino apre la mostra “Vogliamo tutto”, una collettiva che racconta “tra disillusione e riscatto” la dimensione lavorativa post-industriale e digitale. Il progetto, particolarmente significativo in questi spazi che hanno ospitato per decenni una grande fabbrica, e stato concepito insieme a Nicola Ricciardi, ed è curato da Samuele Piazza.

“La mostra – ha detto ad askanews – si pone con questi due filoni: che cosa fare del passato industriale, dei luoghi, delle città, se vogliamo dell’intero Occidente che sta subendo questa transizione verso qualcosa di completamente diverso, ma che ancora ha i residui di questo passato. E sono residui fisici, ma pure sociali ed ecologici. Quindi la domanda è come pensare a un futuro che faccia i conti con questo passato, ma anche le nuove sfide portate dal digitale. E come questo abbia radicalizzato in alcuni casi oppure stravolto quelli che erano i nostri preconcetti legati al mondo del lavoro, e gli artisti in questo sono stati un po’ dei capofila, perché hanno fornito un modello per i lavoratori flessibili e cognitivi della contemporaneità. Ma sono anche gli stessi che, a oggi, iniziano a organizzarsi e a immaginassi futuri diversi per il proprio lavoro”.

Il titolo dell’esposizione delle Ogr cita espressamente il romanzo che Nanni Balestrini dedicò agli scioperi torinesi del 1969 e si pone tra gli obiettivi anche quello di indagare come le rivendicazioni e le conquiste di allora possano poi essere diventate un limite, oppure un “precedente” per l’attuale mondo del lavoro. La complessità sempre al centro, insomma, resa ancora più intensa da opere come l’installazione “The Asset Stripper” di Mike Nelson, oppure dalle fotografie, anch’esse inserite in una struttura installativa, di LaToya Ruby Frazier, che documentano la storia della chiusura di uno stabilimento della General Motors in una cittadina dell’Ohio.

“Ci sono interventi più politicamente schierati – ha aggiunto Piazza – altri più lirici. L’idea è che diverse voci, da diverse parti del mondo in realtà stanno lavorando, con pratiche molto diverse, ma sugli stessi temi”.

Temi che inevitabilmente riguardano anche la dimensione digitale, il modo in cui alle opportunità si sono aggiunte nuove forme di precarietà e di discriminazione. Che probabilmente oggi non possono essere superate solo con slogan massimalisti, ma richiedono sforzi di interpretazione e decodifica più articolati. Gli stessi che, ciascuno con la propria pratica, anche gli artisti tentano di fare, e questa tensione si percepisce in mostra, attraverso i loro lavori.

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