Cosa rischiano i carabinieri in missione in Iraq

Ugo Barbàra

L'escalation di violenza culminata nell'uccisione di Qassem Soleimani parte da lontano e riguarda, in qualche misura, anche i carabinieri. All'Italia si era rivolto il governo iracheno per formare le proprie forze di sicurezza sul fronte dell'ordine pubblico e in quattro anni - la missione è iniziata nel 2015 – i carabinieri hanno addestrato più di 36.500 agenti iracheni.

Un contributo importante per  la sicurezza del Paese così come sottolineato dal primo ministro iracheno, Adel Abdul-Mahdi e dal ministro dell'Interno, Yasen Al-Yaseri, al comandante generale dei Carabinieri, Giovanni Nistri, durante la visita del 29 dicembre alle forze italiane impegnate nei teatri operativi di  Baghdad ed Erbil. Tuttavia la collaborazione rischia di interrompersi se dovesse cambiare il quadro giuridico che consente a forze militari straniere di operare in Iraq. 

Iraq: il Comandante Generale dell'Arma Giovanni Nistri, alla presenza dell'Ambasciatore d'Italia, incontra Primo Ministro e Ministro dell'Interno iracheni e saluta #Carabinieri e personale impegnato a Baghdad ed Erbil. Infine, visita ai CC in EAU. #ForzeArmate #UnaForzaperilPaese pic.twitter.com/PmurVw8Ul0

— Arma dei Carabinieri (@_Carabinieri_) December 29, 2019

Già prima del bombardamento costato la vita a Soleimani, il parlamento iracheno, sull'onda della spinta emotiva innescata dai raid aerei americani del 29 dicembre era orientato ad approvare il progetto di legge sul ritiro delle forze straniere dal Paese. L'eventuale entrata in vigore della norma significherebbe con ogni probabilità la fine della presenza della Coalizione e di tutte le attività e i progetti in cui sono coinvolti anche i carabinieri, come la missione Euam dell'Unione Europea per la riforma del settore della sicurezza pubblica; la missione Nato di sostegno nella lotta allo Stato islamico “Inherent Resolve/Prima Parthica” in cui sono impegnati oltre 150 carabinieri. 

Mahdi, hanno riportato fonti presenti all'incontro, aveva ammesso con Nistri che la repressione sanguinosa delle proteste nel Paese da parte delle forze di sicurezza locali era da considerarsi il frutto di un uso eccessivo ed improprio della forza contro i manifestanti. La cause, secondo il premier, vanno ricercate sia nel fatto che le forze si sicurezza sono preparate a contrastare minacce come lo Stato islamico ma non per la gestione dell'ordine pubblico sua nella pesante infiltrazione tra le stesse forze di sicurezza di criminali interessati ad alimentare una strategia della tensione, fomentando caos e disordini attraverso omicidi, rapimenti e violenze generalizzate. 

Al generale Nistri, il capo del governo iracheno aveva assicurato di aver impartito istruzioni chiare e precise alle forze di sicurezza, sottolineando l'esigenza di garantire il diritto a manifestare e, soprattutto, di vietare l'uso di armi da fuoco contro i manifestanti. Mahdi ha inoltre ammesso che "ulteriore causa degli incidenti" è conseguente all'impreparazione delle forze di sicurezza a fronteggiare manifestanti, armati di moloto e fionde, determinati a creare e alimentare il caos.

Ora, ha detto Mahdi a Nistri, l'esigenza non è più quella di combattere lo Stato islamico, considerato un nemico sconfitto, ma gestire la crisi politica e sociale e per tale motivo ha chiesto che l'Italia prosegua voi Carabinieri il proprio impegno nelle attività di addestramento e formazione. Il premier iracheno ha chiesto espressamente il sostegno italiano nella formazione dei futuri addestratori, ufficiali e sottufficiali di una unità di polizia specializzata nel mantenimento dell'ordine pubblico.

 Nistri, da parte sua, ha ricordato i corsi di formazione per addestratori tenuti dai carabinieri a Vicenza e ha stabilito con Mahdi di valutare la possibilità di una missione a Baghdad con il compito di dare il via alla richiesta formazione. Sempre che il parlamento iracheno non decida di tenere per sempre le forze straniere fuori dal Paese.