Cosa sta succedendo in Libano

Lorenzo Forlani

A differenza di quanto accaduto nel 2011, quando milioni di cittadini arabi erano insorti contro le diverse autocrazie militari diffuse in Medio Oriente, la protesta in corso da 13 giorni in Libano è stimolata soprattutto da ragioni economiche e sociali, che includono il preoccupante allargamento della forbice di ricchezza tra le diverse fasce della popolazione e un altissimo livello di corruzione. Oggi, travolto dalle proteste antigovernative, il presidente libanese Saad Hariri, ha presentato le sue dimissioni. Il premier ha convocato la stampa per annunciarlo: "Non voglio mentirvi, ho raggiunto un vicolo cieco... E sto andando al palazzo al-Baabda per sottoporre le dimissioni di questo governo al presidente", il generale Michel Aoun. "Nessuno è più importante del Paese". 

 

La situazione economica in Libano

Il Libano assicura un tenore di vita paragonabile ai Paesi europei a chi ha un reddito alto ed è inserito all'interno delle oliate logiche clientelari; allo stesso tempo soffre di una drammatica carenza di servizi pubblici e infrastrutturali, che fanno vivere gran parte della popolazione - circa metà di essa vive sotto la soglia di povertà relativa - in condizioni difficili.

L'afflusso di circa 1,4 milioni di rifugiati siriani in un Paese esteso come l'Abruzzo, con meno di 5 milioni di abitanti, con infrastrutture carenti e un mercato del lavoro sempre meno sano, non ha fatto altro che aggravare la già preoccupante situazione. Alcuni numeri aiutano a capire le ragioni della rabbia sociale: secondo recenti stime Onu, l'1% della popolazione detiene circa il 25% del reddito nazionale, e nel 2017 il 20% dei depositi bancari era concentrato in circa 1600 conti correnti (lo 0,1% del totale dei conti correnti).

Se è noto che il Paese dei Cedri ha uno dei debiti pubblici più alti al mondo - cresciuto del 2000% dal 1990, con un rapporto debito/Pil del 150% e interessi sul debito altissimi -, meno noto è forse il livello di profitti delle sue banche commerciali, le quali peraltro detengono gran parte del debito stesso e in molti casi sono di proprietà di alcuni facoltosi politici o dei loro familiari. Nel 2017 i profitti complessivi della Audi Bank hanno raggiunto i 560 milioni di dollari, mentre quelli della Blom Bank i 731 milioni. Si tratta di cifre superiori a quelle fatte registrare nello stesso anno da istituti come Standard Chartered, tra i principali del Regno Unito.

I profitti in aggregato dei primi 14 istituti di credito libanesi costituiscono circa il 4,5% del Pil nazionale: una percentuale che nel Regno Unito è dell'1%, in Germania dello 0,2% e negli Stati Uniti dello 0,9%. Il sistema fiscale libanese si basa quasi esclusivamente sulla tassazione indiretta, quella applicata ai beni di consumo: si tratta di tasse che per loro natura sono regressive, colpendo allo stesso modo chi ha un reddito alto e chi ne ha uno bassissimo. Circa il 60% delle entrate fiscali del Paese è costituito dal pagamento dell'Iva.

I motivi della protesta

I motivi più visibili della protesta riguardano le infrastrutture, che precludono a milioni di libanesi una esistenza normale: la rete elettrica - Electricità du Liban, indebitata per miliardi di dollari - copre soltanto il 65% del fabbisogno, motivo per cui lo Stato non riesce ancora a garantire alla popolazione la corrente elettrica 24 ore su 24.

A Beirut i blackout programmati vanno dalle 3 alle 6 ore al giorno, fuori dalla capitale si arriva invece anche a 12 ore senza elettricità. Chi può permetterselo, copre le ore di "buco" acquistando un generatore, finendo così per alimentare un business gestito da soggetti (in questo caso vicini a Jumblatt, leader druso del Partito socialista progressista) che hanno interesse nel mantenimento del precario status quo. Anche l'approvvigionamento idrico è un problema - in alcune aree costiere della capitale l'acqua della doccia è salata - solo parzialmente lenito dalla presenza di due navi cisterna turche "parcheggiate" sulla costa libanese.

A chiunque si trovi in Libano non può sfuggire, poi, l'emergenza rifiuti, che nel 2015 stimolò una prima rabbiosa protesta della popolazione, riunita attorno al movimento della società civile "You stink" (Voi puzzate): il problema, sorto ormai 7 anni fa, non è stato mai risolto. Anzi, in alcuni frangenti si è aggravato, soprattutto dopo la chiusura di alcune discariche, e l'apertura di quella di "Costa brava", sulla spiaggia che lambisce l'aeroporto, che due anni fa provocò anche alcuni problemi di sicurezza (i gabbiani che volavano sopra i rifiuti "sconfinavano" spesso sulle piste di atterraggio).

Infine, la logica del "wasta". Tradurlo con "raccomandazione" non renderebbe l'idea del radicato meccanismo clientelare che sottende, insito nel sistema confessionale libanese: chi cerca lavoro in Libano - dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 40%, cifra che cresce moltissimo se si considerano i non contrattualizzati - nella quasi totalità dei casi deve conoscere qualcuno che lo metta in contatto col politico cristiano, sunnita, sciita, druso (a seconda dell'appartenenza del "richiedente"), che cercherà una occupazione per lui in cambio di una implicita (o esplicita) promessa di "fedeltà". Semplificando, un voto di scambio, che finisce indirettamente per rafforzare la legittimità dell'establishment, oggi integralmente sotto accusa.