Cosa succederebbe se saltasse il Jobs Act?

“Se il centrodestra tornerà al governo aboliremo il Jobs Act”, la dichiarazione di Silvio Berlusconi a Radio Anch’io ha riacceso il dibattito sulla disciplina legata ai licenziamenti contenuta nel decreto legislativo 23. (Reuters)

di Fabrizio Arnhold

Il lavoro al centro della campagna elettorale. “Se il centrodestra tornerà al governo aboliremo il Jobs Act”, la dichiarazione di Silvio Berlusconi a Radio Anch’io ha riacceso il dibattito sulla disciplina legata ai licenziamenti contenuta nel decreto legislativo 23. Come cambierebbe il mercato del lavoro nel caso di abolizione della misura voluta dal governo Renzi?

Si tornerebbe alla legge Fornero

La Lega vorrebbe abolire la legge Fornero sulle pensioni ma nel caso di cancellazione del Jobs Act, si tornerebbe ancora alla legge Fornero, quella che aveva già attenuato gli effetti dell’articolo 18, introducendo il licenziamento individuale per motivi economici oggettivi fino ad un massimo di cinque addetti. Con un indennizzo fino a 24 mesi e una disciplina sul reintegro diversa da quella attuale che lo prevede soltanto per i licenziamenti per motivi discriminatori.

Aumenterebbero le cause

La modifica del Jobs Act, inevitabilmente, farebbe aumentare le controversie tra aziende e lavoratori, favorendo le prime nella disputa. Si andrebbe a toccare la flessibilità in uscita prevista dal contratto a tutele crescenti ma soltanto per le nuove assunzioni e non per chi ha un vecchio contratto nelle aziende con più di 15 addetti. Insomma, il centrodestra vorrebbe abolire la legge Fornero per la parte relativa alle pensioni ma, di fatto, la reintrodurrebbe per quanto concerne la disciplina del lavoro.

I costi del licenziamento

Secondo Marco Leonardi, consulente di Palazzo Chigi, “così manca la certezza sui costi del licenziamento. Un attacco pesantissimo alle imprese. Una figuraccia inaudita per l’Italia, di cui si certifica la mancata credibilità a livello internazionale se ogni due anni si cambiano le leggi”. Giulio Cazzola, giuslavorista e parlamentare del gruppo Misto, ma eletto con il Popolo della Libertà nel 2013, si dice sconcertato dalle dichiarazioni di Berlusconi. “Un oltraggio alla memoria di Marco Biagi e un passo indietro clamoroso”, commenta Cazzola. Nel 2003 il governo Berlusconi tentò di cancellare l’articolo 18, senza riuscirci, anche a causa dello sciopero generale indetto dai sindacati. Ci è riuscito l’esecutivo Renzi, ma soltanto per i nuovi contratti.