Cose da vedere (e sentire)/2: "Qui rido io" di Mario Martone

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Tra i suoi tanti meriti (è un film bellissimo, e bravissimo è il regista Mario Martone) “Qui rido io” illustra in modo sapiente, e divertente, senza spocchia erudita, il rapporto sempre controverso tra il teatro popolare e il teatro più accademico, o meglio, quello che sfoggia maggiori pretese di eccellenza culturale. I due contendenti, le due personificazioni di questi due modelli di spettacolo sono rispettivamente, Eduardo Scarpetta, cui il film di Martone è dedicato, e Gabriele D’Annunzio, divisi nei primi anni del Novecento da una disputa giudiziaria incentrata sulla comica versione scarpettiana della seriosa opera dannunziana “La figlia di Iorio”.

Fu ilare “parodia”, come sosteneva Scarpetta, o fraudolenta e brutale “contraffazione”, come categoricamente affermavano i legali di D’Annunzio? Scarpetta, grazie anche a un’arringa strepitosa che nel film viene recitata e anch’essa parodizzata da Servillo, vinse la causa (sostenuto nientemeno che da Benedetto Croce). Ma resta l’irriducibile contrasto tra la scena popolare, saporita, anche greve e deliberatamente bassa e volgare di un teatro che sia in sintonia con i sentimenti e le emozioni di un pubblico decisamente non sofisticato, e un teatro colto e aulico, che sfida il pubblico per metterlo all’altezza della rappresentazione. Un contrasto che attraversa ancora potentemente l’universo dello spettacolo, fomentando divisioni e rivalità e duelli talvolta feroci. E non c’è sempre un Servillo a buttarla provvidenzialmente nel virtuosismo comico.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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