"Così ci estinguiamo"

25/02/2020 Milano, Emergenza Coronavirus: alcune attivita' commerciali in zona Navigli hanno deciso di chiudere fino a data da destinarsi. Altre attività hanno ridotto l'orario di apertura (Photo: Agf)

L’argine della sopportazione si rompe quando dalle strutture radicate nella zona rossa scatta l’alert: “Così ci estinguiamo”. È mercoledì pomeriggio. Il messaggio piomba ai piani alti delle associazioni delle imprese, ma anche delle banche e dei sindacati. I vertici di Confindustria, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Legacoop, Rete Imprese, Abi, Cgil, Cisl e Uil decidono che non si può più tergiversare. Parte un giro di telefonate che si prolunga fino a stamattina, quando viene lanciato il fumogeno politico al governo: “Ora basta, fate ripartire subito le attività”. Il segnale dice della volontà di entrare in una partita che conta - quella del che fare - per orientarla, darle una scossa, perché la partita, così come la sta impostando il governo, è lenta e fiacca. L’esecutivo coglie il segnale. Le agende dei ministri si scompaginano per lasciare spazio a un possibile vertice con le parti sociali. Da farsi prima di dare un via libera in autonomia ai due decreti che contengono la risposta all’emergenza.

È insolito trovarsi dinanzi a un fronte che in poche ore decide di costituirsi tale, unendo sensibilità e interessi diversi, ma se ben dieci associazioni e organizzazioni hanno deciso così è perché tutti sono alla presa con la conta dei danni provocati dalla diffusione di un virus che non è quello analizzato nei laboratori. Sì, quella è l’origine, ma nel grido di dolore lanciato all’esecutivo quella che si delegittima è la scelta di aver soffocato in un cordone il Nord che macina 1/3 del Pil nazionale. E quindi imprese che chiudono, posti di lavoro che saltano, tutti i settori produttivi che rallentano, si inceppano, vanno in emorragia. L’ultimo conto lo presenta Alitalia: cassa integrazione straordinaria per quattromila lavoratori. 

La parola chiave che fa da pilastro al messaggio è “normalizzazione”. Ma tutto il messaggio è puntellato di riferimenti che rimandano all’approccio iniziale del governo, quello del tampone per tutti, della chiusura totale delle attività, di una parte dell’informazione sfociata nell’allarmismo che non si è riusciti a gestire. Il punto è qui. Se sugli altri aspetti, l’esecutivo ha fatto retromarcia o comunque cambiato strategia, sull’economia manca il segnale. La questione è doppia perché riguarda sì il confinamento e la sterilizzazione di un pezzo cruciale per il Pil del Paese, ma anche una risposta, che così come anticipata dai ministri economici, non è sufficiente. In poche parole: per imprese, banche e sindacati, il governo non ha ancora dimostrato nei fatti di voler uscire dalla logica emergenziale della zona rossa e di mettere sul tavolo dei provvedimenti che devono necessariamente allargare la visione, abbracciando la coda velenosa del rischio di una recessione. Vogliono la prova del nove per validare l’affermazione di Giuseppe Conte che da Napoli, in serata, al termine del vertice italo-francese, dice: “L’Italia non si può paralizzare”. 

Il messaggio che a catena parte dal territorio contagiato, passa dal cervellone del sistema produttivo, e precipita sulla scrivania del governo, ha un suo punto di caduta nella reazione dello stesso esecutivo. Il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli rompe gli indugi e risponde con le misure che confluiranno nel prossimo decreto, quello che completerà il quadro delle misure per la zona rossa. Dentro ci sarà il potenziamo del Fondo per le piccole e medie imprese, che viene portato da circa 600 a 750 milioni, con priorità automatica e accesso senza oneri alle imprese nella zona rossa. Troverà posto anche lo stop dei pagamenti di premi assicurativi, bollette di gas, luce e acqua e delle rate dei mutui per imprese e famiglie. Ci sarà anche la proroga dell’entrata in vigore delle procedure di allerta per tutte le piccole e medie imprese e più tempo per accedere ai bandi del Mise. Il titolare del Tesoro Roberto Gualtieri, che coordina la strategia economica, respinge l’allarmismo e dice che l’Italia è pronta a usare gli spazi di flessibilità che darà l’Europa.

Ma è il secondo decreto quello che il sistema produttivo ha puntato. Lì ci sarà la risposta per tutte le imprese colpite dal coronavirus, anche al di fuori della zona rossa. Lì dovrebbero trovare posto gli indennizzi, ma i lavori sul provvedimento sono ancora all’inizio. Per questo la strategia è in due step e per questo potrebbero tenersi due Consigli dei ministri. Il primo probabilmente sabato, per dare il via libera al decreto emergenziale. Il secondo ancora non è in calendario. Prima, però, imprese, banche e sindacati si aspettano di essere convocate a palazzo Chigi. L’appuntamento non è ancora in calendario, ma è nell’aria. La convocazione diventa un elemento dirimente per capire se il governo porterà dalla sua il mondo produttivo, cogestendo la partita, oppure se farà da solo perché impossibilitato a soddisfare il livello delle richieste della controparte. Quello che è certo è che chi oggi ha scritto “ora basta” vuole dire la sua sul proprio destino. 

 

 

 

 

 

 

 

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