Costretta a girare nuda dal personale della prigione, si suicida a 21 anni

Katie Allan (foto: Facebook)

La prigione è uno strumento in mano allo Stato per punire chi si macchia di gravi reati, in un tentativo – a volte reale, a volte fittizio – di mettere ordine nella mente del condannato e restituirlo alla società ripulito da tutti i cattivi pensieri. Oppure, come nel caso della scozzese Katie Allan, è un luogo di vergogna e di morte.

Katie, 21 anni, si è suicidata all’interno del carcere di Polmont, in quel di Falkirk. Oltre a uno stato depressivo latente per via del reato compiuto, la ragazza aveva dovuto sopportare un terribile, umiliante e degradante rituale carcerario: camminare nuda davanti a tutte le altre detenute, costretta a fare ciò – secondo la famiglia – dalle guardie carcerarie.

La giovane era entrata in prigione per scontare 16 mesi di reclusione, ottenuti dopo aver investito un ragazzo di 15 anni con l’auto, mentre era ubriaca decisamente sopra i limiti. In quell’occasione fu condannata anche per omissione di soccorso e resistenza a pubblico ufficiale, visto che stava cercando di scappare dalla polizia. La pena iniziale non era stata mai messa in discussione ma la ragazza e la famiglia avevano richiesto più volte la riduzione e dunque la scarcerazione, per via della buona condotta e del sincero pentimento che provava, soprattutto riguardo al giovane investito (che ora gode di ottima saute).

Durante le visite alla ragazza, la famiglia aveva notato in lei un elevato stato di stress, con la perdita di capelli e sintomi di una depressione in corso. Al momento della morte sono state trovate ferite compatibili con pratiche di autolesionismo. Katie aveva raccontato di essere stata vittima di bullismo da parte delle altre detenute.

Ai quotidiani locali e nazionali i genitori hanno detto queste parole: “Era stata presa di mira dalle altre detenute per il suo carattere mansueto. Avevamo denunciato il suo stato di salute agli ufficiali penitenziari e siamo venuti a sapere che sarebbe stata trasferita nella prigione per adulti, quando invece avrebbe meritato uno sconto di pena. Katie era terrorizzata“.

La storia di Kate Allan arriva poco dopo le recenti novità sul caso Cucchi, in Italia. Due paesi diversi, ma due facce della stessa medaglia: quella di un sistema carcerario e di custodia nel quale purtroppo avvengono troppi abusi.

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