"Covid è come Everest", parla il medico italiano che ha curato Boris Johnson

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"Mai come Covid-19. Non ci sono paragoni recenti in termini di numeri. Nel Regno Unito abbiamo avuto casi straordinari come l'influenza del 2017, e quella del 2009-2010", l'anno della pandemia da virus A/H1N1. "Allora ci sembrava un picco enorme. E invece in confronto al coronavirus Sars-CoV-2 era un piccolo gnomo. Una piccola montagna rispetto all'Everest. Quindi sì, è vero: non l'abbiamo mai vissuta una cosa simile". A parlare all'Adnkronos Salute è Luigi Camporota, medico italiano di origini calabresi che fa parte dell'équipe di terapia intensiva del St Thomas' Hospital di Londra, l'ospedale e il reparto in cui è stato ricoverato per Covid anche il primo ministro britannico Boris Johnson ad aprile 2020, prima ondata del nuovo coronavirus.

Per far capire la portata del problema, Camporota cita i dati dell'Ecmo, la macchina che mette a riposo cuore e polmoni e si usa per i pazienti gravissimi con necessità di un supporto importante alle funzioni vitali. "Il servizio Ecmo dell'Inghilterra ha avuto circa 4.300 richieste, tantissimo rispetto a un anno ordinario", spiega lo specialista che è direttore Ecmo in uno dei 5 centri di riferimento nazionale, che è quello del Guy's and St. Thomas 'NHS Foundation Trust. "Nella mia struttura nell'ultimo anno siamo arrivati più o meno a mille richieste, solitamente sarebbero intorno a 200. Quindi sono quintuplicate rispetto alla normalità".

In questi giorni nel Paese c'è entusiasmo per gli oltre 20 milioni di britannici che hanno ricevuto almeno una dose di vaccino. Camporota rimane cauto: "Adesso - osserva - è importante capire da un lato l'effetto dell'allentamento del lockdown nazionale, dall'altro proprio l'effetto del vaccino. In terapia intensiva ci vuole di più per percepirlo in termini di impatto sull'attività del reparto e il numero di ricoverati. Bisognerà prestare attenzione alle nuove varianti di Sars-CoV-2: speriamo che il virus non muti così tanto da rendere la vaccinazione inefficace. In questo momento non ci sono dati che indichino questo e la cosa rasserena".

In Gb la seconda ondata è stata "peggiore della prima, molto più prolungata. Ma ora la mortalità in generale per i pazienti in terapia intensiva si è ridotta", osserva il medico 49enne. "Non saprei dire se hanno pesato di più i trial clinici sugli steroidi (che usavamo anche prima perché c'era questa idea di Covid grave come una malattia infiammatoria) e tocilizumab, il fatto di aver acquisito tanti ventilatori, l'organizzazione che abbiamo messo in piedi nella prima ondata di Covid e che è rimasta. Per dare un'idea noi a livello locale di norma abbiamo 75 posti letto in terapia intensiva. Quest'anno siamo dovuti salire a 215 pazienti ventilati. E' una grossa espansione".

Camporota si guarda indietro. Dei giorni in cui nel suo reparto era ricoverato il Prime Minister non si lascia sfuggire neanche una parola. Del resto il camice bianco calabrese trapiantato a Londra, dove vive con la moglie inglese, lavora in un ospedale che si trova "proprio di fronte al Parlamento", in linea d'aria. "Ci divide solo il Tamigi", sorride. "Dalla terapia intensiva vediamo il Big Ben, che sta per essere ripristinato alle sue glorie passate". Quindi, "l'idea che una 'very important person' possa venire da noi non è estranea alla nostra mentalità. Lavoriamo con l'idea di fare il meglio per tutti", spiega. L'intensivista invece ripensa alla strada percorsa dalle prime settimane della pandemia di Covid a oggi, ricorda "la pressione di dover aumentare i posti letto, recuperare le attrezzature, ventilatori, sistemi da infusione, farmaci. C'era bisogno anche di medici e infermieri".

Ma Camporota ricorda anche "il grande sentimento di coesione che ci ha fatto lavorare molto bene insieme: chirurghi vascolari venivano ad aiutarci in terapia intensiva per mettere gli accessi venosi, gli otorini facevano tracheostomie, gli studenti di medicina pronavano i pazienti. E' incredibile, poi, quanta burocrazia sia stata eliminata. In un weekend abbiamo creato un sistema di riferimento elettronico nazionale per il sistema Ecmo, ci avevamo messo 3 anni per concepirlo e cercare di lanciarlo. Nell'emergenza, il venerdì ci siamo seduti attorno a un tavolo e lunedì era già online". Infine "il supporto delle persone. Ogni giovedì veniva fatto un applauso pubblico per il servizio sanitario nazionale Nhs, alle 8 di sera nelle strade lo si poteva sentire e faceva piacere".

La seconda ondata è stata diversa: "C'era fra i sanitari chi pensava che in due-tre mesi l'emergenza Covid si sarebbe risolta, gli infermieri lavoravano senza tregua nei mesi difficili con l'idea che sarebbe finita nel giro di poco. Ma poi è arrivata la seconda ondata e questa stanchezza della popolazione e di chi deve curare si è sentita di più". Londra ha dovuto fare i conti con la variante inglese. Qual è stato l'impatto sulle terapie intensive? "Ovviamente ci sono stati pazienti con varianti nel periodo post natalizio, però in realtà per la terapia intensiva non è cambiato nulla. Dove lavoro io abbiamo in cura i pazienti già gravi, difficile distinguere se è per effetto della variante o no". E sull'afflusso dei pazienti lo stesso, spiega l'esperto, è difficile dire se" dopo il picco "la riduzione dei ricoveri si sia posticipata per via della variante".

I medici spesso parlano della pandemia di Covid-19 come di una guerra e "forse è vero - conclude Camporota - almeno sul fronte dell'organizzazione che abbiamo dovuto mettere in campo. Il gergo usato nei meeting giornalieri parla chiaro: strategie, tattiche, operazioni. Tutto questo si può paragonare a una modalità di tipo militare. E non l'avevamo vista prima nel servizio sanitario nazionale. E' stato impegnativo" affrontare questo anno di pandemia. "Però ce l'abbiamo fatta. E adesso guardiamo con attesa ai prossimi mesi". (di Lucia Scopelliti)