Covid, come si diffonde negli ambienti al chiuso: gli studi

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coronavirus luoghi chiusi
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Perché nei luoghi chiusi è più facile contrarre il Coronavirus? come si diffonde? Sono due domande a cui hanno cercato di fare chiarezza due ricerche pubblicate entrambe sulla rivista “Physics of fluid”. Si tratta di due ricerche che seppure hanno in comune lo stesso obiettivo, cercano di analizzarlo partendo da due oggetti di analisi differenti.

La prima ricerca parte dell’analisi della nube di particelle che vengono emesse con la tosse e come è possibile bloccare questa diffusione indossando correttamente la mascherina. La seconda invece, ha monitorato il percorso che fanno gli aerosol infetti in una stanza arieggiata in modo scorretto e senza la presenza di aria condizionata, dando quindi in questo secondo caso importanza ad una stanza la cui aria deve essere costantemente cambiata per poter garantire un flusso di aria pulita ogni volta. Una fase fondamentale quest’ultima che permette di ridurre di molto i rischi.

Come si propaga il Coronavirus nei luoghi chiusi

Lo confermano due studi pubblicati sulla rivista Physics of fluid. Indossare correttamente la mascherina e ricambiare l’aria con la giusta frequenza sono una soluzione efficace per prevenire i contagi. Si tratta di due cercano entrambi di indagare su come possa il Coronavirus diffondersi nei luoghi chiusi. Risulta tuttavia differente l’oggetto di analisi dal quale questi studi partono. Il primo si focalizza sul movimento che fanno le particelle esalate a partire da un colpo di tosse, mentre il secondo analizza l’incidenza che ha l’aerosol infetto in una stanza arieggiata scorrettamente.

I dati emersi dal primo studio

Ciò che è emerso dalla prima ricerca condotta da due ricercatori di Bombay è a dir poco impressionante. I droplet esalati dal colpo di tosse rimangono sospesi per aria per circa 5-8 secondi. Trascorso questo lasso di tempo le particelle si disperdono. Arrivati a questo punto non ci è difficile intuire perché le mascherine risultino fondamentali nella prima fase in quanto in grado di controllare la dispersione delle particelle. Un punto fondamentale che è stato posto anche da uno dei due scienziati: “Qualunque cosa riduca la distanza coperta dalla nube, come una mascherina, un fazzoletto o tossire nell’incavo del gomito, dovrebbe assottigliare di molto anche la regione sulla quale i droplets si disperdono”.

Il risultato del secondo studio

Di un team di ricercatori dell’Università del Nuovo Messico è il secondo studio che ha analizzato come mantenere l’aria correttamente arieggiata porti ad una diminuzione di droplet che circolano in una stanza chiusa. C’è di più. La distanza di un metro potrebbe non bastare. In questo senso è necessario aprire le finestre per permettere a circa il 70% dei droplet di fuoriuscire, riducendo di molto le possibilità di contagio.