Covid e non solo. Perché l'Italia sta messa meglio degli altri

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- (Photo: getty - our world in data)
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Agli occhi degli osservatori internazionali, l’Italia sta meglio, anzi sta bene. Il nostro tasso di mortalità per Covid è ora tra i più bassi d’Europa e i contagi stanno scendendo, mentre tutta la penisola è zona bianca. Nessun temuto picco di positivi si è verificato dopo la ripresa dell’anno scolastico e il rientro in ufficio, dopo l’entrata a regime dei trasporti e delle attività lavorative a contatto con il pubblico. Ma quali sono le ragioni e i numeri del primato italiano? Vediamoli nel dettaglio.

L’ultimo report dell’Istituto Superiore di Sanità mostra che l’Rt, indice di replicazione dell’infezione, rimane a 0,83, ovvero “sotto la soglia epidemica”. Bassa anche l’incidenza dei positivi sulla popolazione: 34 ogni 100 mila abitanti, ben al di sotto della soglia critica di 50. In calo anche i posti letto occupati in terapia intensiva come nei reparti ordinari. Una fotografia rispecchiata dagli ultimi bollettini Covid: l′11 ottobre, per esempio, si sono registrati 1.516 nuovi casi e 34 decessi, con 114.776 i tamponi effettuati e un tasso di positività pari all′1,32%. Così sono caduti i limiti di capienza di musei, teatri, cinema, sale da concerto, si è ridimensionato quello di stadi e palazzetti dello sport, le discoteche hanno riaperto i battenti con capienze limitate.

Insomma: venti mesi fa siamo stati i primi ad essere colpiti dalla pandemia, oggi Mario Draghi può affermare che “per merito dei vaccini, la fine della pandemia è in vista. La cooperazione tra governi e imprese ha dimostrato di poter salvare vite umane”.

Gli scienziati e gli osservatori internazionali sembrano essere concordi.

Secondo il sito del governo, la percentuale di popolazione italiana over 12 che ha completato il ciclo vaccinale ha ormai superato l′80%, mentre il Financial Times ci battezza vincitori. “La crescita in Italia ha avuto il più grande miglioramento di qualsiasi altro paese del G7 negli ultimi cinque mesi” grazie a un robusto programma di vaccinazione e all’introduzione del Green pass, scrive il quotidiano, citando uno studio del Consensus Economics. L’elevata percentuale di vaccinati, riporta il Ft, ha consentito “la riapertura delle attività” e aumentato i consumi delle famiglie, pari al 5,5% nel secondo trimestre. Anche gli investimenti sono “in forte espansione”, riporta il giornale della city, citando Emma Marcegaglia, mentre l’export è “cresciuto del 4% rispetto allo stesso periodo del 2019″.

L’Italia non conquista il primato assoluto delle immunizzazioni: a livello mondiale, il Paese che ha vaccinato di più con ciclo completo è il Portogallo. Anche lì i contagi sono in discesa (327 nuovi casi comunicati nelle ultime 24 ore, su una popolazione di circa 10 milioni di persone; il numero di tamponi non è pervenuto, ndr) e dal 1° ottobre molte restrizioni anti-Covid sono state revocate. E anche lì le previsioni di crescita sono riviste al rialzo dal governo nel progetto di bilancio statale per il prossimo anno: l’economia del Portogallo dovrebbe rimbalzare del 4,8% quest’anno e del 5,5% nel 2022, dopo la storica recessione dell′8,4% causata dalla pandemia da Covid. Questo recupero dovrebbe permettere al Pil del Paese di tornare “dal 2022” al livello precedente alla crisi sanitaria, secondo il ministro delle Finanze, Joao Leao. La legge finanziaria del governo di Antonio Costa mantiene l’obiettivo di ridurre il deficit pubblico al 3,2% del Pil nel 2022, rispetto a uno squilibrio del 4,3% quest’anno. Il debito pubblico dovrebbe invece essere ridotto al 122,8% del Pil l’anno prossimo (dal 126,9% di quest’anno), mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe scendere al 6,5% nel 2022, che sarebbe il livello più basso dal 2003.

Insomma: digressioni lusitane a parte, ciò che più ci interessa è che l’economia italiana parrebbe seguire una proporzionalità inversa rispetto alle cifre della curva epidemiologica, ancora grazie ai vaccini. “Adesso in Italia abbiamo una percentuale di vaccinati molto alta e quindi finalmente siamo riusciti a mettere il Covid nel recinto. Che cosa significa? Non significa che il virus andrà via, ma che si sta endemizzando, quindi che sta passando dalla fase pandemica ‘di attacco’ alla fase di circolazione virale ‘sottotraccia’. Tirerà ancora qualche calcio questo inverno, ma la vita può tornare alla normalità. Questo virus si comporterà come un’influenza”, ha detto fiduciosa la virologa Ilaria Capua durante l’ultima puntata della trasmissione “diMartedì” su La7. La professoressa e direttrice del Centro di Eccellenza One Health dell’Università della Florida ha proseguito spiegando che “i fenomeni pandemici hanno una fase di attacco violento dove trovano tutti i semafori verdi, perché le persone non hanno anticorpi, non hanno strumenti per proteggersi. Gli unici che avevamo erano appunto le mascherine e il distanziamento sociale. Ora non possiamo allentare la guardia, ma possiamo dire che sappiamo di avere degli strumenti adesso il virus si trova tutti semafori rossi riusciti a confinarlo”.

“Vediamo chiaramente la luce in fondo al tunnel, ma con la pandemia dovremo convivere ancora a lungo... Vaccinare tutta la popolazione, inclusi i guariti, dai 12 anni in su, individuare i positivi con l’attività di testing e tracciare i contatti. Ma non basta: se il vaccino è la patente e i tamponi sono la cintura di sicurezza, serve comunque un guidatore prudente. Questo significa, fuor di metafora, rispettare le norme di prevenzione nei luoghi chiusi, a partire dall’uso della mascherina”. ha detto Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas e presidente della Fondazione Humanitas per la Ricerca, in un’intervista al Corriere della Sera.

Il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco dice che “dobbiamo ancora stringere i denti, immaginando questo inverno come l’ultima battaglia rispetto a possibili recrudescenze legate al fatto che si inseriscono tutti gli elementi di rischio: riaperture, scuola aperta, lavoro in presenza, un distanziamento sempre meno attuato. Quindi io penso che ci potrebbe essere un’altra ‘ondina’” di Covid-19, però ritengo che la primavera ci porterà fuori dall’emergenza”. Tuttavia, chiarisce lo scienziato, “non ci sarà una dichiarazione di fine pandemia, ma una convivenza sempre più civile con il virus, un’accettazione di una quota di malati che potremo governare sempre meglio grazie alle terapie che stanno emergendo e la fine dell’aspetto emergenziale”.

Non mancano i dubbi. Il sociologo Luca Ricolfi sulle pagine del Messaggero resta cauto sul cantar vittoria italiano contro il Covid. Nonostante i dati su mortalità e ospedalizzazione siano ottimi - sostiene - essi vanno confrontati con quelli dell’autunno scorso.

“Come stanno andando le cose rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso? Un pochino peggio, perché rispetto a 12 mesi abbiamo circa il doppio dei morti e dei contagiati. E questo nonostante il vaccino, nonostante il Green Pass. Come è possibile? Semplice: la variante delta, che ha un tasso di riproduzione molto più alto di quello della variante prevalente all’esordio della pandemia, ha un impatto sulla diffusione del virus che controbilancia l’impatto del vaccino sulla letalità”.

Scettico anche Andrea Crisanti, direttore Dipartimento di Microbiologia Molecolare Università di Padova. “Oggi in Italia abbiamo 30-40 decessi al giorno per Covid e abbiamo un numero ridicolo di contagi, evidentemente c’è una discrepanza ingiustificabile”, ha detto lo scienziato intervenendo ieri su Radio 24. Crisanti ha proseguito: “In tutti gli altri paesi d’Europa e del mondo c’è un rapporto di uno a mille rispetto ai numeri dei casi e dei decessi, quindi dovremmo avere anche noi un numero molto più grande di contagi e non si capisce questa situazione”.

Il microbiologo ha spiegato che “in genere bisogna prendere il numero di decessi, dividerlo per due e moltiplicarlo per 1000, quindi avendo tra i 30 e 40 decessi avremmo tra i 15mila e i 20 mila contagiati in Italia”, quindi un numero almeno 5 volte superiore a quello comunicati nei bollettini Covid del ministero della Salute. Quindi il professore ha lanciato un monito: “La gente pensa ‘abbiamo 1000 casi, è finito tutto’, invece non è finito tutto. Quello che conta è chi fa i tamponi, se noi nel computo mettiamo tutta la gente che si fa il tampone perché deve andare a lavorare, fa il tampone per lasciapassare sociale, è chiaro che li le incidenze sono bassissime. Invece se i tamponi vengono usati, ad esempio per la sorveglianza nelle classi, il risultato è completamente diverso”.

Mentre i numeri italiani continuano a rassicurare, c’è chi nel Parlamento italiano chiede una commissione d’inchiesta per fare luce sulla gestione della pandemia di coronavirus nel nostro Paese. Mentre notizia di oggi è che nel Regno Unito, un simile report - redatto da un comitato di esperti e parlamentari di ogni schieramento e presieduto dagli ex ministri conservatori Jeremy Hunt e Greg Clark - ha dichiarato la gestione della prima fase della pandemia come uno dei peggiori fallimenti della salute pubblica. L’approccio del governo, sostenuto dai suoi scienziati, è stato quello di cercare di gestire la situazione per ottenere l’immunità di gregge, con un ritardo nell’introduzione del primo lockdown, che è costato migliaia di vite umane. Un approccio che ha visto Italia e Gran Bretagna scegliere strade diverse. Allo stesso tempo, il report evidenzia i successi britannici nella ricerca e nello sviluppo dei vaccini, “una delle iniziative più efficaci nella storia del Regno Unito”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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