Covid, Ghelma (Asmed): per i vaccini sarà guerra tra i poveri

Red
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Image from askanews web site
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Roma, 3 mar. (askanews) - Disabilità e Covid. Un tema che, soprattutto negli ultimi mesi, è arrivato all'attenzione dell'opinione pubblica ma che ha bisogno, per poter vedere una soluzione, di un cambio culturale, partendo dalle buone prassi che si sono sviluppate, come i "DAMA" (Disabled Advanced Medical Assistance), strutture ospedaliere interamente dedicate a questo particolare tipo di pazienti. A parlarne con Askanews è Filippo Ghelma, responsabile SSD DAMA, dell'Ospedale Santi Paolo e Carlo di Milano e presidente ASMeD, Associazione per lo studio dell'assistenza medica alla persona con disabilità.

"Occorre dire subito - afferma - che nello specifico il Covid ha avuto l'effetto di far diventare patrimonio comune la questione legata alle problematiche di cura e assistenza di persone con disabilità. Ciò che spesso era invisibile ai più, cioè ad esempio l'esperienza di un ospedale vissuto come ambiente ostile per molte di queste persone, è emerso, invece, con nettezza. E' ovvio che un momento di emergenza così grande come quello che stiamo vivendo porta alla semplificazione del momento di cura ma chi paga tutto ciò è la persona con fragilità di viario genere, che avrebbe, invece, bisogno di personalizzazione della cura proprio per la sua situazione umana. Un mondo che è per lo più ignorato anche perché chi è chiamato ad intervenire sul campo è spesso impreparato a farlo. Parlo per esperienza personale. Io sono capitato ad occuparmi di medicina e disabilità quasi per caso ed ora ne ho fatto un mio scopo professionale di vita. Il Covid ha portato a galla ciò che era sommerso".

D. Quale problematica intravede, in particolare? R. "Ad esempio quello legato ai Caregiver, a coloro i quali stanno accanto al malato disabile. Si tratta di un problema atavico anche nei nostri ospedali. Debbo dire che qui si era andati avanti ma con l'emergenza pandemia ho riscontrato dei passi indietro. Eppure si tratta di una sfida, anche organizzativa, che va affrontata comunque. Un esempio bello l'ho riscontrato nel mio ospedale, qui a Milano, dove ci sono state delle dinamiche di accoglienza e di adattamento dei percorsi, direi quasi in automatico, alle volte senza l'attivazione del DAMA, per questo particolare tipo di pazienti".

D. C'è stato un gran discutere di accesso ai vaccini anti- Covid e persone con fragilità. Quale è il suo pensiero? R. "La vaccinazione sarà una guerra tra poveri. Decidere chi deve essere vaccinato prima e chi dopo è una decisione politica e non medico-sanitaria. Il disabile è ovviamente in tutto nella categoria delle fragilità, ma questo è stato tradotto, ad esempio, in Lombardia, facendo di tutt'erba un fascio. C'è grande ignoranza. Nelle stesse RSA, mi è stato riferito, di casi in cui è stato preferito vaccinare chi aveva problematiche legate all'età ma non chi risiedeva nelle RSD, cioè persone con disturbi comportamentali ed addirittura si è pensato di comprendere nella categoria dei 'disabili' solo le persone con sindrome di Down o affetti da Sla".

D. Quale criticità ha messo in particolare in luce il periodo di pandemia? R. "Le diverse ondate di pandemia hanno visto, nella prima fase, una sostanziale segregazione delle persone disabili e, quindi, dei loro familiari, tutti relegati in casa. Questo però ha comportato l'accentuazione di problemi comportamentali. Poi, finita la prima ondata, queste persone sono state semplicemente 'dimenticate' a casa e dopo un anno registro situazioni di regressione pazzesche. Noi come ASMeD abbiamo anche provato a stilare una sorta di linee guida per aiutare familiari e operatori. Soprattutto i caregiver sono i più a rischio e dimostriamo come sia possibile tracciare e prevenire la pandemia proprio partendo da chi assiste il disabile. E' un fatto che i caregiver sono gli altri grandi dimenticati di questa pandemia insieme ai loro assistiti. E' ormai noto a tutti che le categorie fragili sono quelle che rischiano di più in questa pandemia ed è aberrante che risultino poco visibili anche per una ignoranza sostanziale del problema. Non vedendoli i decisori non si mettono a studiare le risposte al problema".

D. Quale è, invece, la lezione che di può trarre da una esperienza come quella dei Disabled Advanced Medical Assistance, i DAMA? R. "Queste strutture hanno funzionato proprio grazie ad una efficienza elevatissima. Per noi non ci sono risposte preordinate alle questioni legate alla salute di un disabile ma ogni risposta va, in questi casi soprattutto, personalizzata e studiata a fondo. L'esperienza dei DAMA si stanno così espandendo in tutta Italia nelle strutture ospedaliere. Oggi ce ne sono in tutto 15 anche se soprattutto nel Nord Italia. La Regine Toscana è risultata negli anni tra le più attive. Un esempio? In un tempo di forte attenzione anche al lato della sostenibilità economica delle strutture, le nostre in Lombardia risultano tutte in attivo per quanto riguarda i budget, e questo perché usiamo bene le nostre risorse. In ospedale abbiamo, ad esempio, predisposto un centralino dedicato che facilita i contatti con le famiglie ed ha ridotto di quasi il 70% gli arrivi in pronto soccorso. Ma è tutta la struttura ospedaliera che ha vissuto con noi questa specie di cambiamento di cultura per non lasciare nessuno da solo e questo va oltre la nostra struttura di DAMA che, comunque, riesce ad operare con efficienza con soli 4 medici e 5 infermieri".

(di Giuseppe Cionti)