Covid, Gori: "Secondo picco va evitato a tutti costi"

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"Va evitato a tutti i costi un secondo picco" di Covid-19. E' il monito di Andrea Gori, direttore di Malattie infettive al Policlinico di Milano. "Il problema è che stiamo osservando una diffusione importante dell'epidemia. Milano ne è l'epicentro e questo comporta tante criticità: il capoluogo lombardo è una città da 1,5 milioni di abitanti, non un piccolo borgo di provincia, e presenta tutte le problematiche legate al fatto di essere una metropoli. Dal disagio sociale", che giocoforza è più diffuso nelle realtà più grandi, "alla difficoltà di controllare così tante persone", dice all'Adnkronos Salute.

"Non è un fenomeno isolato - osserva lo specialista - In Italia non a caso vediamo più in difficoltà in questo momento Milano, Napoli, Roma. Le aree metropolitane, come nel resto d'Europa Madrid, Barcellona, Londra, Parigi. Nel momento in cui l'epidemia parte nella metropoli è più difficile controllarla, con la maggiore densità abitativa che c'è, gli scambi mille volte più veloci e frequenti all'interno della comunità, rispetto che nel panorama esterno. Il che rende questo contesto molto pericoloso".

Ora, ragiona Gori, "il sistema ha retto, si è fatto tesoro dell'esperienza di marzo. Abbiamo piani di apertura modulare e di posti in ospedale per far fronte alle necessità dei pronto soccorso e si è riusciti ad assorbire bene e in maniera organizzata i malati, ma non può essere una giustificazione per non incidere in maniera significativa in termini di riduzione dei contagi. Se l'epidemia dilaga, nessun ospedale riuscirà a reggere il colpo. Ecco perché dobbiamo a tutti i costi evitare un secondo picco e fare sì che l'aumento dei casi sia progressivo, lasciandoci il tempo di organizzare le strutture necessarie. Se domani ci troviamo mille persone fuori dai pronto soccorso non c'è sistema organizzato che possa tenere". Cosa potrebbe aiutare in questo momento? "Covid hotel e degenze di comunità ci farebbero comodo" per alleggerire la pressione, sottolinea l'esperto.

"Il fatto che oggi gli ospedali riescano a tenere botta e curare tutti quelli che arrivano è una cosa buona, ma non sarà a tempo indefinito, se l'epidemia non si arresta - incalza il primario del Policlinico - Io sono un tecnico e devo fornire un quadro di quello che succede a chi deve prendere decisioni, e ci sono fior fiore di professionisti in Italia e in Lombardia capaci di prenderle in base ai dati che forniamo. Però quello che è sicuro è che dobbiamo fare qualche cosa perché non si arrivi a un nuovo picco. Quale sia la strategia migliore non sta a me deciderlo".

Come sta rispondendo la città alle misure e agli inviti ad allentare i contatti per togliere le gambe al virus, avanzati da più parti? "Sembra che l'appello alla coscienza e alla responsabilità civile sia stato recepito dai cittadini - osserva Gori - Vedo negli ultimi 2 giorni un po' meno gente in giro. Più che un 'autolockdown', lo chiamerei comportamento civile. Questo mi sembra corretto da parte di una città come Milano che è in grado di comprendere e di apportare il proprio contributo. Mi sembra bello". Va sempre ricordato però che "molti dei contagi avvengono in ambito familiare, per cui se chiudo il bar posso senz'altro ridurre le occasioni di infezione, ma ci deve essere una presa di coscienza dell'importanza di adottare comportamenti di protezione anche fra le mura di casa, in ambito privato. Un po' di regole, anche se è difficile. Perché in ufficio la mascherina la si indossa e si fanno le proprie ore di attività, quando si torna a casa ovviamente no. E' la sfida più complicata, ma bisogna cercare di avere il più possibile buonsenso e cautela".

"Nel giro di 3 giorni - afferma Gori - è cambiato completamente il tipo di paziente Covid che si presenta nei pronto soccorso di Milano. In maniera molto rapida abbiamo osservato un peggioramento della gravità dei malati che arrivano negli ospedali. E, fra quelli che vengono ricoverati, diversi hanno bisogno di un supporto importante in termini di ossigenoterapia. Per capirci hanno bisogno del casco Cpap, non solo di un po' di ossigeno, perché presentano un'insufficienza respiratoria grave. L'epidemia è partita da una popolazione giovanile e abbiamo avuto un 80% di contagi in ambito familiare, ora quello che sta cambiando è per esempio che l'età media dei pazienti sta decisamente salendo e conseguentemente il grado di compromissione che la malattia comporta. Un conto sono i giovani che per il 65% sono asintomatici e per il restante 35% hanno in genere sintomi più lievi, un conto sono gli anziani. Quando ci si ammala di Covid-19 in età più avanzata, le persone con estrema facilità e più frequentemente sviluppano una polmonite più grave".

In questo momento al Policlinico i ricoverati con Covid sono 12 in terapia intensiva, e 199 in tutto, su complessivi 900 letti dell'Irccs. Ai tempi della prima ondata si era arrivati a gestirne 310 in contemporanea. Attualmente alle persone che vengono intubate in rianimazione, si aggiungono una ventina di pazienti con Cpap. "I ricoveri in terapia intensiva stanno aumentando ed è segno che l'epidemia sta cambiando volto - conclude Gori - La gente è spaventata, ma in pronto soccorso ci viene quasi sempre perché ha davvero un'insufficienza respiratoria. Chi ce la fa e non sta così male sta a casa".