Covid, il Natale di Iacopo Melio in ospedale: "Un incubo"

webinfo@adnkronos.com
·2 minuto per la lettura

"Al dolore, quando si può, bisogna sempre dare una forma utile. Soprattutto adesso, quando c'è chi continua a sminuire gli incubi peggiori. Il mare di scetticismo non si arresta. Non smettiamo di pensarci, non smettiamo e stiamo attenti". Iacopo Melio, 28 anni, fondatore della onlus #vorrei prendereiltreno, che si batte per i diritti dei disabili e non solo, consigliere regionale del Pd in Toscana eletto con una valanga di preferenze (11.223 nel collegio di Firenze), ha scritto una lettera aperta sul suo ricovero per Covid nell'ospedale San Giuseppe di Empoli.

Scrive Melio: "Sono le due di notte e l'inferno sembra sceso qui, al reparto 5A3 del San Giuseppe di Empoli. Eppure questo è solo il primo dei gironi, il più sopportabile di tutti: una signora chiede dell’acqua, le infermiere da fuori la sua stanza le urlano che mancano dieci minuti alla fine della terapia, e che potranno vestirsi con lo scafandro solo fra un po’, perciò dovrà pazientare ancora con il casco dell’ossigeno; un signore è in preda alle allucinazioni e vaneggia contro il soffitto, parlando a qualcuno al piano superiore; un altro bestemmia in dialetto, e poi c’è chi si lamenta o chiede aiuto invocando Maria; chi tossisce in continuazione senza riuscire a parlare, mentre qualcuno viene portato in rianimazione perché qualcosa non va".

"E poi ci sono io che ho paura di morire - continua Melio - Che quella, la paura, ce l’ho da un anno, o meglio ad ogni bronchite, ma adesso ha raggiunto il suo massimo picco. Così cerco di non pensarci ma ci penso comunque, perché la tosse si è calmata ma non i pensieri peggiori. Perciò scrivo queste righe sulle note del telefono, per urgenza e per bisogno come faccio sempre: anche ora che mi sembra tutto impossibile, lontano e confuso. Tutti i progetti di lavoro e di vita, di famiglia e amicizia, scomparsi sotto il peso che mi schiaccia il petto, incapace di espandersi, tra costole e vertebre che prendono fuoco. Perciò scrivo, in questa prima tregua, perché soffrire per niente non ha mai senso, e allora diamogli forma a questo dolore e facciamone qualcosa. Sempre e comunque, finché si può".