Covid Italia, Clementi: "Monoclonali non spreco ma risparmio"

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"I monoclonali non sono soldi buttati via, è scorretto liquidarli dicendo che costano uno sproposito e affermare che sono utili solo per chi non sta male". A portare un altro punto di vista nel dibattito sugli anticorpi monoclonali per il coronavirus, che si è riacceso con le ultime notizie sul via libera in Italia suggellato dal decreto del ministro Roberto Speranza con cui si autorizza la distribuzione di questi farmaci, è Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell'ospedale San Raffaele di Milano, e docente nello stesso ateneo.

L'esperto interviene sulla scia delle parole di Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia dell'Azienda ospedaliera di Padova, che ha invece insistito sul concetto di "spreco" abbinato alla spesa per i monoclonali. Crisanti ha più volte ripetuto che a suo avviso i farmaci in questione sono "una fonte gigantesca di spesa e di aspettative", che "non possono essere dati a vanvera" e non va sottovalutato il nodo varianti di Sar-CoV-2, e che dei vantaggi derivanti dal loro utilizzo si può dire poco.

"Da parte mia - premette Clementi all'Adnkronos Salute - non c'è volontà di fare polemica con colleghi, ma vorrei sottolineare che è stata fatta opportunamente una battaglia d'opinione per ottenere un risultato che va difeso. I monoclonali sono molto utili, hanno mostrato risultati straordinari in termini di riduzione della carica virale e del numero di giorni di malattia e soprattuto del numero dei ricoveri". Quanto al capitolo spesa, il virologo fa notare: "Il costo di un monoclonale negli Usa è intorno a 1.250 dollari per singola somministrazione, e una singola infusione normalmente può bastare. Ma c'è stata una riduzione enorme delle ospedalizzazioni e noi sappiamo quanto costa un giorno di ospedalizzazione: probabilmente già quello è superiore al costo del monoclonale. Non parliamo della terapia intensiva che è 3 volte di più. Quindi semmai c'è un risparmio".

Tornando all'efficacia degli anticorpi monoclonali anti-Covid, "dobbiamo capire che sui pazienti che vanno trattati devono essere somministrati presto. A mio avviso - spiega Clementi - si propone una riflessione sbagliata parlando di malati gravi e non: i monoclonali vanno dati nelle prime fasi dell'infezione" a persone a rischio di incorrere in malattia grave. "Ma il motivo è chiaro: i pazienti gravi non hanno più una malattia da virus, ma da tempesta citochinica (infiammatoria, ndr) e ovviamente a questo punto gli antivirali non funzionano".

L'analisi del virologo del San Raffaele tocca uno per uno i punti su cui si concentrano le controversie. Fra queste c'è il problema delle varianti di Sars-CoV-2 contro le quali i monoclonali potrebbero mostrare limitazioni. "Ma il problema varianti viene affrontato molto bene con i cocktail di monoclonali. In pochi sanno che uno di quelli usati non è stato sviluppato con Sars-CoV-2, ma con Sars-CoV-1, e riconosce una regione che si è conservata fra un virus e l'altro. C'è tra l'altro un cocktail di monoclonali che sta per arrivare e potrebbe dare una risposta alle varianti", illustra lo scienziato.

Altro punto su cui si discute tanto è l'impatto sui ricoveri, l'entità della riduzione che si otterrebbe usando i monoclonali. "Anche su questo però, è in arrivo uno studio che chiarisce - obietta Clementi - E' un lavoro in corso di stampa in questo momento negli Usa, che mostra risultati molto positivi, riduzioni notevoli dei tassi di ospedalizzazione e di malattia. E' una ricerca nota a chi si occupa di questa materia e condotta con monoclonali già in commercio. Quindi non parliamo neanche di tutto quel mondo in ebollizione, di farmaci che si stanno preparando". Certo, conclude il virologo, "il vaccino rimane la principale via di protezione da questa infezione e il monoclonale è uno strumento di nicchia che si può somministrare a un gruppo limitato di pazienti che ne hanno realmente bisogno e concordo che non si debbano usare a caso".