Covid Italia: obbligo vaccino per lavoratori, cosa dicono i giuslavoristi

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Vaccinazioni anti-Covid in azienda: la prima a partire sarà la Lombardia che ha già approvato un protocollo d’intesa insieme con Confindustria, Confapi e l’Anma, l’associazione dei medici competenti. Presto altre Regioni seguiranno: Friuli Venezia Giulia, Veneto, Puglia e Trentino Alto Adige ci stanno lavorando. E la Confindustria nazionale ha presentato un piano al governo per il coordinamento nazionale delle vaccinazioni in azienda e ha lanciato una ricognizione per capire quali aziende sono già pronte. Ma può un datore di lavoro obbligare il dipendente a vaccinarsi? Adnkronos/Labitalia ha interpellato i giuslavoristi sulla questione, ancora controversa.

Gabriele Fava, "vaccinazione in azienda sempre volontaria"

"Quello che Confindustria ha annunciato -dice ad Adnkronos/Labitalia, Gabriele Fava, giuslavorista e socio fondatore dello Studio legale Fava Associati- è la possibilità che le aziende contribuiscano all'implementazione della fase massiva della campagna vaccinale nazionale, offrendo la possibilità di effettuare vaccinazioni all'interno dei luoghi aziendali e attraverso i cosiddetti medici di fabbrica, ossia il personale medico tenuto alla sorveglianza sanitaria in azienda. Si tratta, quindi, di una collaborazione con il Servizio Sanitario Nazionale per l'effettuazione delle vaccinazioni al proprio personale dipendente". "Nell'ambito di tale collaborazione, la vaccinazione in azienda seguirà le regole già previste per tutte le vaccinazioni effettuate negli ulteriori luoghi disponibili. Ciò significa che la vaccinazione è, in assenza di una norma ad hoc, sempre volontaria e non può, quindi, essere imposta dal datore di lavoro (se si eccettua, ad esempio, per le professioni sanitarie e il personale medico-infermieristico)", puntualizza Fava. In caso di vaccinazioni in azienda, spiega ancora "dal punto di vista delle relazioni industriali, un coinvolgimento delle rappresentanze sindacali in azienda è senza dubbio auspicabile anche se, a stretto rigore, non sarebbe necessaria, almeno sulla base delle informazioni sino ad ora circolate, la sussistenza di un vero e proprio accordo sindacale aziendale"

Michele Tiraboschi, "in caso rifiuto lavoratore no licenziamento"

Ma cosa succede se il dipendente rifiuta la vaccinazione proposta dal datore di lavoro? "Rispetto ai lavoratori che si rifiutano di ricorrere alla vaccinazione, -chiarisce con Adnkronos/Labitalia, Michele Tiraboschi, giuslavorista e coordinatore scientifico di Adapt- il datore di lavoro stando al quadro normativo vigente , non può obbligare il lavoratore a vaccinarsi e non può pensare di recedere dal contratto di lavoro ma deve farsi carico, da un lato, di capire se il dipendente non vaccinato possa continuare a svolgere quella determinata mansione, dall'altro dovrebbe occuparsi di trovare delle modalità organizzative per ridurre il rischio di contagio all'interno dei locali aziendali, giacché chi non si sottopone al vaccino è più esposto alla contrazione del virus". "Va certamente considerato -osserva Tiraboschi- che ci sono lavorazioni che presentano, sotto il profilo dell'esposizione al contagio, un rischio maggiore: è soprattutto in quei casi che, a fronte di un rifiuto del lavoratore, il datore deve ripensare il modello organizzativo". E sul piano dell'indirizzo politico "sarebbe auspicabile, a un anno esatto dalla firma del protocollo anti-contagio del 14 marzo 2020, un nuovo accordo di aggiornamento dei contenuti e che affronti anche il nodo dei vaccini che è dirimente per le responsabilità datoriali e la sicurezza dei lavoratori"

Pietro Ichino, "il datore di lavoro può e deve chiedere ai propri dipendenti di rispettare sicurezza"

Un'interpretazione leggermente diversa è quella del giurista e docente di diritto del lavoro all'Università di Milano, Pietro Ichino:"Prevale nettamente nella dottrina giuslavoristica italiana -dice ad Adnkronos/Labitalia- la tesi secondo cui il datore di lavoro ha il potere-dovere, a norma dell'articolo 2087 del Codice civile, di adottare la misura della vaccinazione anti-Covid come misura idonea a ridurre al minimo il rischio di contagio nel luogo di lavoro". "Per altro verso, l'articolo 15 del Testo Unico sulla sicurezza del lavoro (d.lgs. n. 81/2008) impone al datore di lavoro, in presenza di un rischio per salute o sicurezza, ove possibile di eliminarlo alla radice; e la scienza medica è univoca nel ritenere che il solo modo per eliminare radicalmente il rischio di contagio da Covid-19 è la vaccinazione di tutti gli interessati", dettaglia il professore,. "Dunque, il datore di lavoro può e deve chiedere ai propri dipendenti di rispettare questa misura di sicurezza, a protezione di se stessi e dei loro colleghi. Si può discutere delle conseguenze giuridiche dell'eventuale renitenza del dipendente; ma che il datore di lavoro possa indicare la vaccinazione come misura necessaria, sembra difficilmente discutibile", conclude Ichino.

Giuliano Cazzola, "le aziende potranno esigere che il dipendente si sottoponga a vaccinazione"

La questione va affrontata sul versante sicurezza del lavoro, dice Giuliano Cazzola, giuslavorista ed esperto di relazioni industriali: "Il dipendente che rifiuta il vaccino in azienda può essere licenziato. Credo che il datore di lavoro - spiega ad Adnkronos/Labitalia - abbia il diritto di risolvere il rapporto di lavoro per giustificato motivo, sia perché lui stesso risponderebbe dei danni e gravi e del decesso del renitente, sia perché ci sarebbe un problema di sicurezza per gli altri dipendenti". Ma le aziende potranno imporre la vaccinazione al dipendente ? "È più corretto dire che le aziende potranno esigere che il dipendente si sottoponga a vaccinazione come adempimento ad un obbligo inerente al rapporto di lavoro", spiega Cazzola. "Mi spiego meglio: a mio avviso - dice Cazzola - tutto discende dall’aver voluto attribuire (nel decreto Cura Italia) al contagio da Covid-19 contratto 'in occasione di lavoro' (e quindi anche in itinere) la fattispecie dell’infortunio sul lavoro equiparando la ‘causa virulenta’ alla ‘causa violenta’ necessaria per qualificare l’infortunio stesso. È stata una forzatura aver esteso le tutele necessariamente riconosciute al personale sanitario agli appartenenti a tutti settori assicurati all’Inail. L’infortunio sul lavoro si porta appresso, in caso di gravi danni o di decessi, una responsabilità penale del datore se si accerta che non ha provveduto a mettere in sicurezza il proprio dipendente".

Maurizio Del Conte, "manca una legge che regoli in maniera chiara la questione"

Più vicino a Cazzola, anche Maurizio Del Conte, giuslavorista e presidente di Afol Metropolitana. Sull'eventuale obbligatorietà di vaccinazione per il rientro al lavoro in azienda, Del Conte osserva: "Oggi la questione dell'obbligo della vaccinazione sui luoghi di lavoro viene discussa nel peggior luogo possibile: le aule dei tribunali, perché manca una legge che regoli in maniera chiara la questione". "L'art. 32 della Costituzione consente l'obbligo di trattamento sanitario solo in presenza di legge -ricorda Del Conte che è stato anche presidente dell'Anpal- e già in passato questo obbligo è stato imposto con norme specifiche a determinate categorie di lavoratori e per determinati agenti patogeni, come l'epatite. Non vedo perché, in una situazione come quella attuale, non si debba introdurre l'obbligo vaccinale sul Covid. Naturalmentedeve essere una norma che imponga il vaccino a condizione che il vaccino sia disponile. Ma questa è una tecnica normativa consolidata". "Sull'obbligatorietà dei vaccini per il Covid per lavorare in azienda o in ufficio finora c'è stata una reticenza politica, ritenendo forse la materia molto sensibile. Ma ora il governo deve decidere se vale di più il diritto di scelta di non vaccinarsi o la tutela della salute pubblica" aggiunge il . "Oggi il rifiuto a vaccinarsi è un atto legittimo -chiarisce Del Conte- perché se non c'è obbligo di legge ho il diritto a non vaccinarmi. Ma non si capisce perché allora per alcune professioni questo obbligo è stato introdotto e per agenti patogeni meno devastanti del Covid. Il fatto è che l'obbligo di vaccinazione per rientrare al lavoro è un dispositivo di salute e sicurezza dei lavoratori". (di Mariangela Pani)