Covid, la stretta no (ma un po' sì)

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Il ministro della Salute, Roberto Speranza, il green pass in una grande stazione (Photo: Ansa)
Il ministro della Salute, Roberto Speranza, il green pass in una grande stazione (Photo: Ansa)

Una stretta piccola, mentre la curva sale. Il governo la “vede”, con Natale all’orizzonte, ma prende tempo. Consapevole che tra il rischio di “deprimere” i cittadini e la certezza di fibrillazioni nella maggioranza la strada è impervia. Ieri Speranza è andato in tv per lanciare il suo messaggio: “Sul green pass manteniamo le regole esistenti ma l’attenzione è altissima, che feste saranno dipende da noi”. Il “tagliando” alla carta verde è in agenda per dicembre – e non prima, salvo alcune modifiche – ma il momento è quello della quiete innaturale che precede la tempesta. Più di un ministro conferma che la discussione nel governo non si è ancora aperta, ma i numeri dei contagi in crescita e gli allarmi degli esperti premono. Eppure, è proprio il “rigorista” Speranza a predicare nervi saldi: “Il Paese finora ci ha seguito – ripete ai suoi – Abbiamo un tasso di immunizzazioni dieci punti superiore alla Germania. Se si tratta di accorciare di qualche mese la validità della carta verde può andare bene, ma la mia paura è che altrimenti si ammazza il vaccino...”.

L’Italia resta tra i Paesi europei meno colpiti dalla quarta ondata, ma i numeri salgo e qualcosa si muove. Il nodo sulla durata del green pass, invece, resta, nonostante la pressione di alcuni scienziati.

In settimana, dicono fonti del ministero della Salute, dovrebbe andare in Consiglio dei ministro l’obbligo di terza dose di vaccino per medici, infermieri e personale sanitario. Gli stessi, insomma, per cui erano state rese obbligatorie le prime due dosi. Già la scorsa settimana Speranza aveva proposto di estendere l’obbligo al booster per chi lavora con i pazienti, ma l’urgenza ora è dettata dai numeri. Secondo i dati della Fnopi, in due mesi i contagi tra i camici bianchi sono aumentati del 192,3%. Sono percentuali coerenti con la riduzione della protezione dopo i sei mesi dalla seconda dose, che impongono di non lasciare zone grigie. Non mentre la curva si rialza, non a poco più di un mese dalle feste.

E mentre il rischio sale, arriva una stretta sui trasporti. Cambiano le regole per i taxi: “Al fine di rispettare le distanze di sicurezza, non potranno essere trasportati, distanziati il più possibile, più di due passeggeri, se non componenti dello stesso nucleo familiare”, si legge nell’ordinanza dei ministeri della Salute e della mobilità sostenibile. Il conducente ha l’obbligo di indossare una mascherina e deve avere il Green Pass. Nessun passeggero può sedersi accanto a lui.

Cambia anche il modo di viaggiare in treno. Nelle grandi stazioni, si legge ancora nell’ordinanza ”è preferibile che il controllo della certificazione verde sia svolto a terra, prima della salita sul mezzo. Qualora questo non fosse possibile, il controllo può essere effettuato dal personale insieme al controllo del biglietto di viaggio”. Introdotto anche lo stop al treno se c’è un sospetto caso di Covid a bordo.

Torna il controllo su metro, autobus di linea, tram e filobus. Il documento appena varato include “il graduale riavvio delle attività di bigliettazione e controllo a bordo”, che “deve essere svolto in condizioni di sicurezza”.

Sulla riduzione della durata del green pass, ad oggi di 12 mesi, ancora nessuna pronuncia. Già, perché dagli scienziati (ma il Cts al suo interno non è unanime) arriva una spinta non solo a tagliare a nove mesi (respinta la proposta per sei) i tempi di durata del green pass, ma anche a dimezzare la validità (da 48 a 24 ore) dei tamponi rapidi. E sui tamponi su base quotidiana si rischia uno scontro lacerante: allungare in senso opposto i tempi (a 72 ore) è un cavallo di battaglia di Salvini, e questa strada è per lui indigeribile. Come per FdI, dove Giorgia Meloni è già sul piede di guerra sullo stato di emergenza: “Se il green pass funziona, non serve prorogarlo”. Nulla cambia per il momento: “Su questo tema ad oggi non c’è la volontà di una modifica anche perché qualora ci dovessero essere delle situazioni che ci dovessero indurre a restringere o a prolungarle io sono per valutare l’estensione dell’obbligo per alcune categorie”, ha confermato il sottosegretario alla Salute Andrea Costa.

Il vertice del Cts, Franco Locatelli, si affretta a smorzare i toni: “Al momento, non è stato deciso assolutamente nulla. Verrà fatta una riflessione alla luce delle evidenze che, dopo i 6 mesi dalla vaccinazione, c’è una riduzione della protezione rispetto al rischio di essere contagiati e, quindi, di diventare contagianti ma - conclude - al momento non vi è nulla di deciso”.

Al ministero della Salute invitano alla cautela. Il sistema del “semaforo”, con le regioni che cambiano colore”, è solo dormiente. Come ha ricordato il governatore (leghista) del Friuli Venezia Giulia, il giallo resta dietro l’angolo, e - complici i cortei no green pass che hanno fatto lievitare il contagio in regione - le mascherine pure. In sintesi: da un lato non c’è ancora bisogno del giro di vite, dall’altro c’è già sufficiente pressione nel sistema senza introdurne altra.

Le decisioni su come modificare il green pass arriveranno probabilmente il mese prossimo. Per la fine di questo, invece, è attesa la pronuncia dell’Ema sui vaccini ai più piccoli: “L’Ema prenderà una decisione il 29 novembre sulla vaccinazione ai bambini. Noi seguiremo quanto deciderà”, ha detto Giorgio Palù presidente dell’Aifa. Il tema non è da poco, visto che aumentano i casi di contagio nelle scuole e sono proprio di oggi le rimostranze dei presidi sulla difficoltà di applicare le linee guida sulla gestione del contagio nelle scuole. “Nonostante i nostri auspici di una collaborazione più efficace ed efficiente tra istituzioni scolastiche e dipartimenti di prevenzione dobbiamo purtroppo rilevare la sussistenza di forti criticità”, ha fatto sapere Antonello Giannelli, presidente Anp.

Tra due settimane, però, lo scenario nel Paese potrebbe essere diverso. Da Palazzo Chigi ai ministeri nessuno si nasconde che siamo nel pieno della quarta ondata, che una media vaccinale molto alta e un meteo mediterraneo agevolano, ma lo spettro dei 25-30mila contagi natalizi si aggira. Un quadro che non piace a nessuno. E che spiega, in parte, gli accenti più morbidi della Lega. Che stavolta non ha protestato per la fiducia che il governo si appresta a mettere, domani alla Camera, sulla conversione del decreto green pass in fabbriche e uffici che scade tra cinque giorni. Del resto, i governatori di centrodestra (cioè, la maggioranza) hanno esaurito la pazienza con i No Vax che riempiono gli ospedali e ostacolano le attività commerciali. Oggi il ligure Toti ha abbracciato la più drastica delle ipotesi in campo: “Non troverei nulla di ingiusto a ridurre la possibilità di accedere in alcuni luoghi con un green pass per vaccino e non per tampone, riflettiamoci”. Mentre Fedriga guarda già all’eventuale zona arancione: “Sarebbero danni enormi all’economia, a settori imprenditoriali che hanno battuto la crisi dovuta alla pandemia. Le chiusure dopo il giallo le paghino i non vaccinati”. Posizioni perfettamente in linea con la responsabile Salute del Pd Sandra Zampa.

Speranza e Draghi, però, vogliono vedere i numeri delle prossime due settimane. Raddoppiare i tamponi settimanali sarebbe incandescente dal punto di vista politico ma anche economico e logistico: per un lavoratore “irriducibile” si passerebbe da 45 a 90 euro alla settimana, il sistema delle farmacie sarebbe sottoposto a un forte stress, e a scuola (lato docenti) le ripercussioni si sentirebbero. Ecco perché per ora l’esecutivo preferisce rimanere nel solco già tracciato.

A fronte di chi già riceve il richiamo, resta uno zoccolo duro di persone che rifiutano il vaccino. Alcune di queste scendono in piazza per protestare contro la certificazione verde. Altre ancora, una piccola parte, sono accusate di fomentare violenza. Sono 17 gli indagati in tutta Italia per istigazione a delinquere e a disobbedire alla legge. Facevano parte della chat di Telegram, “Basta dittatura”, in cui si inneggiava a “fucilazioni” e gambizzazioni” e si prendevano di mira uomini delle istituzioni, Draghi compreso, ma anche scienziati e giornalisti. Tutti considerati “asserviti” a quella che loro definiscono un regime. Nelle case di alcuni di loro sono stati trovati una tanica d’acido, una balestra, vari pugnali. Segno, per gli inquirenti, di pericolosità. Che avrebbe potuto non fermarsi alle parole.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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