Covid, malattie emergenti e patocenosi: l’analisi dello storico della scienza

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“La pandemia da Covid-19 in quanto dovuta ad un virus nuovo, finora sconosciuto, si può ben inquadrare tra le malattie emergenti” dinanzi alle quali però “l’approccio riduzionistico, che si concretizza di volta in volta, nella ricerca di farmaci specifici e vaccini, non sempre ottiene risultati”. Di qui l’importanza di un diversa prospettiva, di tipo “olistico ed ecologico alle malattie, con il recupero della consapevolezza storica come punto di partenza fondamentale per comprendere i fenomeni nella loro complessità” perché “la globalizzazione potrebbe aver reso quanto mai necessario superare in ambito medico la logica del riduzionismo”. E’ l’analisi di Francesco Lopez, storico della scienza, che in un contributo postato su Facebook propone una riflessione sul coronavirus attraverso un excursus sulle zoonosi, le malattie infettive che si trasmettono dagli animali vertebrati all’uomo, e sul concetto di patocenosi. 

“Se le zoonosi fanno parte della natura non meno di noi uomini, occorre tuttavia osservare che non tutte le zoonosi si trasformano in pandemie - rileva Lopez, dottore di ricerca (Ph.D.) in Storia della Scienza presso l’Università di Pisa - Nel passato tra le più note e catastrofiche epidemie, così come le conosciamo sulla base delle fonti e dei dati disponibili, figurano ad esempio la peste del Neolitico recente (4200-3500 a.C.) e dell’Età del Bronzo (2800 a.C.); la peste di Atene (430-426 a.C.); la peste antonina (165-180 d.C.); la peste di Giustiniano (541-542 d.C.); la peste nera (1346-1353); il vaiolo (XVI; XVIII sec.); il colera (1835-1837; 1854-1855); l’influenza spagnola (1918-1920); l’influenza asiatica (1957-1958); l’influenza di Hong Kong (1968-1969); il virus dell’Immunodeficienza umana (HIV [1981]); l’influenza suina (2009)”. 

“Come ricaviamo dal rapporto dell’OMS, pubblicato a cura della Global Preparedness Monitoring Board, nel settembre 2019 con il titolo profetico di ‘A World at Risk’ - riporta lo storico della scienza - tra il 2011 e il 2018 si sono registrate 1483 epidemie in 172 Paesi del mondo, comprese quelle di Ebola, SARS, MERS e Zika, e prima ancora nel 2009 la pandemia di H1N1, la cosiddetta influenza suina, che ha causato circa mezzo milione di vittime. Particolarmente numerose risultano le infezioni emergenti negli ultimi 50 anni”. 

E gli studi, spiega Lopez, “hanno individuato diversi fattori che potrebbero aver determinato, favorito e reso concreto il rischio: l’aumentato flusso di persone che viaggiano ogni giorno da una parte all’altra del mondo; l’alterazione degli ecosistemi, la crescente urbanizzazione e antropizzazione; la deforestazione e la coabitazione indotta tra animali selvatici, fonte di zoonosi, e uomini, o tra animali selvatici e animali domestici; la crescita demografica incontrollata; i cambiamenti climatici e l’inquinamento atmosferico, che già di per sé rendono le persone più vulnerabili alle infezioni respiratorie; l’adozione a livello planetario di un unico modello di sviluppo che privilegia i comportamenti unilaterali e respinge l’eterogeneità”. 

Non solo. “Dal punto di vista storico appare fondamentale considerare il concetto di ‘patocenosi’, così come elaborato da Mirko Grmek - scrive Lopez - ovvero l’’insieme delle malattie presenti in una popolazione in un determinato ambiente e in una determinata epoca’”. Lo studioso rileva che “tre risultano i principi-cardine: (1) gli stati patologici in seno a una popolazione determinata, definita nei tempi e nello spazio, costituiscono un insieme che si può chiamate patocenosi; (2) la frequenza e la distribuzione di ciascuna malattia dipendono, oltre che da diversi fattori endogeni ed ecologici, dalla frequenza e dalla distribuzione di tutte le altre malattie; (3) la patocenosi tende verso uno stato di equilibrio, cosa che si avverte particolarmente in una situazione ecologica stabile”. 

“L’emergere di una nuova malattia o la scomparsa di malattie esistenti è dovuta a una rottura dell’equilibrio - sottolinea Lopez - causata da modificazioni delle condizioni ecologiche. Per quanto riguarda le malattie infettive, Grmek individuava nella storia dell’Umanità le principali ‘rotture della patocenosi’ nel passaggio da un’economia di caccia e raccolta all’agricoltura, con conseguente ‘zoonosi’ legata agli animali addomesticati, durante il Neolitico recente (IV-III millennio a.C.); nell’avvento dell’urbanizzazione che trova il suo compimento durante l’età classica e greco-romana con epidemie di peste (V sec. a.C./VI sec. d.C.); nella scoperta delle Americhe con l’’unificazione microbica del mondo’ (XVI sec.); nella rivoluzione industriale e medico-sanitaria del XVIII-XIX sec., allorché si passa da una patocenosi dominata da malattie infettive a una in cui prevalgono le malattie degenerative (cardiovascolari, metaboliche e cancro); nell’emergere di nuove malattie infettive o nel riemergere di infezioni antiche come conseguenza delle trasformazioni ecologiche e dei viaggi intercontinentali nelle moderne società sviluppate (XX sec.)”. 

“La pandemia da Covid-19 in quanto dovuta ad un virus nuovo, finora sconosciuto, si può ben inquadrare tra le malattie emergenti” scrive lo storico della scienza. Dunque la riflessione che “l’affinità con SARS e MERS come virus ‘respiratorio’ pone nuovi interrogativi. CoV-19 si colloca in continuità con la rottura della patocenosi del XX sec. o rappresenta un ulteriore sviluppo? L’aumento dal 2011 al 2018 delle epidemie nel mondo è segno di una nuova fase? E per il XXI sec. gli effetti della globalizzazione porteranno a compimento la rottura della patocenosi iniziata con l’avvento della modernità o innescheranno fenomeni nuovi? Sono tutti interrogativi ai quali gli studiosi cercano da tempo di dare una risposta. La scienza rincorre i fenomeni. L’approccio riduzionistico, che si concretizza di volta in volta, nella ricerca di farmaci specifici e vaccini, non sempre ottiene risultati. Anzi, ad oggi, ad esempio non esistono né farmaci specifici né vaccini per l’HIV e neppure per i coronavirus SARS, MERS e CoV-19. I successi del passato non sono garanzia per il futuro, soprattutto in ragione dei tempi necessari per ottenere, eventualmente, risultati sperimentali certi, a fronte di malattie infettive in rapida evoluzione”. 

Per Lopez, dinanzi “alla crisi del riduzionismo, le maggiori speranze potrebbero venire da un approccio olistico ed ecologico alle malattie, con il recupero della consapevolezza storica come punto di partenza fondamentale per comprendere i fenomeni nella loro complessità. La globalizzazione – e questo è il punto più importante – potrebbe aver reso quanto mai necessario superare in ambito medico la logica del riduzionismo. In questo caso - conclude - ci troveremmo di fronte non solo ad una rottura della patocenosi ma anche ad una incrinazione del paradigma epistemologico dominante”.