Covid, potenziare il territorio: l’idea degli hotspot diagnostici

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Covid, potenziare il territorio: l’idea degli hotspot diagnostici
Covid, potenziare il territorio: l’idea degli hotspot diagnostici

Milano, 18 nov. (askanews) – Potenziare la medicina territoriale per non sovraccaricare gli ospedali è uno dei punti fondamentali per contrastare l’epidemia di coronavirus in Italia. Ma è stato fatto abbastanza? Cosa si poteva fare di più? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Mangiagalli, medico di famiglia a Pioltello, in provincia di Milano, che con i suoi colleghi di medicina generale è parte di quel territorio tante volte invocato.

“Bisogna fare investimenti. Si costruiscono interi reparti di rianimazione come alla Fiera di Rho-Pero spendendo una quantità di milioni di euro inverosimile, quando con molto meno si potrebbero attivare, come abbiamo suggerito tempo fa alla regione Lombardia, hotspot diagnostici; devono coprire l’ambito del distretto sanitario di una volta, 40/50 mila abitanti, all’interno il medico, solo lui, invia pazienti altamente sospetti e in 2 ore si può eseguire una ecografia, esami del sangue, un tampone, avere consulenza di un infettivologo e così rimandare il paziente a casa qualora non sussistano problemi di emergenza”, ha spiegato.

“Il problema è non aver pensato che la gestione territoriale prevedeva qualcosa fuori dall’ospedale, non dentro; se per far diagnosi devo passare da un ospedale è evidente che tutti i pazienti finiscono lì. O creiamo centri di diagnosi precoce fuori dall’ospedale o finiremo che nel momento di crisi il paziente non sapendo che fare, e non potendo il medico fare altro chiama e finisce in ospedale, creando poi l’intasamento”.