Covid, Report Altems: test sierologici ancora in poche Regioni -3-

Cro-Mpd

Roma, 18 giu. (askanews) - Due survey, una nazionale e una europea, si sono concentrate sulle conseguenze immediate dell'emergenza Covid-19 sull'assistenza sanitaria, e non solo, fornita ai malati con patologie rare. Si deciso di considerare entrambe le fonti in quanto complementari. L'indagine nazionale ruota maggiormente attorno al bisogno dei pazienti, quella EURORDIS tenta di risalire alla risposta offerta dal sistema sanitario e sociale. Congiuntamente evidenziano comuni criticit e coprono l'intero percorso di assistenza richiesta dai malati con patologie rare. In sintesi, emerge che: Durante l'emergenza il 60% dei pazienti italiani ha avuto bisogno di assistenza. Tale bisogno si scontrato con un sistema assistenziale diverso che andava conosciuto (e comunicato), oltre che attivato. Il 60% dei pazienti europei con malattie rare dichiara di non aver avuto accesso alle terapie mediche (infusioni, chemioterapia o trattamenti ormonali) n a casa, n in ospedale. In Italia, il 37% dei pazienti riporta una sospensione delle terapie. La rinuncia alle terapie ospedaliere per non essere esposti al contagio stata diffusa (55%). A livello europeo, il 30% dei pazienti riporta che le unit ospedaliere dedicate sono state temporaneamente chiuse. Analogamente il 46% dei pazienti italiani riporta problemi nell'accesso ai servizi ambulatoriali, causa loro chiusura almeno per i casi non urgenti; Interruzioni, rinvii e cancellazioni di attivit emergono lungo tutto il percorso dell'assistenza e hanno riguardato diversi livelli del SSN (MMG, specialisti, ospedali, assistenza psicologica etc) e dell'assistenza sociale. Il 31% dei pazienti italiani segnala mancanza di assistenza sanitaria e sociale. Il 16% lamenta carenza di farmaci o ausili sanitari e trasporti. L'indagine EURORDIS conferma il ruolo chiave della telemedicina per supportare la continuit di cura. L'indagine EURORDIS riporta che il 30% dei pazienti ritiene che l'interruzione dell'assistenza possa aver messo a rischio la loro vita in maniera rilevante/definitiva (10% dei pazienti) o quantomeno probabile (20%).

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