Covid, Vannucchi (Crimm), tumori sangue? Vaccini comunque risposta giusta

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Image from askanews web site
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Roma, 21 giu. (askanews) - Il 18% dei pazienti affetti da tumori del sangue che hanno contratto il Covid è stato ricoverato in terapia intensiva e il 36% è morto. Ma la situazione, tra la prima e la seconda ondata, è andata migliorando, e oggi i vaccini garantiscono una risposta, anche laddove le terapie creano dei limiti alla capacità dell'organismo di creare anticorpi. È quanto emerge da ON.E., le Giornate dell'ematologia e dell'oncoematologia organizzate da Koncept e Ail Firenze, evento annuale per fare il punto a livello nazionale sull'ematologia, con un secondo appuntamento il prossimo 25 novembre.

Il professor Alessandro Vannucchi del CRIMM (Centro Ricerca e Innovazione delle Malattie Mieloproliferative SOD Ematologia, Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi) ha presentato i primi risultati di uno studio, ancora in corso, condotto dall'Italian Hematology Alliance on Covid-19 che ha preso in esame 1.126 casi in 69 centri sanitari del Paese.

"Per i pazienti con neoplasie ematologiche - ha spiegato Vannucchi - il rischio di essere affetto da Covid è stato 2,2 volte superiore rispetto ai pazienti di controllo, ma di 12 volte di più per chi aveva ricevuto una diagnosi da meno 12 mesi. Questo significa che il momento più difficile è il momento iniziale quando ci sono la diagnosi e le prime terapie. Il 18% dei pazienti è stato ricoverato in terapia intensiva, in particolare si tratta dei più giovani e con limitata comorbidità. Questo dato potrebbe essere interpretato con il fatto che l'intensività delle cure è stata considerata più fattibile per i giovani piuttosto che per i pazienti in età avanzata".

Il 37% del campione è deceduto, "però tra i due picchi di pandemia la mortalità si è ridotta, quindi la gestione dei pazienti è migliorata ed è stato aggiustato il tiro della terapia intensiva". Dallo studio emerge anche che per i pazienti "la negativizzazione del virus è più lenta a causa della immunodepressione di base e anche lo sviluppo di anticorpi è risultato più lento". Però i vaccini risultano efficaci, pur in misura diversa.

"Un certo grado di immunità - spiega - è stato sviluppato dalla stragrande maggioranza di pazienti vaccinati, quelli con una risposta alta sono inferiori rispetto alla popolazione normale ma viene sviluppata una risposta immunitaria e questo è un risultato importante per procedere con estrema convinzione nella via della vaccinazione". Per il futuro, conclude Vannucchi, "la pandemia ci ha lasciato degli insegnamenti importanti. In primo luogo, c'è stata una pronta risposta all'emergenza e abbiamo toccato con mano l'importanza di fare rete. Inoltre, è stata chiara l'importanza di avere una ricaduta più rapida possibile della ricerca scientifica: normalmente per avere un farmaco tumorale servono 3-5-7 anni, la pandemia ci ha mostrato che questo tempo può essere accorciato migliorando le prospettive di cura".

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