Covid19 in vantaggio di un set e due break. Siamo vicini alla resa

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Queue at a pharmacy to purchase rapid test pads for covid-19. The new wave with the Omicron variant increased infections under the Christmas holidays in Milano, Italy, on December 23, 2021.  (Photo by Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via NurPhoto via Getty Images)
Queue at a pharmacy to purchase rapid test pads for covid-19. The new wave with the Omicron variant increased infections under the Christmas holidays in Milano, Italy, on December 23, 2021. (Photo by Mairo Cinquetti/NurPhoto via Getty Images) (Photo: NurPhoto via NurPhoto via Getty Images)

Quando il 18 dicembre scorso su questo stesso blog scrissi, a proposito del totale fallimento del tracciamento, che presto il Covid lo avremmo preso tutti, era solo questione di tempo e di varianti, non pensavo a due cose: 1) che al 5 gennaio in Italia avremmo sfiorato un milione e trecentomila persone attualmente positive; 2) che il record in costante aggiornamento dei nuovi positivi avrebbe portato a una resa incondizionata alla convivenza con il virus e le sue varianti.

Un’altra cosa invece non la speravo, quella di infettarmi insieme a tutta la mia famiglia. Lo avevo messo in conto però. Per lavoro mi sposto su mezzi pubblici e incontro centinaia di persone.

Tutti vaccinati, io con tre dosi, moglie e figlio con due, ce la siamo cavata pagando complessivamente il seguente conto: un giorno di febbre, due perdite di gusto per 36 ore, prosciugamento della dote dei prossimi due anni di buonsenso per sopportarci nella forzata convivenza domiciliare. L’esperienza è stata molto utile per essere testimone diretto del fallimento totale del tracciamento di cui avevo scritto per dati. All’esito del tampone, abbiamo comunicato al nostro medico di famiglia la positività. Lei ci ha suggerito una terapia ormai standard da seguire, antinfiammatorio per almeno cinque giorni e paracetamolo se la temperatura si alza. Punto. Da quel momento alla guarigione, certificata dal tampone eseguito privatamente undici giorni dopo, solo la notifica che il green pass era stato disattivato; notifica arrivata peraltro 48 ore dopo. Se volessi spararla grossa come quei piagnoni sui social potrei scrivere: potevamo essere tutti morti nel silenzio del Sistema. In realtà non poteva accadere perché io lavoro in sanità e una decina di amici medici si sono offerti in soccorso e chiedevano aggiornamenti; e poi vengo da famiglia meridionale, quindi ho ricevuto anche offerte di persone disposte a immolarsi e prendersi il Covid insieme a me come il morbillo da bambini pur di non farmi sentire la depressione da solitudine nella notte di Natale. Io ho declinato le varie offerte, perché stare solo non è una prospettiva che detesto, anzi. E poi perché, consapevole che anche gli altri avrebbero preso il Covid, perché essere io l’untore? Meglio non avere questa responsabilità. Infatti, ora, metà di questi sono chiusi in casa, ovviamente causa Covid. Ma non sono stato io e questo mi mette nella condizione di essere lucido e di potere offrire un sostegno sano, senza sensi di colpa.

Stando chiuso in casa ho avuto modo di assistere a tanti dibattiti che mi sono sembrati più lunari del solito, e non per malessere o febbre, perché non ne ho mai avuti: intanto quello del cambio delle regole da parte della CTS. Un milione e trecentomila italiani positivi, frutto del disastro del tracciamento, producono per il meccanismo dell’isolamento notificato ai contatti diretti (non dalla famosissima Immuni che ormai è un APP utile come il Commodore 64 e il giradischi a manovella) dieci milioni di persone costrette a isolarsi. Sono quelli che avvisiamo noi quando diventiamo positivi con quelle telefonate mortificate in cui diciamo agli amici con cui siamo stati a cena la sera prima: “Scusa Carlo, mi sento uno schifo, non fisicamente grazie al cielo, ma moralmente perché devo dirti che sono risultato positivo al Covid e quindi tu e tua moglie dovete agire di conseguenza”. A questa comunicazione segue un silenzio di dieci interminabili secondi, almeno nella mia è stata così. E mentre cercavo di capire se all’altro capo del telefono Carlo c’era ancora, arriva il tono cordiale e confortante della voce amica che ti dice “vabbè Fabio non ti preoccupare, la colpa non è tua ma del virus. Stai tranquillo, riguardati, domani vado a fare il tempone e ti faccio sapere”. Ora, nel mio caso Carlo è davvero una persona cordiale e confortante, peraltro è medico e conosce tutti i comportamenti da assumere. Ma il più delle volte nella mente di chi riceve la notizia esplode una stramaledizione, e col panico conseguente chi può il tampone va a farselo subito e, se negativo, lo ripete almeno tre volte nei cinque giorni successivi.

Questo meccanismo del tracciamento fai da te comporta immediatamente due effetti: 1) mancano i tamponi per chi ha davvero bisogno e deve mettersi in coda, rilevando eventuali positivi con pericolosi giorni di ritardo; 2) un tampone antigenico arriva a costare 25 euro e un molecolare 60; 120-140 se a domicilio, anche perché i drive in sono più affollati delle discoteche della riviera quando il Covid non esisteva ancora. Una prestazione sanitaria viene così pagata a circa il triplo del suo costo-valore; la prestazione immediata non è per chi ha più bisogno ma a parità di bisogno per chi ha i soldi per potersela permettere. Tutto questo nei giorni in cui viene festeggiato il prezzo calmierato delle mascherine FFP2 a 75 centesimi a fronte dei 40 o 50 centesimi che era il costo prima della norma che rendesse obbligatorio l’utilizzo della FFP2 in alcuni ambienti e per una serie di attività. Si dirà: è la regola del mercato. Corretto. Però magari mettiamo un freno all’ipocrisia che tutti siamo uguali perché non è vero che tutte le famiglie possono permettersi i tamponi a 60 euro, figurarsi a 140; e neppure le FFP2 a 75 centesimi perché l’uso corretto delle mascherine ne prevede il ricambio e non tutte le famiglie possono spendere 5 o 6 euro al giorno per dispositivi di protezione igienicamente adeguati.

Lo stesso CTS quando allarga le maglie della quarantena rilanciando in strada gli asintomatici non so quanto guardi alla scienza e quanto alla politica. Sinceramente a occhio sembra più una decisione dettata dall’esigenza di produzione e consumo che non da quelle di salute. Per carità, anche qui, tutto legittimo. Ma magari un ciccino meno di ipocrisia e dirci le cose come stanno? Perché anche la decisione di aprire a ogni costo le scuole sembra più la propaganda del partito della nuova normalità, che non è quello del dichiarare guerra alle infezioni, ma di conviverci, sperando che il conto in termini di vite umane e di intasamento degli ospedali con conseguenze sulle cure di tutte le altre patologie diverse dal Covid non sia troppo salato. Intanto i no vax possono contare su un nuovo idolo, il grande Novak Djokovic, per me il più forte tennista degli ultimi vent’anni, meno bello di Federer, meno potente di Nadal, più menefreghista di tutti. Nole-Novax è ricco e chi lo vuole lo deve prendere anche se non vaccinato. Mentre il numero 70 del mondo o si vaccina o non può giocare. Ecco, mi pare questa un’ottima metafora della giustizia sociale in epoca di pandemia. Djokoivic è l’arci-novax, quello che può permettersi racchetta alla mano di portare per il mondo quel misto di arroganza e ignoranza a cui ormai, di concessione in concessione, ci stiamo comunque abituando perché nessuno ha il coraggio di imporre l’obbligo vaccinale. Per sconfiggere il COVID19, le autorità in un estremo atto di coraggio imporranno per legge il lavaggio delle mani prima di impugnare la racchetta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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