Cresce la protesta in Iraq. La polizia spara sui manifestanti

lorenzo forlani

In Iraq, non si placano le proteste e anzi si sono intensificate nel venerdì di preghiera dei musulmani. È salito ormai a quasi 50 il bilancio dei morti, tra cui cinque poliziotti, caduti negli scontri con le forze di sicurezza irachene che, secondo quanto riporta l'agenzia Afp, hanno represso le proteste sparando proiettili ad altezza uomo.

Nel frattempo, diversi valichi di frontiera tra Iraq e Iran (per ultimi quelli di Khesro e Al Shib) sono stati chiusi per ragioni di sicurezza, nelle stesse ore in cui il più celebre ayatollah (grado più alto della gerarchia 'ecclesiastica' sciita, ndr) del Paese, Ali Al Sistani, si è schierato apertamente dalla parte dei manifestanti: "Il governo ascolti i manifestanti e le loro richieste, prendendo misure concrete, prima che sia troppo tardi. Altrimenti le proteste si intensificheranno", il monito che Al Sistani, attraverso un suo rappresentante, ha diretto al governo iracheno guidato dal premier, Adil Abdul Mahdi.

Le ragioni della protesta

È iniziato tutto martedì 1 ottobre, con una piccola protesta da parte di alcuni giovani universitari a Baghdad, capitale irachena, a causa delle preoccupanti condizioni del mercato del lavoro: l'Iraq ha il 25% di disoccupazione giovanile e un livello di corruzione altissimo, soprattutto nel settore pubblico (per accedere ad alcune posizioni ad accesso 'limitato' si pagano "mazzette" anche da 10 mila dollari). Dal 2004 ad oggi sarebbero spariti circa 450 miliardi di dollari in fondi pubblici, probabilmente finiti nelle tasche di politici e affaristi. Non sorprende che l'Iraq, secondo Transparency international, sia il 12esimo Paese più corrotto al mondo.

In pochi giorni le manifestazioni - nonostante il blocco totale di Internet deciso mercoledì dalle autorità - si sono allargate a macchia d'olio, prima in altre aree di Baghdad e poi in altre città del sud est del Paese, a maggioranza sciita (Najaf, Zaferaniyeh, Kut, Diwaniyah, Nassiriyah, Rifai, Mishikhab, Amarah, Hila) nonostante la feroce repressione delle forze di sicurezza irachene.

Alle proteste per le condizioni lavorative e la corruzione si sono presto aggiunte quelle relative alla tragica carenza dei servizi pubblici: gran parte degli iracheni hanno dalle 5 alle 10 ore di elettricità al giorno e in molti casi nessuna fonte di acqua potabile (nonostante il recente investimento di 40 miliardi di dollari da parte di Baghdad, per ricostruire il suo sistema di approvvigionamento energetico).

Sullo sfondo del malcontento legato al malgoverno, c'è poi il contesto geopolitico, strettamente legato alla sovranità irachena: il Paese si trova nella particolare posizione di alleato dell'Iran e degli Stati Uniti. Al suo interno ospita ancora migliaia di truppe americane ma anche le milizie paramilitari Hashd al Shaabi, molte delle quali sostenute dall'Iran, protagoniste nella guerra contro l'Isis.

La rimozione del comandante eroe

Nel paese da tempo esiste un dibattito sul destino delle milizie, con la concreta possibilità di inquadrarle integralmente all'interno delle forze regolari irachene. Ma le milizie rispondono all'Iraq almeno quanto rispondono a Teheran: ed è qui che si inserisce quello che secondo il quotidiano Al arabi al jadeed potrebbe essere stata la scintilla in grado di scatenare le proteste iniziate martedì: la rimozione - apparentemente senza spiegazioni - da parte del governo iracheno del comandante Abdulwahab al Saadi, vice capo dell'unità anti terrorismo, considerato da molti iracheni un eroe nazionale nella guerra all'Isis. 

Secondo un ufficiale del governo intervistato dalla Afp, "alcuni rappresentanti delle Hashd al Shaabi avrebbero fatto personalmente pressioni affinché il comandante fosse rimosso". L'analista Ghaleb Al Shabandar ha scritto che questa mossa segnala "lo smantellamento dell'Esercito iracheno e della sua sostituzione con le milizie e altri gruppi armati", e su Twitter è partita una campagna di solidarietà a favore del comandante, con l'hashtag "siamo tutti andulwahab al saadi". Le condizioni economiche del Paese rimangono tuttavia la principale causa delle proteste.

"Siamo preoccupati dai resoconti sull'uso di proiettili da parte delle forze di sicurezza irachene", ha commentato Marta Hurtado, portavoce dell'Ufficio diritti umani delle Nazioni Unite. Condanna dell'uso "letale e non necessario della forza" anche da parte di Lynn Maalouf, direttrice del dipartimento M.O. di Amnesty International, la quale ha definito poi il blocco di internet una "misura draconiana per silenziare le proteste, tenendole lontane dagli occhi del mondo".

Intanto, nel tentativo di calmare gli animi, il premier Abdul Mahdi in un discorso televisivo ha fatto sapere che "le istanze della popolazione sono state ascoltate" e ha invitato i manifestanti a tornare nelle proprie case rispettando il coprifuoco, presentato come una "medicina amara che deve essere ingerita". Rispetto alle soluzioni, Abdul Mahdi ha detto che a fronte di queste proteste - organizzate per lo più tramite i social, e per il momento acefale - verranno "fatte azioni concrete, e non promesse che non possiamo mantenere. Non c'è una soluzione magica".