Crialese a Venezia 2022 col suo film più intimo: “L’Immensità non è questione di genere”

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(Adnkronos/Cinematografo.it) “Sognavo un giorno di essere abbastanza maturo per poter raccontare questa storia, con la consapevolezza del giusto linguaggio. A 30 anni non sarei riuscito a rappresentare certe cose, adesso ho tentato e sono contento di quello che ho fatto. Mi sono concesso una libertà espressiva, non propriamente di rivelazione, che fa seguito a delle scelte consapevoli di affrontare ciò che mi sta più a cuore: il tema della libertà”. Emanuele Crialese torna in concorso a Venezia undici anni dopo Terraferma (che gli valse il Premio Speciale della Giuria), undici anni dopo, di fatto, il suo ultimo film, e lo fa con L’immensità, “il film che inseguo da sempre, è sempre stato ‘il mio prossimo film’, ma ogni volta lasciava il posto a un’altra storia, come se non avessi ancora raggiunto la giusta maturità e quindi non mi sentissi mai abbastanza pronto. È il mio film più personale, un viaggio nella memoria attraverso ricordi, a volte nitidi a volte sbiaditi, e impressioni di un tempo passato, rivisitati e rielaborati dall’esperienza di oggi”.

Scritto dal regista insieme a Francesca Manieri e Vittorio Moroni, L’immensità sarà distribuito da Warner Bros. a partire dal 15 settembre. Siamo a Roma, negli anni ’70: un mondo sospeso tra quartieri in costruzione e varietà ancora in bianco e nero, conquiste sociali e modelli di famiglia ormai superati. Clara (Penélope Cruz) e Felice (Vincenzo Amato) si sono appena trasferiti in un nuovo appartamento. Il loro matrimonio è finito: non si amano più, ma non riescono a lasciarsi. A tenerli uniti, soltanto i figli su cui Clara riversa tutto il suo desiderio di libertà. Adriana (Luana Giuliani), la più grande, ha appena compiuto 12 anni ed è la testimone attentissima degli stati d’animo di Clara e delle tensioni crescenti tra i genitori. Adriana rifiuta il suo nome, la sua identità, vuole convincere tutti di essere un maschio e questa sua ostinazione porta il già fragile equilibrio familiare ad un punto di rottura.

Mentre i bambini aspettano un segno che li guidi, che sia una voce dall’alto o una canzone in tv, intorno e dentro di loro tutto cambia. “In fondo tratto sempre gli stessi argomenti, come allora (in Respiro, Nuovomondo e Terraferma, ndr) parlavo di migrazioni, anche qui si parla di un percorso, uno spostamento, una transizione: ma il tema principale non è quello dell’identità di genere, piuttosto ruota intorno al discorso della relazione, di come possiamo cambiare”, spiega ancora Crialese, che aggiunge: “Noi siamo quello che siamo perché lo siamo, ma se l’altro non fosse presente in che misura e in che modo esisteremmo? L’identità è relazionale, nel caso di questo film è un racconto che si esprime attraverso la relazione dei figli con i genitori, figli di una relazione dove l’amore non esiste più. E questo disorientamento i bambini lo esprimono attraverso il proprio corpo”.

Relazione che emerge con forza è quella tra Adri e la mamma Clara, interpretata da Penélope Cruz, di nuovo in gara a Venezia ad un anno dalla Coppa Volpi vinta con Madres Paralelas e presente anche nel film di Orizzonti, On the Fringe: “Nella donna che interpreto c’è sufficiente follia per poter sopravvivere alla vita in cui si ritrova. Si sente intrappolata nella sua casa, non ha un piano di fuga, l’unica fuga che ha è attraverso lo schermo televisivo, che la ricollega al mondo della danza, della musica, del sogno. Non ce la fa più, sente di dover fingere ogni giorno di fronte ai figli, e ancora oggi ci sono tantissime donne intrappolate nelle loro case, che cercano di fingere. E di sopravvivere anche a indicibili violenze. Sono storie terribili”.

Questa figura “è una complice, un riferimento importante, forse è proprio l’amore della madre a nutrire, a dare coraggio a questa scelta. La madre in quanto donna, in quel contesto, è descritta un po’ prigioniera di schemi, di una situazione coniugale che non la libera”, spiega ancora il regista, che sulla scelta di affidare il ruolo a Penélope Cruz racconta: “In lei vedo l’archetipo femminile, è la donna di sempre, del passato, del presente, del futuro. Questo suo essere eterna, immensa, ha fatto sì che non ho dovuto neanche riadattare i dialoghi: ha recitato in italiano con accento spagnolo, chissenefrega, c’è cascata in mano anche questa cosa dell’alterità della lingua. Era una cosa perfetta”.

E l’attrice riflette sui numerosi ruoli di madre che ha interpretato fino ad oggi: “Solamente con Pedro (Almodóvar, ndr) sono stata madre cinque volte su sette film. Ho un senso materno molto spiccato e sono molto affascinata da quello che avviene dentro ogni famiglia: tutto questo fornisce moltissimo materiale, c’è un mondo infinito da scoprire, il mio fascino per questo tema mi ha sempre guidato. Oggi la cosa più importante per me è la famiglia. E la madre che porto sullo schermo stavolta rappresenta tante madri contemporaneamente: è un personaggio complesso e sfaccettato, già così vivo sulle pagine della sceneggiatura, me ne sono innamorata”.

“Mia madre era sola, si nascondeva insieme a me, per lei era un problema, per me un modo di esistere, io e lei siamo stati molto complici, lei soffriva del mio dolore, io soffrivo del dolore che le causavo”, ricorda Crialese, che aggiunge: “Parliamo di un’epoca dove separarsi non era contemplabile, ricordo che mia nonna e mio nonno di fronte ai lividi della figlia le dicevano ‘fatti voler bene’…”.

Continuando sulla matrice autobiografica del film, Crialese prosegue: “Il personaggio di Adriana è ispirato alla mia infanzia, alla mia storia, ovviamente qui è trasfigurata, perché ho cercato di rappresentare in chiave universale una storia personale. Se avessi voluto fare una cosa sull’identità di genere avrei fatto un documentario, ma non sarei stato capace perché mi piace la poesia: non sono un naturalista, ricerco la verità ma sono meno attratto dalla realtà. Spesso i bambini ci insegnano, sono dei grandi maestri perché ci portano oltre i nostri confini, perché le loro sono proposte evolutive nella più totale sincerità”.

La scelta dell’attrice protagonista, Luana Giuliani, è avvenuta invece dopo una ricerca “partita su più fronti, a Roma, tra le bambine possibilmente impegnate in discipline sportive un po’ maschili. Luana – racconta il regista – è una bambina che compete con i maschi, fa motociclismo. In lei ho intravisto quello sguardo che sentivo mi avrebbe portato a rivedere le cose, i miei genitori, i miei fratelli, avevo bisogno di tirare fuori l’anima. Poi come sempre il set per un bambino è qualcosa di molto, molto difficile da gestire, perché durante le riprese vengono trattati come degli dei ma sono bambini che poi devono tornare ad una realtà, la loro, quindi è difficile fare i conti con quello che rappresenti mentre reciti quando poi ritorni alla tua vita”.

Per quanto riguarda invece le aspettative con il pubblico, Crialese spera che gli spettatori “si pongano delle questioni su che cos’è per ognuno di noi la libertà, quella che ti dà coraggio, il mettersi alla prova ogni giorno, con i propri limiti, svincolandosi dai continui messaggi sull’avere paura, sulle cose che spaventano”.

“Per rassicurare gli altri – spiega ancora il regista – ho sempre dovuto adottare delle strategie di sopravvivenza. State tranquilli, non vi toglierò nulla, non toglierò nulla ai maschi né alle femmine, la mia femminilità è tutta qui, dentro di me. Sono nato biologicamente donna, sono un uomo come gli altri? Tranquilli, no. Io sono altro, e se questo altro sconvolge perché sfugge alle classificazioni mi dispiace, ma cosa ci posso fare? Io sono una persona, un essere umano, ho dei diritti, ma soprattutto sono quello che faccio, quello in cui credo. Non c’è trucco e non c’è inganno: la cosa migliore del fatto di essere un uomo sta anche nel fatto di avere una parte femminile: io sono chi sono, cerco di mantenere la mia polarità, molteplice, non rappresento una minaccia per nessuno. Biologicamente sono nato essere umano, e in me c’è ancora una forte parte femminile”. Infine, le figure di Raffaella Carrà e Patty Pravo rievocate nel film: “Abbiamo iniziato girando le scene cronologicamente, quindi la sequenza in cui la mamma e i figli cantano e ballano sulle note di Rumore è stata tra le prime cose fatte".

Quando ha saputo che Penélope era una grande fan di Raffaella "le ho proposto di incontrarla, salvo poi scoprire che era morta qualche ora prima. È stata una cosa tristissima per tutti noi, abbiamo speso tutto il resto della giornata a cantare quella canzone. La più grande forza della Carrà è stata quella di rimanere sempre se stessa seppur moderna, si evolveva ad altri livelli, cambiava approccio, ruolo, e per me questo è stato il suo aspetto più dirompente”. Patty Pravo, invece, “l’ho vista una volta da bambino, sulla darsena di Fiumicino: scese da una Rolls-Royce bianca, era una dea ma con quell’occhio che ti ghiacciava, era un vortice, uno stordimento, mi fece paura. Lei rappresentava la trasgressione”.