Crisi dei missili di Cuba: il riassunto del confronto tra USA e URSS

Crisi missili Cuba

La crisi dei missili di Cuba fu un confronto tra gli Stati Uniti d’America, il cui presidente era allora John Kennedy, e l’Unione Sovietica con a capo Nikita Chruščёv. Questo confronto è stato uno dei momenti più pericolosi della Guerra Fredda, a causa del quale si è rischiata l’esplosione di una guerra nucleare.

La crisi dei missili di Cuba: il riassunto

Tutto cominciò dall’invasione della Baia dei Porci del 1961, il tentativo fallito di rovesciare il regime cubano di Fidel Castro da parte di Kennedy, neoeletto presidente degli Stati Uniti. Un altro fattore scatenante furono i vari missili piazzati in Turchia e in Italia: gli Stati Uniti avevano cominciato a installare basi missilistiche in queste zone, che puntavano verso i paesi dell’Unione Sovietica.

Chruščёv si rese presto conto che un’eventuale guerra avrebbe richiesto il ricorso alle armi atomiche. Per questo decise di ascoltare le richieste di Cuba e installò dei missili balistici sull’isola. Questi rappresentavano un grosso pericolo per gli Stati Uniti perchè in quindici minuti avrebbero raggiunto Washington, potendo percorrere una distanza di circa 1.600 kilometri. L’operazione sovietica rimase nascosta a tutto il mondo, finché un aereo spia statunitense avvistò e fotografò la base missilistica, segnalando la presenza di missili a medio raggio e intermedi.

Kennedy affermò in televisione di essere al corrente su quanto stava accadendo a Cuba. Se l’isola avesse attaccato gli Stati Uniti la guerra si sarebbe estesa all’URSS. Inoltre, il presidente spiegò la decisione da lui presa per contrastare la base sovietica. Chruščёv inviò varie lettere a Kennedy per ribadire le sue pacifiche intenzioni, ma il vero problema erano le intenzioni dei cubani. Castro aveva ancora un conto in sospeso con gli USA, perché qualche anno prima Cuba aveva subito un attacco da altri compaesani in esilio, addestrati dalla CIA.

Le conseguenze della crisi di Cuba

Inizialmente gli Stati Uniti avevano varie opzioni: bombardare e distruggere le basi missilistiche; fare un appello per fermare l’istallazione delle basi; creare un blocco navale o invadere Cuba. Le prime due furono subito scartate perché avrebbero richiesto troppo tempo. Alla fine Kennedy scelse di creare un blocco militare, affinché non potessero giungere altri missili o altre armi a Cuba.

L’invasione venne organizzata, ma con 40.000 truppe sovietiche armate con armi nucleari il successo era quasi impossibile. Il blocco dei rifornimenti fece molto discutere: per esempio Fidel Castro, rivoluzionario e politico cubano, fece notare l’illegalità del gesto. I missili in loro possesso invece non lo erano, anche perché gli stessi missili americani erano da tempo puntati verso Cuba e verso tutta l’Unione Sovietica.

La fine della crisi

La questione si calmò solo dopo lunghissime trattative e negoziazioni. Le due potenze riuscirono a trovare un accordo: i sovietici smantellarono la base missilistica e gli Stati Uniti conclusero il blocco. Quando tutto si risolse, emerse il bisogno di creare una linea di comunicazione riservata e dedicata tra Washington e Mosca. Nacque così la linea rossa Mosca-Washington, che serviva per evitare il rischio di una guerra atomica.

Tutto questo durò appena 13 giorni, dal 16 al 28 ottobre 1962. Questo confronto fu apparentemente una vittoria per Kennedy, che dimostrò la debolezza dell’Unione Sovietica. Allo stesso tempo, però, il presidente perse la fiducia di molti militari che volevano attaccare e distruggere Cuba.