Csel, per farmacie comunali vera sfida è avvento telemedicina

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In arrivo 10,7 milioni di euro per incentivare la diffusione della telemedicina nelle farmacie dei piccoli centri urbani. Telemonitoraggi della pressione arteriosa, trasmissione e refertazione a distanza di un elettrocardiogramma: sono solo alcune delle possibilità aperte da quello che sembra essere, ad oggi, l’approdo più ambizioso della digitalizzazione in questi presidi sanitari, la cui importanza è emersa con ancora più forza nel corso dell’emergenza pandemica. Attraverso questi contributi, disciplinati da un decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 dicembre scorso, il governo tenta di promuovere la diffusione di queste nuove tecnologie nei luoghi tendenzialmente più sprovvisti di servizi: i comuni con meno di 3mila abitanti. Lo sottolinea un dossier realizzato dal Centro Studi Enti Locali per l'Adnkronos.

Globalmente, in Italia, ci sono 18.667 farmacie, 6.700 delle quali sono collocate in comuni con meno di 5mila abitanti. Questi presidi, detti 'farmacie rurali' sono circa un terzo del totale e servono 10 milioni di persone all’anno (dati Sunifar riferiti al 2019). Quelle a cui si rivolge il decreto in questione sono le 4.200 farmacie che si trovano in comuni con meno di 3mila abitanti.

Queste servono un bacino di 5 milioni di persone e sono dette farmacie 'sussidiate' perché, operando in aree disagiate, godono di sussidi particolari per garantire l’erogazione di servizi in maniera più capillare possibile sul territorio. Di queste, poco meno di metà (2mila) sono situate in comuni al di sotto della soglia dei 1.500 abitanti (2 milioni di persone servite). In alcune regioni del paese, come la Calabria, l’Abruzzo, la Basilicata e il Molise, le farmacie rurali superano in numero le farmacie urbane o ordinarie.

Il Pnrr punta a spingere l’acceleratore della digitalizzazione in tutti i comparti, pubblici e non, a partire da quello sanitario. Ma qual è lo stato dell’arte attualmente nelle farmacie del Paese e, in particolare, in quelle comunali che, stando ai dati Assofarm, rappresentano circa il 9% del totale? Il livello di digitalizzazione base, inteso come utilizzo e possesso di strumenti informatici tradizionali (pc, gestionali, capacità di gestire ricette elettroniche) è ormai stato raggiunto da tempo in modo trasversale in qualsiasi farmacia del paese. Quello che è invece ancora raro è trovare presidi che si siano spinti verso le nuove frontiere, come la telemedicina o l’utilizzo di App per ordinare prodotti. E in questo i farmacisti che operano nelle farmacie comunali sembrano fare un po’ più fatica degli altri perché scontano la loro inferiorità numerica e il fatto che non hanno strumenti, uomini e mezzi per costituire (ad esempio come fatto dai colleghi del mondo privato, con Promofarma) una vera e propria società di scopo che si faccia carico della gestione di molti servizi, anche informatici, rivolti agli associati.

Eppure, in un contesto come la generale penuria di personale medico (soprattutto medici di base) più volte denunciata dalle associazioni di categoria, la possibilità di farsi fare un elettrocardiogramma da una farmacia in un luogo 'decentrato', magari a 50 chilometri dall’ospedale più vicino, ed essere monitorato a distanza da un centro specializzato, potrebbe essere una parziale ma importante risposta all’esigenza di garantire servizi di base per la prevenzione e la cura della salute. Servizi ibridi dunque come risposta a una domanda diffusa.

Le farmacie con una forte vocazione verso questi nuovi strumenti digitali costituiscono oggi una eccezione alla regola perché, stando a quanto emerge dal confronto con gli operatori del settore, ciò che sembra frenare in maniera rilevante il vero e proprio avvento della telemedicina su larga scala oggi non sono tanto le risorse quanto i fattori culturali. La diffusione di queste tecniche mediche e informatiche che consentono di curare i pazienti e fornire loro servizi sanitari a distanza è ostacolata soprattutto dalla scarsa dimestichezza con questi strumenti, sia da parte degli operatori che, soprattutto, da parte dei cittadini che tendono a diffidare di tutto ciò che prescinde dall’intervento umano, soprattutto quando si tratta di salute.

Spesso nelle realtà più decentrate e lontane da ospedali, ambulatori e altri servizi del Ssn, gli unici presidi sanitari di prossimità sono proprio le farmacie. Non a caso, nell’arco degli ultimi 2 anni, le farmacie sono state punti di riferimento fondamentali per l’erogazione di servizi strategici nell’ambito della lotta al Covid-19. Basti pensare all’organizzazione delle reti per l’ossigeno, alla somministrazione di vaccini anti-Covid o anti influenzali o all’esecuzione di tamponi rapidi e rilascio del Green pass. Alcuni recenti provvedimenti legislativi hanno, in qualche misura, riconosciuto questo ruolo della farmacia come struttura integrata nel Sistema sanitario nazionale, sdoganando prestazioni come il prelievo di sangue capillare, prima non consentite.

Il Pnrr stanzia ora risorse importanti per far sì che anche le farmacie più piccole siano in condizione di eseguire servizi quali la dispensazione professionale del farmaco, il monitoraggio pazienti cronici e la prevenzione primaria e secondaria.

Inoltre, in cooperazione con le Case di Comunità, le farmacie - soprattutto quelle inserite in contesti decentrati e con pochi servizi - devono costituire presidi sanitari di prossimità da inserire nella riorganizzazione dell’assistenza sanitaria territoriale di cui alla riforma del Dm 70. Nel corso dell’ultimo anno, a queste realtà sono stati destinati 310,7 milioni di euro: 10,7 volti a promuovere la diffusione della telemedicina, 100 milioni dedicati alle piccole farmacie, 200 milioni (di cui 50 a valere dal 1° settembre al 31 dicembre 2021 e 150 per il 2022) come remunerazione aggiuntiva per il rimborso dei farmaci erogati in regime di Servizio sanitario nazionale. A partire dal 2010 in poi, infatti, c’è stata una continua compressione della spesa farmaceutica convenzionata che ha portato a una sostenibilità economica molto instabile, subita soprattutto dalle farmacie più piccole.

I criteri e le modalità di attribuzione di questi contributi, che saranno dati ai presidi collocati nei comuni con meno di 3mila abitanti, sono stati disciplinati dal decreto varato dai ministri Franco e Speranza, datato 30 ottobre e pubblicato in Gazzetta, il 15 dicembre scorso. I contributi saranno riconosciuti, sotto forma di credito d’imposta, nella misura del 50%, fino a un importo massimo di 3.000 euro per ciascun beneficiario, e sono destinati a coprire le spese per l’acquisto e il noleggio, nell’arco del 2021, di apparecchiature necessarie per l’effettuazione di prestazioni di telemedicina.

Nello specifico, l’agevolazione riguarda le spese per acquisto o noleggio di dispositivi per misurazione non invasiva della pressione arteriosa; per la misurazione della capacità polmonare tramite auto-spirometria; per la misurazione non invasiva della saturazione dell’ossigeno, della pressione, dell’attività cardiaca (in collegamento funzionale con i centri di cardiologia accreditati dalle Regioni) e dispositivi per effettuare elettrocardiogrammi mediante telecardiologia da effettuarsi in collegamento con centri di cardiologia accreditati dalle Regioni.

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