Cuore: con valvole trans-catetere più rischio mortalità dopo 3 anni

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Roma, 5 ott. (askanews) - La nuova tecnica trans-catetere per la cura della stenosi valvolare aortica, è associata a un maggior rischio di mortalità a distanza di tre anni, rispetto all'impianto di una valvola con intervento cardiochirurgico tradizionale: lo evidenzia uno studio italiano, presentato oggi al Congresso della Società Euuropea di Cardiochirurgia, in corso a Libona, che ha analizzato i dati di più di 6.000 pazienti.

La ricerca ha riletto criticamente i risultati ottimistici di recenti studi che confrontavano i risultati di due diversi trattamenti nella cura della stenosi valvolare aortica, la patologia degenerativa più frequente. È stato possibile evidenziare come la nuova tecnica trans-catetere (TAVI), rispetto all'impianto di una valvola con intervento cardiochirurgico tradizionale (SAVR), è associata a un maggior rischio di mortalità a distanza, che risulta particolarmente evidente dopo i tre anni, 40 mesi per la precisione. Rischio che, se associato a pazienti con una lunga aspettativa di vita (tendenzialmente tra i 60 e i 75 anni di età), potrebbe fare davvero la differenza. In negativo.

Gli studi prospettici randomizzati hanno mostrato nel breve termine buoni risultati. Inizialmente nei pazienti ad alto rischio, e successivamente anche in quelli a rischio minore. Poco o nulla, però, in realtà si sapeva in merito ai risultati a lungo termine. Questo ha comportato una costante espansione di tale tecnica ai casi con pazienti sempre più giovani e dal minore rischio di coesistenza di patologie diverse nello stesso individuo.

"La diffusione sperimentata negli ultimi anni non è supportata da evidenze scientifiche incontrovertibili, che dimostrino risultati a lungo termine paragonabili a quelli già dimostrati per la procedura classica chirurgica", inquadra Fabio Barili, componente della Fondazione Cuore Domani, onlus della Società italiana di chirurgia cardiaca (SICCH), primo autore della ricerca presentata oggi nella capitale portoghese. "Il nostro studio, mediante sofisticati strumenti metodologici matematico-statistici - continua - è stato concepito con l'obiettivo di raccogliere tutta la documentazione scientifica di confronto sulle due opzioni terapeutiche. Abbiamo così dimostrato che non esistono, al momento, evidenze che possano giustificare l'adozione della nuova tecnica trans-catetere in maniera così ampia come sperimentato ai giorni nostri. Se è vero che l'essere sottoposti al nuovo approccio meno invasivo rappresenta nei primi mesi un fattore protettivo, i risultati a lungo termine - già dopo poco più di tre anni - sono nettamente in favore dell'intervento chirurgico classico, che garantisce una maggiore sopravvivenza". (segue)