Curiosity e la spazzatura che portiamo su Marte

Come se non bastasse l’inquinamento sulla Terra, il problema adesso si sta allargando a quello extra-terrestre. Non che i marziani siano ancora alle prese con la raccolta differenziata dei rifiuti, sia ben chiaro, ma un recente studio – pubblicato sul numero di aprile della rivista Applied and Environmental Microbiology – ha messo in luce come i microbi dei veicoli spaziali della Terra potrebbero sopravvivere, seppure brevemente, su Marte. Se a questa scoperta si aggiungono i quintali e quintali di spazzatura spaziale in orbita attorno al nostro Pianeta, ci si comincia a fare, almeno, una vaga idea del fenomeno.

Nonostante le molte precauzioni - quali sterilizzazione prima del volo, pulizia degli ambienti esterni e via dicendo - è stato scoperto che comunità di microrganismi presenti sulla navicella spaziale al momento del lancio possono sopravvivere anche alle fredde condizioni di vita marziane. Tutto merito della polvere del Pianeta rosso che formerebbe una sorta di strato protettivo capace di preservare alcuni batteri nel suolo. Le prime ricerche condotte dal microbiologo Andrew Schuerger, nell’Università della Florida, escludevano che microbi terrestri potessero vivere su Marte, anche quelli più resistenti. La luce ultravioletta proveniente dal sole può risultare devastante, soprattutto per le onde corte dei raggi. Ma la chiave per la sopravvivenza dei microbi, dagli ultimi esperimenti condotti, pare essere proprio la polvere marziana. I ricercatori hanno testato due noti contaminanti batterici che si trovano, di norma, sui veicoli spaziali: Escherichia coli e Serratia liquefaciens. Li hanno sottoposti a radiazione ultravioletta, in ambienti molto secchi e salati, con temperature fino a -50 gradi e a pressioni atmosferiche circa 140 volte inferiori a quella terrestre al livello del mare. Durante la settimana di studio, il contaminante E. coli – che si trova comunemente nelle viscere umane – potrebbe sopravvivere sulla superficie di Marte per almeno sette giorni, a patto che sottili strati di polvere (da 200 a 500 micron di spessore) possano proteggerlo dall’esposizione ai raggi ultravioletti. Certo gli esperimenti sono complessi e devono tenere conto di innumerevoli fattori per produrre un risultato attendibile, ma la contaminazione di Marte da microbi terresti, in buna sostanza, è teoricamente possibile.

Il passo dalla contaminazione all’inquinamento è breve. Lo spazio sta diventando una sorta di discarica. La spazzatura spaziale (space junk) è formata da decine di milioni di oggetti artificiali che sono stati scartati, persi o dimenticati in orbita. Alcuni pezzi sono molto grandi – basti pensare a razzi esausti o satelliti fuori uso -, ma la maggior parte è incredibilmente piccola, per esempio pezzi erosi da altri veicoli spaziali. Il problema è che tutti questi pezzi si muovono ad una velocità pazzesca, circa 28.000 chilometri orari, a 750 chilometri di distanza della Terra, e quando si scontrano possono causare danni enormi, distruggendo anche costosi stelliti ancora in funzione. E se un detrito colpisse una stazione orbitante? Il danno sarebbe enorme: basta un foro di appena 0,4 centimetri per causare un’implosione che risucchierebbe gli astronauti. Nel 2009 un satellite per le comunicazioni Iridium ha colpito il veicolo spaziale russo Cosmos, creando un mucchio di “space junk” nuovo di zecca.

E a proposito di Russia, nella regione di Altaj, al confine con il Kazakistan, la popolazione locale deve fare i conti con un’infinità di rifiuti lasciati dai razzi Proton sparati nello spazio. E’ facile trovare detriti spaziali in questa parte della taiga: pezzi di lega leggera in metallo brillano qua e là tra l’erba. Le persone che vivono da queste parti sono preoccupate per i possibili rischi legati alla loro salute. “I razzi cadono qui, quindi questo deve avere qualche effetto sulle persone”, dice Olga Tadykova, alla Bbc. Lei è un medico di 46 anni e cura i bambini del villaggio di Karakoksha, nella repubblica autonoma russa dell’Altaj, siamo in Siberia sud-occidentale e la regione si trova praticamente sotto la traiettoria che compiono i razzi russi lanciati nello spazio. I detriti dei lanci cadono non lontano dal paesino di mille e 500 anime e gli ambientalisti sostengono che gli scarti contengano carburante per missili altamente tossico che si diffonde nell’atmosfera e penetra nel suolo e nell’acqua, danneggiando piante e animali. I bambini curati dalla dottoressa Tadykova hanno accusato, negli anni, sempre gli stessi sintomi: anemie, allergie, mal di gola e disturbi della pelle. “Potrebbe essere l’ambiente”, ipotizza la dottoressa, ma di studi medici ufficiali il governo non ne ha condotti. Di sospetto c’è anche il forte numero di casi di cancro in una comunità così piccola.

Insomma l’inquinamento terrestre ed extra sta diventando un fenomeno preoccupante. Allora che fare? Da qualche anno Nasa ed Esa (Agenzia spaziale europea) stanno distruggendo i satelliti mandati in orbita, ma gli scarti del passato rimangono comunque a spasso. Un gruppo di ricerca svizzero sta realizzando un satellite, molto particolare: Clean Space One, in grado di ripulire l’orbita terrestre dai rottami vaganti che la circondano. Il satellite-spazzino partirà su un razzo vettore a caccia di spazzatura da recuperare e rottamare che catturerà grazie ad una particolare pinza che gli permetterà di afferrare i suoi obiettivi e spingerli verso l’atmosfera terrestre. Qui si distruggeranno ad un temperatura di circa 1000 gradi. Il suo lancio è previsto per il 2015-2016. Il costo? Unici milioni di euro. Che per ripulire l’universo paiono spiccioli.

La missione di Curiosity

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