Da Berlino spinta all'Italia, Letta: "Subito legge su salario minimo"

(Adnkronos) - La decisione del governo tedesco di alzare il salario minimo, rimbalza in Italia e rilancia il dibattito sull'approvazione di una legge, sulla cui opportunità centrodestra e centrosinistra si confrontano, dividendosi. L'esecutivo guidato dal cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz ha stabilito che il trattamento salariale, attualmente fissato a 9,82 euro, salirà a 10,45 il primo luglio per arrivare a 12 euro in ottobre. Il provvedimento che era una promessa della Spd, è stato approvato in via definitiva dal Bundesrat che ha contemporaneamente stabilito che la remunerazione massima mensile per i cosiddetti 'mini job' salirà in ottobre da 450 a 520 euro.

In Italia, l'approdo a una legge (sono sei ddl depositati in commissione Lavoro al Senato, con un modello di riferimento che parte da 9 euro netti orari, livello minimo per ora non garantito, secondo i dati dell'Inps, per circa 4,5 milioni di lavoratori), sembra quanto meno lontano. Almeno a giudicare dalle dichiarazioni di esponenti della maggioranza e del governo. "Per noi offrire questa tutela minima dei lavoratori è un dovere morale, no alle paghe da fame", ha ribadito il leader M5S Giuseppe Conte.

"L'assenza di salario minimo - ha domandato il segretario Pd, Enrico Letta - decreta la morte delle imprese? Decreta la morte dei lavoratori che si ritrovano a lavorare con paghe non dignitose e non degne di un paese civile. Paghe da 3,4 euro non sono da Paese degno e intervenire con il salario minimo significa attuare l'art.1 della Costituzione. La direttiva Ue è un'ottima spinta, noi ci siamo e vorremmo diventasse legge prima della fine di questa legislatura. Non aspettiamo la prossima, sarebbe un gravissimo errore".

Di avviso diverso è il ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, che in un lungo e argomentato intervento sul "Corriere della Sera" ha chiarito che prima occorre spazzare il campo dai "malintesi". "Nel dibattito pubblico, sono state mescolate tre questioni che, invece, devono restare distinte: la criticità strutturale dei salari italiani, legata a bassa produttività e bassa crescita; le misure per i cosiddetti “working poor” e il fenomeno dei contratti “pirata”; gli interventi per contrastare la riduzione del potere d’acquisto dei salari per effetto dell’inflazione in aumento", ha puntualizzato Brunetta.

"L’accordo in sede Ue sulla direttiva sui salari minimi adeguati è stato brandito da alcuni, anche in seno alla maggioranza, come la prova della necessità di un salario minimo legale, equivocando - ha sottolineato Brunetta - sia il senso della direttiva, sia l’idoneità dello strumento a “curare” i tre mali illustrati sopra. Innanzitutto, la direttiva salvaguarda i Paesi, come l’Italia, in cui la determinazione dei salari per una quota superiore all’80% dei lavoratori è garantita dalla contrattazione collettiva, esentandoli dall’obbligo di introdurre un salario minimo legale. Si è fatto ricorso a due luoghi comuni per mettere il nostro sistema di contrattazione sotto accusa".

"Il primo riguarda la frammentazione, in base ai dati dell’archivio Cnel: su 1.000 contratti depositati, sono solo 419 i contratti collettivi nazionali effettivamente utilizzati e appena 162 quelli sottoscritti da Cgil-Cisl-Uil. Ma – questa è l’omissione grave – questi 162 accordi coprono 12,5 milioni di lavoratori dipendenti, pari al 97% del totale dei 12,9 milioni di rapporti di lavoro dichiarati nelle comunicazioni Uniemens all’Inps. È la prova della sostanziale tenuta del sistema di contrattazione collettiva governato da Cgil-Cisl-Uil, che marca la differenza tra l’Italia e il resto dei Paesi di area Ocse, dove nel 2017 appena il 32% dei lavoratori risultava coperto da un accordo collettivo.

"Il secondo luogo comune è quello per cui l’esistenza di 'paghe da fame' tra i 3 e i 4 euro lordi l’ora giustificherebbe l’introduzione del salario minimo per legge. Anche in questo caso è indispensabile un’operazione verità. Lo studio sistematico dei trattamenti minimi retributivi previsti dai contratti collettivi nazionali indica che siamo di gran lunga sopra queste cifre in tutti i settori, eccetto il caso peculiare del lavoro domestico. Un’eventuale legge sui minimi retributivi, attestata anche sui 9 euro lordi, potrebbe comportare una fuga dal sistema di contrattazione collettiva, perché decisamente più oneroso per le imprese e i datori di lavoro. Conviene? Inoltre il problema, serissimo e documentato, del lavoro povero dipende da altri fattori che non sarebbero affatto risolti dal salario minimo legale: il dilagare del lavoro nero, dei finti tirocini, del lavoro occasionale e delle finte partite Iva, nonché l’anomalia del lavoro autonomo professionale di nuova generazione a cui non si applicano i contratti collettivi. Da ripensare sono anche le condizioni di continuità del reddito di lavoratori a termine e i trattamenti dei lavoratori part time, soprattutto donne e giovani.

"Sgombrato il campo dalle visioni ideologiche ed elettoralistiche e abbandonato il feticcio del “salario minimo per legge” anche da parte di autorevoli esponenti del M5S, è ormai chiaro a tutti come sia più semplice convergere attorno alle possibili soluzioni, come dimostra l’atteggiamento, sempre equilibrato, tenuto dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando.", rileva Brunetta. "In sintesi, rinnovare i contratti, estendere l’applicazione dei contratti più diffusi, tagliare il cuneo, premiare la produttività. La complessità, anche virtuosa, del mercato del lavoro italiano e la drammaticità di questo momento storico impongono responsabilità e coesione. Non altre rigidità, non slogan populisti, non derive stataliste, ma - ha aggiunto Brunetta - un grande patto sociale capace di migliorare le condizioni di lavoro nel nostro Paese. Il dialogo contro ogni malinteso".

"L'intervento sul cuneo non può non accompagnare il ragionamento sul salario minimo", ha affermato il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli. "Credo che le due cose debbano stare assieme profondamente perché altrimenti si rischia di fare un intervento parziale su una parte sola e non su entrambe: lavoratori e datori di lavoro devono avere un beneficio mutuo dall'innalzamento del salario dei lavoratori" ha concluso Patuanelli.

"Credo che un salario minimo per legge non sia la soluzione. Un salario invece che sia frutto di una contrattazione tra sindacati e datore di lavoro è uno stipendio che può essere più ricco di quello che viene fissato per legge. Ha ragione Brunetta: non si tratta di tutelare solo chi è sottopagato, quello va fatto, si possono applicare i contratti nazionali anche con un decreto del governo ai sottopagati, ma serve una contrattazione nazionale perché a noi interessano 22 milioni di lavoratori", ha obiettato il coordinatore di Forza Italia, Antonio Tajani.

Il reddito di cittadinanza ''va cancellato'' e il salario minimo ''rischia di essere uno specchietto per le allodole: c'è questo tema ma occorre accogliere le nostre proposte a partire dal taglio del cuneo fiscale'', ha dichiarato Giorgia Meloni, sintetizzando la posizione di Fdi.

"I salari non solo sono fermi da decenni ma sono pure andati indietro, ci sono milioni di lavoratori poveri, che lavorano ma il salario che ottengono non è sufficiente a consentirgli una condizione di vita dignitosa. Mi auguro che in questo fine legislatura si possa vedere una legge. Se dovessi però scommettere temo che la maggioranza e il governo non siano in condizioni di produrre una buona legge sul salario minimo", ha chiosato il segretario di Sinistra Italiana, Nicola Fratoianni.

Sull'opportunità di un provvedimento ad hoc si è schierato anche il presidente della Camera, Roberto Fico: "Sono d'accordo su una legge sul salario minimo in Italia e sono d'accordo a farla accadere il prima possibile, ma le forze politiche su questo tema sono divise. Deve arrivare il prima possibile in aula una legge perché si possa dibatterla. Bene l'Unione europea su questo tema. Ora mettiamo questo tema al centro, senza essere troppo ideologici e portiamolo a casa".

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