Da dieci anni vogliono lasciare le Marche per l’Emilia-Romagna. L’odissea dei due Comuni che vogliono cambiare Regione

Fabrizio Arnhold
Una spiaggia di Rimini (Getty)

Il 25 giugno del 2007 i Comuni di Sassofeltrio e Montecopiolo, rispettivamente 1.476 e 1.214 abitanti, in provincia di Pesaro Urbino, hanno votato per cambiare Regione. Dalla Marche volevano passare in Emilia-Romagna: il popolo vota a favore del cambio amministrativo con percentuali quasi bulgare, circa l’87 per cento. A dieci anni dal referendum niente, non è cambiato nulla.

Le solite lungaggini burocratiche, può pensare qualcuno. Certo, ma la faccenda in questo caso è anche politica. Dopo il sì al referendum, come è accaduto nel 2006 per altri centri dell’alta Valmarecchia, occorre che le Regioni competenti esprimano il proprio parere e diano mandato al Parlamento di convertire in legge l’esito. Subito dopo la consultazione, l’Emilia-Romagna concede subito il parare favorevole, le Marche non fanno niente. La Costituzione non spiega cosa succede se una delle due regioni non esprime un parere. E intanto la questione finisce in Parlamento.

Sassofeltrio, in provincia di Pesaro Urbino, ha votato insieme a Montecopiolo, nel 2007, per passare sotto la provincia di Rimini

Nel 2015 la Commissione affari costituzionali invia tre lettere per sollecitare il parare della Regione Marche. Il 10 marzo 2016 gli esperti esprimono il loro parere: una regione non può bloccare una procedura amministrativa. La legge arriva alla Camera il 27 marzo. Le Marche sono un feudo del Pd e il presidente della Regione, Luca Ceriscioli, propone di proporre un altro referendum “perché ormai è passato troppo tempo dal primo”. Apriti cielo, la gente si arrabbia. “Da Pesaro distiamo 70 chilometri, con una viabilità disastrosa. Rimini è distante solo 40”, spiega Alfonso Lattanzi, sindaco di Motecopiolo. “Le scuole più vicine sono in Romagna, per non parlare degli ospedali”. Chissà se dopo dieci anni la lungaggine burocratica finirà. Gli “scissionisti” ci sperano.

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