Da dove viene la crisi dell'acciaio

Gianluca Maurizi

"L'Italia è il perno attorno al quale riscrivere l'equilibrio del mercato siderurgico europeo". Il parere è di Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza sulle materie prime, secondo cui, "con ogni probabilità, ArcelorMittal, al netto degli errori del governo e degli interventi della magistratura, difficilmente abbandonerà l'Italia, ma sfrutterà l'occasione per strappare un consolidamento produttivo e tagli occupazionali".

Di certo la crisi dell'acciaio in Europa è evidente. "Il mercato", osserva l'esperto di commodities intervistato dall'AGI, "è in condizioni di grande debolezza a causa del forte rallentamento del comparto automobilistico tedesco, iniziato già lo scorso anno".

Tra il primo trimestre 2018 e settembre 2019 il prezzo del coils a caldo, quello prodotto dall'Ilva, è precipitato mediamente da circa 550 a meno di 400 euro alla tonnellata. "E questo", rileva Torlizzi, "sta mettendo in difficoltà tutte le acciaierie: i consumi frenano e fanno scendere il prezzo dell'acciaio, ma il costo delle materie prime che servono per produrlo, come il minerale di ferro, non cala, sostenuto dalla domanda cinese".

Il colis a caldo

La laminazione a caldo è un processo di lavorazione meccanica ad alta temperatura eseguito per ridurre lo spessore della lamiera o il diametro del tondo di acciaio

In questa situazione i produttori europei si trovano schiacciati. "E la loro marginalità", afferma Torlizzi, "è rimasta stritolata. Il disastro dell'Ilva, su cui comunque pesano gli elementi politico-giudiziari locali, va dunque contestualizzato all'interno di una situazione difficile di tutto il comparto siderurgico in Europa".

Come dimostra l'andamento del titolo ArcelorMittal in Borsa, passato dagli oltre 30 euro di inizio 2018 ai meno di 15 di oggi. E neanche le prospettive sono rosee. I produttori riferiscono che dal settore dell'auto tedesco non arrivano segnali di ripresa: da inizio anno la produzione è scesa del 20% rispetto al 2018.

"Tutto ciò", incalza l'esperto, "non fa che aumentare il problema della sovracapacità produttiva dell'acciaio in Europa. E se si vorrà assistere a una ripresa sostenibile dei prezzi nell'arco del 2020, una razionalizzazione produttiva è imprescindibile".

Lo Steel Committee dell'Ocse calcolava l'eccesso di produzione globale in 425,5 milioni di tonnellate già per il 2018. E prevedeva che se tutti i progetti comunicati e i nuovi impianti annunciati fossero stati realizzati la capacità produttiva sarebbe cresciuta di un ulteriore 4-5% tra il 2019 e il 2021. "Il punto", osserva Torlizzi, "è chi si debba fare ora carico dei tagli produttivi". La differenza tra la capacità produttiva potenziale massima e quella effettiva, in Europa, si aggira attualmente sui 50-60 milioni di tonnellate. Che si traducono in un eccesso di manodopera tra occupati diretti e indotto.

Il processo di riduzione della capacità produttiva in Europa è già stato avviato. Gli stop sono stati tanti negli ultimi mesi: Salzgitter ha chiuso un altoforno da 600.000 tonnellate all'anno; ArcelorMittal ha fermato altoforni nei siti di Cracovia, delle Asturie e di Brema e ridotto la produzione a Dunkirk e Eisenhuttenstadt; Ssab ha tagliato 1,8 milioni di tonnellate all'anno di capacità negli impianti di Raahe in Finlandia e Oxelosund in Svezia; Liberty ha annunciato di voler estendere il taglio del 20% della capacità della sua acciaieria di Ostrava.

Nonostante tutto, però, ritiene Torlizzi, "Arcelor Mittali non se ne andrà mai dall'Italia: innanzitutto perché siamo il secondo mercato manifatturiero in Europa e, poi, per non correre il rischio di lasciare campo libero a un concorrente, magari cinese. Anche tra gli operatori non prevale l'idea di un abbandono ma quella di una razionalizzazione produttiva in linea con il nuovo scenario". Quello che, conclude l'esperto, "ha spinto ArcelorMittal a chiedere quest'anno per 5 volte ai clienti un aumento dei prezzi e per 5 volte vederselo rifiutato".