Da gennaio la corsa al Quirinale. Cresce il partito pro Draghi, ma ci sono timori di urne anticipate

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AGI - E' di nuovo il giorno del riserbo. Dopo che nei giorni scorsi molti leader politici si sono espressi a briglia sciolta sull'elezione del presidente della Repubblica, oggi la parola d'ordine torna a essere 'ne riparliamo a inizio 2022'. Ma incrociando il tanto detto e scavando a taccuini spenti nel non detto, alcuni elementi cominciano ad emergere.
    

La base da cui partire è che a gennaio, quando il presidente della Camera convocherà il Parlamento in seduta comune, i grandi elettori dovranno scegliere un nuovo Presidente. L'attuale, Sergio Mattarella, ha già fatto sapere che non intende prestarsi al bis. Nonostante anche oggi alcuni cittadini lo abbiano invitato a restare, durante la sua visita a Pescara, il Capo dello Stato ha già spiegato, citando il predecessore Antonio Segni, che non ritiene praticabile la "immediata rieleggibilità del Presidente". E il suo orientamento appare assolutamente fermo. Solo una situazione drammatica, che nessuno auspica, potrebbe portare l'attuale inquilino del Quirinale a riaprire una riflessione su questa ipotesi. E certo l'ipotesi di alcuni commentatori di avere una presidenza a scadenza viene considerata del tutto fuori dalla Costituzione, per usare un eufemismo.
    

E' di ieri invece l'affacciarsi esplicito dell'idea di una elezione di Mario Draghi, che diverrebbe così garante per il Paese per sette anni. Ne ha parlato il ministro allo Sviluppo Giancarlo Giorgetti. Ne ha parlato anche il ministro leghista Massimo Garavaglia: "Che Mario Draghi finisca al Quirinale mi sembra una soluzione logica. Il quando è tutto da vedere. Non dipende certo dal sottoscritto".
    

"Draghi sarebbe un grandissimo presidente della Repubblica, è un grandissimo presidente del Consiglio e sarebbe un grandissimo presidente delle istituzioni europee, come il Consiglio europeo e la Commissione europea. Può far tutto, al momento opportuno in Parlamento si vedrà, ora è presto per parlarne", ha detto il leader di Iv, Matteo Renzi. Parole che vengono lette dai suoi come una frenata da parte di chi ritiene che esistano diverse possibilità sul campo.
    

Mentre l'ipotesi non dispiacerebbe a Giorgia Meloni, che secondo alcuni suoi fedelissimi potrebbe non ostacolare l'elezione dell'attuale premier nella speranza che sia foriera di elezioni anticipate. Matteo Salvini getta acqua sul fuoco: "Non tiro per la giacchetta né Draghi né Mattarella. Mi sembra una mancanza di rispetto nei loro confronti e degli italiani. A febbraio ne riparleremo" spiega, anche se alcuni big leghisti assicurano che Draghi potrebbe contare sul suo voto.
   

 Dal Pd ufficialmente restano valide le parole di Enrico Letta che nei giorni scorsi ha chiesto ai suoi di non anticipare dichiarazioni su un tema a cui si porrà la mente solo più avanti, anche se molti ritengono che se si concretizzasse una disponibilità del premier sarebbe difficile per il Pd non votarlo. Anche se la consegna del silenzio non viene accolta 'in toto' dal governatore dell'Emilia Romagna Stefano Bonaccini: "Non condivido un passaggio dell'intervista di Giorgetti, cioè, che Draghi debba andare immediatamente al Quirinale. Questo governo deve durare fino a fine legislatura perché in questo momento serve stabilità all'Italia".
    

Quanto al M5s, Giuseppe Conte taglia corto: "Io non partecipo al gioco della destabilizzazione, le tirate di giacca fanno male: per il Colle ci sono tante variabili da considerare e ne parleremo in prossimità della scadenza".     

L'analisi che sta maturando nel Movimento ha due facce: da un lato i più vicini al governo che ritengono un elemento positivo concorrere all'elezione del Capo dello Stato, dall'altro chi valuta se sia positivo o negativo avere Draghi al Quirinale se questo portasse a elezioni anticipate.  
    

Mentre esiste anche un lavorio per portarlo nuovamente a palazzo Chigi nel caso alle prossime elezioni non ci fosse un vincitore netto: ne hanno parlato esplicitamente i liberal del Pd, ne ha parlato l'ex capogruppo al Senato Andrea Marcucci. 
    

Tutti però sono consapevoli che un peso non indifferente lo avrà la valutazione del diretto interessato, di cui però risuonano ancora le parole dette a fine estate: "Trovo un po' offensivo questo fatto di pensare al Quirinale come un'altra possibilità. Ma anche un po' offensivo nei confronti del Presidente della Repubblica", ha risposto il premier a chi gli chiedeva se ritenesse il Quirinale una possibilità per il suo futuro. E allora bisogna 'interrogare' chi si è schierato apertamente sulla sua candidatura di Draghi a palazzo Chigi nel momento in cui il governo Conte andò in difficoltà. "Che Draghi possa andare al Quirinale a fare il De Gaulle è una cosa falsa. A che titolo - si chiede un sottosegretario - parteciperebbe ad un G20? Per ora la Costituzione non è stata cambiata...". La tesi è che "Draghi solo da palazzo Chigi può realmente fare gli interessi del Paese".
 

Ma c'è anche chi si schiera sul fronte opposto. Dopo Giorgetti anche Brunetta oggi è esplicito: "Per uscire dalla crisi economica e dalla pandemia e per essere leader in Europa, io credo che la persona che ha piu' titolo per garantire questo per i prossimi 7 anni e cioe' per tutta la durata, e anche qualcosa di più, del Pnrr, sia proprio il presidente del Consiglio, Mario Draghi". Un altro 'endorsment', dopo quello del ministro dello Sviluppo che, in realtà, nell'intervista alla Stampa ha rimarcato come senza Draghi nella sede del governo i fondi del Pnrr verrebbero 'dispersi'.

E c'è chi nella Lega sostiene che il numero due del partito di via Bellerio abbia voluto lanciare il sasso proprio per 'blindarlo' al governo. Ma sull'eventualità che sia Draghi il candidato 'bipartisan' il rischio è che si facciano i conti senza l'oste. Ovvero sono gli eletti a dover fare, eventualmente il suo nome. "E sia alla Camera che al Senato, soprattutto dopo il taglio dei parlamentari - osserva un politico di lungo corso della maggioranza - non c'è nessuno che abbia voglia di andare a votare". Dunque vale l'assunto di un 'big' del Pd secondo il quale "al Quirinale bisognerebbe spendere la carta migliore" ma il timore di elezioni anticipate potrebbe 'frenare' deputati e senatori che non vogliono certo anticipare il termine della legislatura. Ecco perché un 'big' della Lega sottolinea come lo scenario del voto anticipato sia difficilmente realizzabile. A meno che, eventualmente, non si trovi un'altra figura di garanzia a palazzo Chigi. Sul tavolo comunque restano le candidature di Gentiloni, di Berlusconi (FI non avrebbe apprezzato la 'frenata' di Giorgetti) e di Casini.

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