Da Mafia Capitale a Yara, 10 casi che con le nuove norme sarebbero andati diversamente

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- (Photo: FABIO FRUSTACIANSA)
- (Photo: FABIO FRUSTACIANSA)

Cambiano le regole sulla comunicazione delle inchieste da parte delle procure. E cambiano in modo che sia garantito agli indagati il diritto a non essere additati come colpevoli quando il procedimento nei loro confronti è appena alle fasi iniziali. Il decreto attuativo “sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza” è stato approvato giovedì in Consiglio dei ministri. Con 5 anni di ritardo viene recepita una direttiva europea del 2016.

Limiti alle conferenze stampa, attenzione alle parole e stop ai nomi evocativi: cosa prevedono le nuove norme

La nuova norma prevede che le informazioni sulle indagini possano essere diffuse solo quando sono indispensabili per la prosecuzione del lavoro degli inquirenti. Quindi, ad esempio, non potranno essere divulgati video o altro materiale con il solo scopo di aggiungere dettagli all’inchiesta. Ma, soprattutto, mette fine alle conferenze stampa show. Da oggi la regola sarà che i pm comunicano solo con comunicato stampa. Si potranno organizzare incontri con i giornalisti solo “nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti”. Una definizione che si presta a molte interpretazioni, ma certamente segna un cambio di passo rispetto a ciò a cui l’opinione pubblica è abituata. Ancora, nei provvedimenti che non servono ai pm per dimostrare la tesi della colpevolezza - e quindi ad esempio nelle ordinanze del gip - non potranno essere inseriti termini o espressioni che indichino l’indagato come colpevole. Se succede, l’interessato può chiedere rettifica. Se la rettifica non arriva può chiedere un provvedimento d’urgenza. Le inchieste, infine, non potranno avere più nomi evocativi, che contengano allusioni a una già decisa colpevolezza degli indagati e, quindi, si legge nel testo, sono lesivi della presunzione di innocenza. Da Mani Pulite a Savoiagate ne abbiamo visti tanti in questi decenni.

Il sì del Csm e le critiche dell’Anm: “Scelte discutibili”

La strada per l’approvazione - iniziata con la presentazione dello schema di decreto in estate - non è stata priva di intoppi. “Tutto è partito da quel mio emendamento 10 mesi fa, che inizialmente era stato respinto. Poi tutti si sono convinti. Ora vigiliamo perché le regole siano rispettate”, rivendica ora il deputato di Azione Enrico Costa, che in questi mesi ha condotto una battaglia affinché il provvedimento diventasse legge. Il Consiglio superiore della magistratura, alla vigilia del via libera, ha dato parere positivo. Non è così convinta del provvedimento, invece, l’Associazione nazionale magistrati: “Sono state compiute scelte discutibili. Si è irragionevolmente irrigidita la comunicazione con la Stampa dei Procuratori della Repubblica, che potranno servirsi esclusivamente di ‘comunicati ufficiali’ e, nei casi di particolare rilevanza pubblica, di ‘conferenze stampa’. Regole che non renderanno un buon servizio, questo è il timore, all’esigenza di una corretta informazione su quanto accade nel processo durante la fase delicatissima delle indagini”, ha detto il vertice del sindacato delle toghe, Giuseppe Santalucia, che già in altri interventi aveva sottolineato le sue perplessità.

Da Rinascita Scott a Mafia Capitale: le scelte comunicative che non sarebbero state possibili con il nuovo decreto

Al di là delle opinioni diverse, le nuove norme rappresentano - come ha detto in più interventi il magistrato e direttore della rivista Questione giustizia Nello Rossi - “una rivoluzione nel rapporto tra imputati e pubblici poteri”. Quanto saranno efficaci, e che risultati produrranno, sarà chiaro solo tra qualche mese. Intanto, però, possiamo guardare il passato alla luce delle nuove regole. Quante conferenze stampa show, processi mediatici, definizioni assolutamente prive del rispetto della presunzione di innocenza , dichiarazioni che avevano il sapore di una sentenza di condanna pronunciate da chi doveva sostenere l’accusa non avremmo avuto? Un’infinità probabilmente. Ne ripeschiamo dieci dal recente passato, ricordando come quei casi sono stati trattati e come invece - con quanta più sobrietà, verrebbe da dire - sarebbero state trattate se fossero già state in vigore le nuove norme.

Era la fine del 2019, in Calabria venivano arrestate 334 persone, con l’accusa di far parte di un’associazione criminale composta da ’ndranghetisti, massoni politici. Veniva alla luce l’inchiesta Rinascita-Scott, condotta dal procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri. Il nome lo ricorderanno in molti, qualcuno ricorderà la conferenza stampa in cui veniva annunciata quella che lo stesso Gratteri aveva definito “numericamente la seconda operazione dopo il primo maxiprocesso di Palermo di Falcone e Borsellino”. Bene, durante questo lungo incontro dei giornalisti - il video è qui, se qualcuno volesse rinfrescare la memoria - il procuratore capo parlava di questa inchiesta come il coronamento “di una rivoluzione, un sogno”. Come se tutto si fosse esaurito con gli arresti. I rappresentanti dei Carabinieri nei loro interventi usavano frasi come: “Chi è stato furbo pensava di poter vincere e invece è stato sconfitto” e ancora “questa è una giornata di successo che ci godiamo insieme alle brave persone che popolano questa terra”. Frasi con le quali, in sostanza, si pronunciava già una condanna. Se queste norme fossero già state in vigore la conferenza stampa, dato l’interesse pubblico, sarebbe stata ugualmente lecita, ma gli inquirenti intervenuti avrebbero dovuto pesare diversamente le parole.

Quanto al merito del procedimento, alcuni degli arrestati furono scarcerati alcune settimane dopo il blitz. La sentenza di primo grado per gli imputati che hanno scelto il rito abbreviato è arrivata proprio oggi: 70 condanne e 19 assoluzioni. Segno che l’impostazione dell’accusa per ora regge. Per il rito ordinario, che si celebra nell’aula bunker di Lamezia Terme, bisognerà aspettare ancora.

Dalla Calabria al Piemonte. Il 23 maggio l’Italia si è fermata per la tragedia del Mottarone. Una fune di una delle cabine della funivia ha ceduto. La cabina è precipitata e i passeggeri che erano a bordo sono morti. Sopravvissuto solo un bimbo di origini israeliane, Eitan, che ha perso in quella tragedia genitori, fratellino e bisnonni. Dopo pochi giorni furono arrestate, nella notte, tre persone. Si trattava di Gabriele Tadini, responsabile del servizio che ha ammesso di aver disattivato il freno di sicurezza, Luigi Nerini, gestore dell’impianto, e Enrico Perocchio, dipendente della ditta che si occupava della sicurezza, pochi giorni dopo scarcerati con un provvedimento del gip. Il caso aveva colpito l’opinione pubblica, tutti gli occhi erano puntati sulla procura di Verbania. E la procuratrice, Olimpia Bossi, rilasciò una quantità imprecisata di dichiarazioni e interviste video, in un momento molto delicato dell’inchiesta. Con queste nuove norme verosimilmente avrebbe dovuto limitarsi ai comunicati e a una conferenza stampa. A tutela della riservatezza dell’inchiesta, ma soprattutto delle garanzie - costituzionali - degli indagati.

I casi in cui l’immagine del mostro è stata costruita sui giornali, e durante le inchieste, molto prima che arrivassero le sentenze sono tanti. Uno, datato, è tornato alla ribalta di recente. Il 26 novembre 2010, in provincia di Bergamo, veniva uccisa Yara Gambirasio, una ragazzina di 13 anni appena. Dopo approfondite analisi del Dna si risalì a Massimo Bossetti, muratore della zona. L’uomo è stato condannato all’ergastolo in via definitiva. La gogna nei suoi confronti era partita però già molto prima. Un esempio per tutti: i Carabinieri avevano diffuso un video in cui si sosteneva esserci il furgone di Bossetti che girava intorno alla palestra dove fu trovata Yara, proprio il giorno della scomparsa. Con queste nuove norme, un filmato del genere non avrebbe potuto essere diffuso dalle forze dell’ordine, perché non è essenziale alla prosecuzione dell’inchiesta. Ma c’è dell’altro. In quel caso non si trattava di un video autentico, ma di una serie di immagini di origine varia, usati per verificare se quel furgone fosse compatibile con il mezzo di Bossetti. I giornalisti che ne avevano posto in dubbio l’autenticità non saranno processati per diffamazione.

I magistrati dovranno porre un occhio in più ai termini che usano anche negli atti che precedono le sentenze. E scorrendo la cronaca italiana in lungo e in largo troviamo degli esempi di atti nei quali, se il nuovo decreto fosse stato in vigore, alcuni termini avrebbero dovuto essere diversi. Prendiamo, ad esempio, il provvedimento con il quale il tribunale del Riesame di Genova ordinò la scarcerazione dell’ex ad di Autostrade Giovanni Castellucci nell’inchiesta sulle barriere antirumore. Il giudice dice che non deve stare ai domiciliari perché non può inquinare le prove. Ma, al tempo stesso, lo accusa di “totale mancanza di scrupoli per la vita e l’integrità degli utenti” e di agire “con un’incredibile arroganza”. L’atto non doveva stabilire innocenza o colpevolezza di Castellucci e, quindi, in base al decreto sulla presunzione di innocenza quelle parole molto probabilmente non avrebbero potuto essere usate.

Da Nord a Sud. Dalle carte del Riesame alle parole del pm. Era l’inizio del 2020 quando, a Vaglio di Basilicata, Fabio Tucciariello, un tifoso della squadra Vultur Rionero moriva dopo essere stato investito da un ultrà avversario durante uno scontro tra tifoserie. Il fatto era eclatante, le prove a carico dell’autore dell’investimento - Salvatore Laspagnoletta - sembravano già solide. Però il procedimento era pur sempre alle fasi iniziali. La procura di Potenza indice una conferenza stampa - qui con le regole nuove si porrebbe l’interrogativo: è interesse pubblico o no? - il procuratore capo parlava delle persone coinvolte con parole forse non del tutto rispettose delle garanzie di difesa: ”È stato violenza tribale, anche in considerazione delle armi sequestrate. Una tribù voleva sfidarne un’altra. Tutto era stato preparato”, diceva. Quanto a Laspagnoletta, la condanna del giudice è poi arrivata: 3 anni e 4 mesi in primo grado.

Cambia il reato, cambia la location, il modus operandi è simile. Era maggio 2016 quando veniva arrestato l’allora sindaco di Lodi, Simone Uggetti, per una presunta turbativa d’asta. Dopo l’arresto viene indetta una conferenza stampa. A parlare è la pm Sara Mantovani. Non usa un linguaggio particolarmente colorito, non ha l’atteggiamento di una che punta il dito: “Trattandosi di società del Lodigiano avrebbe avuto un riscontro in termini politici ”, dice. Però poi aggiunge: “Sicuramente”, come se ormai la colpevolezza fosse cosa certa. Questo video, che certamente quanto a toni impressiona molto meno di tanti altri, è stato ripescato da Enrico Costa, quando i dem hanno respinto la sua proposta di abolire del tutto le conferenze stampa: “Il Pd lo ha già scordato”, manda a dire il deputato di Azione. Uggetti, lo ricordiamo, è stato assolto a maggio di quest’anno.

Le inchieste a che hanno avuto nomi che lasciavano poco spazio alle interpretazioni sono tante. Il caso più eclatante è forse quello di Mafia Capitale, altrimenti definita Mondo di mezzo. Era l’inchiesta che sconvolse Roma nel 2014, nell’ambito della quale furono arrestate 37 persone accusate di vari reati, tra cui l’associazione mafiosa. Tra gli arrestati c’era l’ex Nar Massimo Carminati e il leader delle cooperative Salvatore Buzzi. Il processo ha avuto alterne vicende, ma alla fine i due sono stati condannati, sì, ma non per 416 bis. Insomma, per il giudice non era mafia. E l’inchiesta, fosse partita oggi, non avrebbe dovuto avere quella denominazione. Un altro nome che non avremmo visto, se la direttiva fosse stata attuata prima, è Angeli&Demoni,l’inchiesta sugli affidi di Bibbiano della quale le prime notizie sono arrivate a giugno 2019. La vicenda aveva sconvolto l’opinione pubblica e smosso la politica. Come non ricordare i cartelli con la scritta “parlateci di Bibbiano”, rivolti al Pd. Il sindaco dem della cittadina, Andrea Carletti, era stato raggiunto da un obbligo di dimora, poi considerato illegittimo dalla Cassazione. Ventiquattro persone sono state rinviate a giudizio e si vedrà quale sarà l’esito del processo. Quel che è certo è che un nome del genere - che induce a decidere a priori che ci siano vittime e aguzzini - non dovremmo più vederlo. Così come non dovremmo più leggere accanto a un’indagine nomi come Geenna. Letteralmente, in ebraico, significa inferno ed è il nome di una valle del monte Sion dove secondo l’Antico testamento venivano sgozzati e bruciati bambini in onore del dio Moloch. Bene, questo nome fu dato all’inchiesta sulla ’Ndrangheta in Val d’Aosta, che in Appello si è conclusa con quindici condanne e l’assoluzione del consigliere regionale Marco Sorbara. Comunque sia andato il giudizio, resta il fatto che un nome così evocativo non potrà più essere dato.

Un cenno a parte lo merita l’inchiesta sulla Trattativa Stato-mafia, di recente smontata con ben 5 assoluzioni in Appello. Da quella inchiesta, ben prima che si arrivasse anche solo al primo giudizio, che era di condanna, era stato tratto uno spettacolo teatrale, oltre a una serie di lavori giornalistici che la davano ormai come cosa certa. Questo era potuto accadere perché la tesi della procura era stata esposta, ribadita, diffusa a più riprese, come se fosse verità assoluta. Con le nuove norme questo non sarebbe potuto accadere. “Ci avviamo a una situazione nella quale fino alla sentenza definitiva i processi in tv li possono fare solo gli imputati e i parenti degli imputati mentre nessuna notizia potrà essere data dai procuratori e dalle forze dell’ordine”, ha detto, contrariato, il consigliere del Csm Nino Di Matteo, che della trattativa era stato pm. “Possono informare
soltanto le parti private, i parenti di Riina o Provenzano su quello che secondo loro è emerso dalle indagini, non lo potrà fare più il questore, il carabiniere o il pm? Io non lo voto questo parere - ha concluso - questa direttiva porta a una svolta illiberale, è un bavaglio, e non voto un parere che rinuncia a muovere critiche ed anzi plaude alla svolta restrittiva”. A giudicare dal fatto che il Csm ha alla fine dato parere positivo, c’è da immaginare che la maggioranza dei suoi colleghi non sia d’accordo con lui.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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