Da noi è "Modello Macron", loro lo chiamano "Modello Italia"

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TOPSHOT - French President Emmanuel Macron reviews troops during the annual Bastille Day military parade on the Champs-Elysees avenue in Paris on July 14, 2021. (Photo by Ludovic MARIN / POOL / AFP) (Photo by LUDOVIC MARIN/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: LUDOVIC MARIN via Getty Images)
TOPSHOT - French President Emmanuel Macron reviews troops during the annual Bastille Day military parade on the Champs-Elysees avenue in Paris on July 14, 2021. (Photo by Ludovic MARIN / POOL / AFP) (Photo by LUDOVIC MARIN/POOL/AFP via Getty Images) (Photo: LUDOVIC MARIN via Getty Images)

Modello Macron, si dice in Italia. Modello Italia, si sentiva alla radio francese per spiegare l’impulso presidenzialista dell’Eliseo: vaccino obbligatorio per medici, infermieri, badanti, financo contabili ed elettricisti impiegati in ospedali e case di cura. Tutti coloro che vivono a contatto con l’umanità “fragile” di fronte allo spettro del Covid. Ma perché “modello Italia”? Perché, si spiegava con inedito anelito verso il nostro paese, solo il 2 per cento degli operatori sanitari non si sono vaccinati, mentre in Francia i renitenti sono ben il 40 per cento.

Un paradosso per il paese di Pasteur, degli illuministi, della Ragione che nell’immaginario nazionale ha lo stesso volto della Marianna rivoluzionaria. Di fronte al Covid i francesi si stanno rivelando invece i più scettici e dunque il più tecnocratico dei presidenti della Quinta Repubblica ha deciso, alla vigilia del 14 luglio: non solo l’obbligo per chi lavora con anziani e malati, ma terra bruciata intorno a chi non si vaccina, certificato green per andare nei centri commerciali, al cinema, al teatro, al ristorante... Una decisione che ha decretato di fatto l’obbligo vaccinale universale (contro il quale si era pronunciato il presidente, fino a pochi giorni prima) che però non si dichiarava come tale. Migliaia si sono iscritti alla vaccinazione, qualcuno ha gridato al golpe presidenziale, qualcuno ha sfilato a Parigi, Lione e Annecy per la libertà della scelta individuale.

Ma mentre in Francia si decideva, in Italia si discuteva. Ed è riapparso così un gioco di modelli, che ha una reciproca e lunga storia.

Nel 2005 fecero un’enorme impressione a Parigi le primarie del centrosinistra italiano: 4 milioni e 300mila votanti, il 74 per cento per Romano Prodi. François Hollande allora primo segretario del Partito socialista decise di importarle. E così nel 2007 Ségolène Royale andò alla sfida presidenziale col gollista Sarkozy, perdendo (ma non di molto). Nel 2012 fu lo stesso Hollande a primeggiare nelle primarie e sfidare il presidente, questa volta vincendo.

Il virus del modello primarie all’italiana aveva intanto contagiato anche la destra gollista. Nel 2017 vinse François Fillon, che però subito dopo venne investito dallo scandalo della moglie assunta e pagata come assistente parlamentare del marito. Blindato dalle primarie, ma azzoppato come sfidante, Fillon arrivò al voto presidenziale come un condannato alla ghigliottina. E inevitabilmente perse.

In quelle stesse elezioni, dopo che Hollande aveva rinunciato a ripresentarsi temendo una sconfitta più che annunciata, le primarie del partito socialista avevano nel frattempo designato Benoît Hamon che aveva superato Manuel Valls, primo ministro fino a pochi mesi prima, esponente di una sinistra d’ordine e, secondo i sondaggi, il socialista più popolare. Ma non tra i non socialisti. Infatti, irresistibilmente attratto dal “modello” italiano, Valls si era spinto anche a proporre il cambio di nome del partito: da socialista a “democratico”. Erano gli anni vincenti di Matteo Renzi del quale Valls è stato un convinto ammiratore: si faceva stilare regolarmente analisi dettagliate sull’azione di governo del presidente del Consiglio italiano. Le sue ambizioni vennero però spente dalle primarie del Ps dove la macchina del partito premiarono Hamon, esponente della sinistra che si ispirava all’economista Thomas Piketty. Il risultato alle presidenziali fu molto magro: un miserabile 6 per cento che ha consegnato Hamon alla storia: il peggiore candidato socialista di sempre.

Anche Emmanuel Macron è stato un ammiratore del modello Renzi, ma non certo delle primarie. La sua corsa è stata fin dall’inizio solitaria, il Tour de France non si vince se non si è capaci di scappare da soli sul colle dell’Izoard o sul mont Ventoux. Il modello Macron ha inevitabilmente contagiato i gollisti che dopo la vittoria nelle regionali di fine giugno stanno già litigando se farle e come. Intanto, il vincitore più emblematico del voto, Xavier Bertrand, presidente della regione dell’Alto Nord e sfidante dichiarato per l’Eliseo nel 2022, è uscito dal partito proprio per evitare la trappola del modello primarie.

Tutto questo ha marginalmente a vedere col Covid, ma come sempre in politica il tema del momento non è che il paradigma della più grande battaglia del potere. Con l’allocazione del 12 luglio Emmanuel Macron segna un’altra tappa di avvicinamento alla sfida epocale del 2022, il cambio di tono è evidente, “più sovranista che nel 2017”, ha commentato Le Monde. Sfoderando il bastone e la carota, imponendo un effettivo obbligo vaccinale il presidente intende evitare un nuovo lockdown in autunno e vuole la strada spianata sull’orizzonte della battaglia per l’Eliseo, sostituito dalla Tour Eiffel (simbolo subliminale della verticalità del potere) nel fondale del discorso dell’altra sera in tv. Per Marine Le Pen, l’imposizione del pass sanitario segna una perdita di libertà, il discorso di Macron è l’espressione di un’“indecente brutalità”. Giorgia Meloni ci mette l’aggettivo “raggelante” seguendo il modello vax diffidente del populismo europeo. Ma c’è qualcuno che davvero vuole inseguire il modello Macron?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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