"Da Orlando pura propaganda anti-impresa". Intervista a Carlo Bonomi

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Carlo Bonomi (Photo: Confindustria)
Carlo Bonomi (Photo: Confindustria)

Presidente Carlo Bonomi, ha scatenato un putiferio col suo affondo contro il governo sul decreto anti delocalizzazioni. Ora dalla bozza del provvedimento sono scomparse le multe e la black list. Soddisfatto?

In verità, stupito più che soddisfatto. Noi siamo intervenuti su una bozza di testo su cui i due autori, il ministro Orlando e la sottosegretaria Todde, hanno fatto scrivere i giornali per due settimane. Ritengo sia un diritto dovere per chi rappresenta l’impresa poter fare delle valutazioni di merito. Capisco le dinamiche politiche e le parole di Letta, Gentiloni e gli altri, ma francamente sono davvero sorpreso che si sia voluto far passare il mio intervento come un attacco al governo. Al contrario, come è già avvenuto sui licenziamenti segnaliamo tempestivamente al governo le nostre valutazioni, in modo che anche il presidente del Consiglio ne possa tenere conto. Per rafforzare l’operato del governo, non certo per boicottarlo.

Al governo no, magari al ministro del Lavoro.

Beh, non posso che registrare che le critiche non sono solo nostre. C’è una diversità di opinioni tra i partiti, e tra gli autori della bozza di decreto e il ministro Giorgetti, che sempre del governo fa parte. Starei al merito: i due autori hanno detto che si ispiravano alla legge Florange francese. Peccato che proprio quella legge nella parte sanzionatoria sia stata smontata dal Consiglio costituzionale transalpino. Al Mise lo sanno benissimo: riproporla in Italia facendo finta di niente è un doppio errore.

In questo festival di bozze, pensa che Draghi, su questi temi, dovrebbe esercitare maggiore controllo? Diciamo così: è troppo assente dalla discussione sul lavoro?

Questa dialettica nel governo testimonia quanto il nostro intervento fosse fondato. Detto questo non sarò certo io a dire al Presidente Draghi ciò che deve o non deve fare, perché lo sa e lo fa benissimo. Mi limito a constatare che siamo costretti a commentare misure che purtroppo continuiamo ad apprendere dai giornali. Il ministro Orlando dichiara che vuole fare un lavoro comune. Bene. E poi? Annuncia che porterà una bozza in Cdm. Così non va. Se si vuole fare un lavoro comune, il confronto deve precedere l’inoltro al Consiglio dei ministri dei testi dei decreti.

Orlando ha detto che lei vuole consentire alle imprese di licenziare su Whatsapp. Cosa risponde?

Ma è ovvio che no. Sono certo che sia il ministro del Lavoro Orlando e sia la Sottosegretaria Todde, che ha la delega alle crisi d’impresa, sappiano bene che la legge vigente non prevede questa modalità di licenziamento, ma precise modalità di informazione e confronto con sindacati e lavoratori. Devo dunque dedurne che continuare a parlarne è pura propaganda anti-impresa. Una delle tante narrazioni a fini politici che di fatto non ha alcun fondamento.

Scusi se insisto su Orlando. Non è la prima volta che lei gli riserva critiche ruvide, anche il Sole è piuttosto aggressivo verso il ministro del Lavoro. Lo considera un problema perché troppo di sinistra?

Io non critico né governi né ministri.

Beh, insomma…

Possibile che non sia chiaro a tutti? No, io non critico mai le persone, sto al merito dei provvedimenti. In questo caso i provvedimenti che ha fatto il ministro. Prima ha fatto passare in Consiglio dei ministri sul blocco dei licenziamenti una misura che Palazzo Chigi ha dovuto correggere, poi ha annunciato la riforma degli ammortizzatori sociali e ancora non l’abbiamo vista, ora annuncia una bozza del decreto anti delocalizzazioni ma, a giudicare dal dibattito all’interno del Governo, evidentemente non è quella che andrà in Consiglio dei ministri. Questi sono fatti, non critiche alla persona.

Accetta l’invito a sedersi intorno a un tavolo e a ragionare su un meccanismo in grado di prevenire i licenziamenti via Whatsapp?

Vede che continua a insistere sui licenziamenti via Whatsapp anche lei? Non si possono fare, punto. Si vuole fare un lavoro comune? Benissimo: è quello che auspico. Da settembre dell’anno scorso abbiamo lanciato il patto per l’Italia, con l’idea di lavorare assieme per affrontare la più grande crisi sanitaria ed economica che l’Italia abbia mai visto. Ma insieme vuol dire insieme. Solo così si riesce a preservare il governo consentendo all’Italia di vincere anche questa sfida. Abbiamo vinto gli Europei e siamo andati benissimo alle Olimpiadi, ora serve la vittoria più importante.

Anche lei si è detto contrario ai licenziamenti selvaggi. Perché, come sostiene una parte del governo, non è giusto sanzionare quelle imprese che ricevono aiuti pubblici e poi fuggono dall’Italia?

Chiariamoci sul selvaggio. Selvaggio è ciò che non rispetta la legge. Cioè casi isolati, da sanzionare. Se invece si vuol alimentare l’idea – come si è fatto - che il più del mondo imprenditoriale è selvaggio, allora è falsa retorica punitiva. Licenziare via Whatsapp non si può già fare per legge. Se si vuole fare una discussione seria sugli aiuti pubblici, io non sono contrario. Ma non è che le imprese prendono i soldi e scappano. La vera discussione da fare è un’altra.

Quale?

È sul tema delle imprese che chiudono. Credere per decreto di evitarlo obbligandole a esborsi aggiuntivi su cui deciderà lo Stato non solo è un’illusione, come testimoniato dalle misure analoghe già assunte nel Decreto Dignità. Significa che le multinazionali presenti in Italia devono mettere anche questo costo aggiuntivo nell’elenco di quelli sostenuti per produrre in Italia. Le scoraggiamo a venirci, più che convincerle a restarci. Occorrono misure serie di attrattività, anche per consentire al Presidente Draghi di essere meno esposto alla discussione, non troppo lineare, dei partiti. La Spagna quelle misure le ha assunte, e nel 2020 ha fatto il pieno di investimenti diretti esteri. Se vanno altrove, non vengono da noi.

Però, a proposito di licenziamenti, facciamo un passo indietro perché il 29 giugno lei ha messo la firma sotto un documento congiunto con Confindustria e i sindacati dove c’è scritto che le imprese avrebbero utilizzato la cassa integrazione prima di licenziare. Quello che è accaduto alla Gianetti Ruote o alla Gkn, però, è l’esatto contrario. Avete tradito quell’impegno?

Guardi, le do i numeri di ieri: nei primi 5 mesi dell’anno, si sono registrati 560mila rapporti di lavoro aggiuntivi al maggio 2020. Ricorda quando si paventavano due milioni di licenziamenti e la macelleria sociale in arrivo nei prossimi mesi? La realtà è ben diversa da quella propaganda. Le imprese stanno investendo, l’industria sta macinando crescita e offre lavoro aggiuntivo. Poi ci sono i casi singoli che vanno analizzati, ricordando che lo spostamento delle produzioni dentro la Ue non è delocalizzazione, ma garantito come piena libertà di stabilimento delle imprese dal Trattato Ue.

Bonomi, parliamoci chiaro. L’impegno a non licenziare è stato tradito da alcune realtà.

Gianetti Ruote è l’eccezionalità, non la regola. Il problema è a monte, è la massiccia trasformazione mondiale che sta subendo la filiera dell’automotive, cui non a caso appartengono tre delle quattro imprese che hanno suscitato scandalo. Della necessità di affrontare i problemi complessivi della filiera in Italia, io parlo da due anni. Però ricordiamo anche un’ultima cosa. A Brescia le imprese del territorio si sono dette disposte ad assumere i lavoratori della multinazionale che ha annunciato la chiusura, ma i sindacati si sono opposti. È il solito riflesso condizionato che prevale nel mondo politico-sindacale: tutelare il lavoro dove era e come era. È un errore clamoroso. Il lavoro e le produzioni si trasformano: tenere cassintegrati da 9 anni come a Taranto non è una via perseguibile.

Però non c’è una discussione seria su come sarà e dove sarà, forse perché siamo ancora in un clima di emergenza. Però, Bonomi, non mi dica che è colpa dei sindacati.

Nel Pnrr c’è eccome, l’avvio di una discussione serissima sulle transizioni che investono il nostro Paese, in parti preponderanti del lavoro pubblico e privato. È vero, invece, che politica e sindacati stentano a separarsi dal passato. Confindustria già nel luglio del 2020 ha presentato la sua proposta organica, di come riformare insieme ammortizzatori sociali e politiche attive del lavoro, entrambi basati sul diritto delle persone a formazione e rioccupabilità. Ad oggi, invece, si parla solo di una eventuale conferma della Cig estendendola, ma manca una visione di fondo.

Presidente, lei è l’unica voce industriale che dice delle cose al governo. Si sente solo? Ravvisa un clima di conformismo?

Perché dovrei sentirmi solo? Le migliaia di imprese di Confindustria mi hanno affidato il dovere di portare all’attenzione del governo e dell’opinione pubblica provvedimenti nell’interesse del paese, prima che a nostro favore. Ci siamo assunti una grande responsabilità, senza mai limitarci a ragionare come “parte”.

In questo contesto lei si è detto preoccupato per l’autunno. Si spieghi?

Molto, perché l’emergenza sanitaria non è finita. E perché, vuoi per le amministrative, vuoi per il semestre bianco, vuoi per la scelta del futuro Capo dello Stato, è iniziato per i partiti della maggioranza il periodo dei distinguo e delle bandierine identitarie. Tutto questo rischia inevitabilmente di mettere in difficoltà il Governo Draghi nella sua opera di riforme. Esattamente ciò che va evitato, nell’interesse dell’Italia.

A proposito di emergenza sanitaria, sull’obbligo del green pass per lavorare i sindacati sono contrari, lei ha chiesto di ritornare allo spirito dei protocolli di sicurezza scritti insieme durante la prima fase della pandemia. Come si fa a trovare un punto di incontro su un tema che non contempla sfumature?

Non possiamo permetterci di dare tempo al virus. Non solo in Italia, ma in tutti gli altri Paesi le varianti del virus sono temibili. Abbiamo sottoscritto tutti insieme i protocolli nel momento più difficile, quando non c’era il vaccino, ora possiamo e dobbiamo sederci a un tavolo per mettere in sicurezza i luoghi di lavoro. Green pass obbligatorio per rimanere aperti, lo dice il ministro Speranza, mica un partigiano di Confindustria, e siamo d’accordo.

Non pensa che, a questo punto, si debba uscire dall’ipocrisia e affrontare una discussione sull’obbligatorietà vaccinale tout court?

Magari. Noi siamo per l’obbligo vaccinale, però la politica non riesce a trovare una sintesi. Perché in molti col mondo no vax hanno flirtato. Abbiamo, pertanto, necessità urgente dell’obbligatorietà del green pass ovunque sui luoghi di lavoro.

Entro l’autunno va chiusa la riforma degli ammortizzatori sociali. Il lavoro preparatorio fatto da Orlando fino ad ora vi convince?

Abbiamo visto una serie di slide, dei principi generali, non una proposta organica. Manca tutta la parte delle politiche attive del lavoro e della pari dignità di accredito delle Apl private a fianco dei Centri pubblici per l’impiego che sono sin qui totalmente inefficienti. Ma prima di questo ci sono anche tanti altri punti da chiarire. Ad esempio: chi paga l’universalità che giustamente si vuole per i nuovi ammortizzatori sociali? Non si può mica utilizzare l’industria manifatturiera come bancomat di Stato, visto che è in credito da anni sulla Cig. Se la politica vuole un ammortizzatore universale ma per ragioni elettorali non vuol dire che chi ne beneficerà deve contribuire a pagarlo in proporzione, capisco il Tesoro che allora chiede: e chi paga?

In autunno dobbiamo anche iniziare a spendere i soldi del Recovery e soprattutto a rispettare gli impegni assunti con Bruxelles per ottenere la tranche successiva. Cosa si aspetta dalla riforma del fisco?

La riforma del fisco non può essere slegata da quella contributiva e previdenziale, occorre pensare a una riforma organica, complessiva, finalizzata alla crescita. Sul fisco, non ci si può limitare a un intervento sull’aliquota Irpef del 38%, bisogna intervenire su Irap e Ires. Sulla previdenza, invece di continuare a riversare contributi per pagare prepensionamenti, occorre riorientare il sistema a favore di giovani, donne, e lavoratori a tempo determinato: le vere vittime di ogni crisi, da decenni. Impostiamole così, le riforme: fisco, previdenza e politiche del lavoro devono andare insieme, avere una comune visione di crescita del paese e di inclusività sociale. Questa è la svolta che serve, non la difesa di ogni partito di questo o quel bonus di cui ha disseminato l’ordinamento nei decenni.

Anche le imprese sono chiamate a contribuire al rimbalzo economico. Quali indicazioni date al Governo?

Sul Pnrr, il Presidente Draghi ha mutato straordinariamente bene le prime 80 pagine su obiettivi e priorità degli interventi, sulle sei missioni ha potuto cambiar poco rispetto alla versione del Governo precedente. Per questo si è persa l’occasione di declinare le missioni seguendo insieme le priorità delle filiere produttive, come invece hanno fatto Francia e Germania. Ora la sfida è come faremo i bandi di gara. L’intervento pubblico genererà un Pil aggiuntivo del 3,6% in 5 anni, ma la stima non comprende gli investimenti aggiuntivi delle imprese. Che dipendono appunto da come si scrivono i bandi per la transizione digitale, energetica, e per la trasformazione della sanità.

Nei prossimi mesi il tormentone sarà sul Quirinale. Mi pare di capire che lei auspica la permanenza di Draghi a Palazzo Chigi fino al 2023, giusto?

Ho troppo rispetto delle istituzioni per avanzare suggerimenti e preferenze. Il Presidente Draghi è una punta di diamante del paese, ogni giorno col suo operato ha moltiplicato la credibilità dell’Italia nella Ue, nella Nato e nell’intero G20 che sta guidando. Tra 4 settimane si vota in Germania e l’anno prossimo in Francia. Mi auguro che tutti capiscano che il Presidente Draghi è un riferimento essenziale non solo per l’Italia ma per il futuro delle scelte che l’Europa dovrà assumere, superando le misure d’emergenza a nostro favore di cui stiamo beneficiando, ma che non sono eterne.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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