Da Pickpocket a Taxi Driver: quando Dostoevskij entra nel cinema

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Una scena di Pickpocket a sx, una scena di Taxi Driver a dx (Photo: Getty-HP)
Una scena di Pickpocket a sx, una scena di Taxi Driver a dx (Photo: Getty-HP)

Mentre il disadattato De Niro-Travis Bickle guida il taxi nella cupa e violenta notte newyorchese degli anni ’70 si vede il “sottosuolo”. Lo stesso possiamo dire per Michel, il ladro protagonista di Pickpocket di Robert Bresson. Ma in questo caso il sottosuolo si percepisce appena perché è stato abbandonato per sfidare la legge rubando portafogli e borsette in giro per Parigi. Dietro a Michel e alla Ville Lumière di fine anni ’50 ci sono Raskol’nikov e la San Pietroburgo di metà ‘800. Insomma, c’è Delitto e castigo. Potremmo andare avanti con l’elenco e fare l’identico discorso per la Londra scintillante e simbolo della cool Britannia blairiana in cui si svolge il delitto - questa volta senza castigo - di Match Point firmato da Woody Allen. Perché il genio letterario di Fëdor Dostoevskij, di cui il prossimo 11 novembre ricorrono i due secoli dalla nascita, ha ispirato e continua a ispirare generazioni di cineasti.

Per tutto il ’900, il secolo del cinema, non sono mancate le trasposizioni sul grande schermo dei celebri romanzi dostoevskijani, da Delitto e castigo a L’idiota fino a I fratelli Karamazov. I risultati maggiori sono arrivati però quando le trame fornite dal romanziere russo sono state solo il punto di partenza per sviluppare la creatività di alcuni registi. Dando modo di adattare i mondi e le esistenze tormentate create da Dostoevskij nella maniera più libera possibile. Uno dei film che davvero colpisce in questo senso e che si inserisce tra le pietre miliari della cinematografia di tutti i tempi è Pickpocket (in Italia Diario di un ladro) del francese Bresson uscito nel 1959. Il protagonista Michel è convinto di poter derubare chiunque senza mai essere catturato. Un gioco che lo porterà a perdersi fino all’incontro salvifico con Jeanne che riuscirà a sgretolare il suo egoismo teso ormai solo al piacere per il rischio. Nel film ci sono pochissimi dialoghi mentre è una costante la lettura fuori campo del suo diario da parte di Michel. L’unico modo per far conoscere allo spettatore il proprio stato d’animo. A parlare invece sono soprattutto le immagini e la sequenza magistrale dei furti girata alla Gare de Lyon dove Bresson si supera. Movimenti di macchina veloci, montaggio serrato, primi e medi piani fanno sì che il furto, come sottolinea il critico René Prédal, sembri “un’attività naturale per l’uomo”.

Quasi 20 anni dopo, Pickpocket e il cinema di Bresson diventano fonte d’ispirazione per il regista americano Martin Scorsese e lo sceneggiatore Paul Schrader al momento di girare Taxi Driver. Come il protagonista di Pickpocket, il tassista Travis Bickle è perso in una solitudine senza scampo. E in maniera simile al borseggiatore che si allena davanti allo specchio per sfilare portafogli, lui si esercita guardandosi usare la pistola. Ma anche per Taxi Driver si parte da Dostoevskij. Il regista italoamericano nel documentario Scorsese on Scorsese infatti spiega: “Qualche anno prima avevo letto Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij e mi era venuta voglia di farne un film; e Taxi Driver era di quanto più vicino a quel film mi fosse capitato”. Il critico Geoffrey Macnab ha fatto notare come la voce narrante nell’incipit di Memorie del sottosuolo somigli molto a quella del personaggio interpretato da De Niro. “Sono un uomo malato...Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole”, dice il protagonista dostoevskijano. Insomma, come il tassista Travis Bickle, l’ex impiegato statale creato dallo scrittore russo è un uomo che sta in mezzo alla folla e che spera di essere notato. Non a caso nel 1976 Pauline Kael, tra i critici più influenti negli Usa, recensisce il film sul New Yorker con il titolo Underground man, ovvero “Uomo del sottosuolo”.

Anche Woody Allen, come abbiamo scritto, ha inserito in alcune sue pellicole richiami ai grandi temi dostoevskijani. Tra questi bisogna ricordare Crimini e misfatti e soprattutto Match Point. Proprio in quest’ultima grande prova del regista newyorchese con Scarlett Johansson la questione del delitto e del castigo è centrale. Se però con il romanzo dello scrittore russo si parte vedendo Raskol’nikov deciso al delitto per poi intraprendere un percorso che dopo il castigo lo porterà alla redenzione, nel film di Allen questo non accade. Infatti il castigo manca perché interviene il caso: un colpo di fortuna che salva il protagonista della pena e dal carcere.

Da recuperare, seppure meno riuscito di altri suoi film e girato quasi controvoglia e in polemica con il neorealismo, è Le notti bianche di Luchino Visconti tratto dall’omonimo racconto di Dostoevskij. L’idea del film la dà la sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico e Visconti, reduce dal kolossal Senso, ambienterà la pellicola in una Livorno quasi surreale, dando più importanza alla figura femminile che al personaggio maschile del sognatore interpretato da Marcello Mastroianni. Solo tre anni dopo lo stesso Visconti porterà sugli schermi il capolavoro Rocco e i suoi fratelli, uno sguardo critico e profondo sulla Milano del boom economico. In questo film il regista inserirà più di una suggestione letteraria, da Giuseppe e i suoi fratelli di Thomas Mann fino a I Malavoglia di Giovanni Verga. Ma proprio nel protagonista interpretato da un giovanissimo Alain Delon torna ll’influenza di Dostoevskij, in questo caso L’idiota. Infatti dietro all’ingenuo Rocco si scorge l’ombra del principe Lev Myškin.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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