Da Portnoy a Sabbath, addio a Philip Roth che sembrava immortale

Lme

Milano, 23 mag. (askanews) - Sembrava che l'avesse sconfitta, la morte. Sembrava che avendone scritto in maniera così lucida e definitiva, così consapevole, niente avrebbe potuto più sopraffarlo. E invece, a ben guardare, tutta la bibliografia di Philip Roth, dai racconti di "Goodbye Columbus" del 1959 fino ai tardi capolavori come "Il Teatro di Sabbath" del 1995 o "Il fantasma esce di scena" del 2007, è stata un superbo catalogo dell'umano e l'umanità porta insita la propria fragilità e la propria fine. Così anche Roth, l'uomo che per decenni ha scritto da solo in piedi nella propria casa tra i boschi del New England, se ne è andato, a 85 anni, sfiancato da una malattia cardiaca cronica.

Gli ultimi anni per Roth, anche in questo un gigante, paragonabile probabilmente solo a J.D. Salinger, sono stati anni di silenzio. Il suo celebre "addio alla scrittura" era apparso a molti commentatori una scelta, in qualche modo, di ritorno alla vita dopo la letteratura. Una lettura sicuramente vera, ma alla quale va necessariamente aggiunta la considerazione che, alla luce degli ultimissimi romanzi - "Nemesi" o "La mortificazione" -, la vena aurifera dello scrittore si era andata esaurendo, e lui ci piace pensare, dall'alto della sua lucidità solitaria, deve essere stato il primo a rendersene conto, nonché a dire, grazie, basta, "vi ho voluto bene, adesso vado", come cantavano i Baustelle qualche tempo fa. Anche in questo un gigante, capace, con la propria compostezza, di fare dimenticare la pantomima del mancato Nobel e l'indifferenza, viene da dire ostile, dell'Accademia di Svezia. Alla fine, l'unica (in realtà penultima) cosa che si può dire su questa vicenda è che Philip Roth è stato uno scrittore così importante da non avere bisogno del Nobel.

Come uno Shakespeare di Newark, Roth ha raccolto nei suoi libri una catalogo di tipologie umane ricco come pochi altri, che vanta personaggi divenuti proverbiali come Alexander Portnoy de "Il lamento di Portnoy" - libro che fece scandalo per il racconto (auto)erotico della voce narrante, ma che in realtà è per altri versi uno dei più incredibili esempi di devozione familiare in letteratura - oppure come lo Svedese di "Pastorale americana", l'Uomo felice (direbbe Jonathan Lethem) dell'America del dopoguerra che però vede andare in pezzi tutto il proprio mondo quando la figlia diventa una terrorista. Ma poi la grandezza sta anche nei personaggi minori che costellano i suoi libri, e sono figure femminili memorabili, valga su tutti il personaggio di Drenka, l'esuberante signora jugoslava de "Il Teatro di Sabbath" oppure la giovane Brenda del racconto "Goodbye Columbus", alle prese con la questione della contraccezione (era il 1959, dieci anni prima del Sessantotto).

Ovvio però che, ripensando a Roth oggi, non si possa non citare il suo più frequente alter ego, quel Nathan Zuckerman che abbiamo sempre identificato con l'autore, commettendo forse il più scontato errore di interpretazione dell'opera rothiana (nulla è mai quello che sembra quando si parla di grande letteratura, semplicemente perchè è letteratura - ma potremmo dire arte, cinema, teatro, non fa differenza - e non vita o realtà) che però è un errore necessario, quasi obbligatorio per entrare nel mondo dello scrittore di Newark, un realista che trova il suo più chiaro predecessore nel più grande scrittore novecentesco, anche lui spesso vittima di interpretazioni riduttive, Franz Kafka. Che proprio Roth in uno dei suoi testi brevi più folgoranti ("Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno, ovvero guardando Kafka") ha immaginato essere sopravvissuto alla malattia e ai nazisti per trasferirsi in America e diventare un oscuro professore di ebraico che non scrisse mai né "Il Castello", né "La metamorfosi", nessun libro, nessun autore, nessun "quel Kafka".

Ecco, oggi, viene da pensare, e questa è l'ultima considerazione sulla vicenda Nobel, che Philip Roth, andandosene poche settimane dopo la decisione di non assegnare quest'anno il premio in seguito allo scandalo delle molestie sessuali, abbia fatto l'ultima mossa, il capolavoro dell'ironia, in qualche modo portandosi via, lui che molte femministe hanno attaccato per i suoi libri ritenuti machisti e del tutto scorretti, il premio con la propria morte, che coinciderà per sempre con l'anno della sconfitta del Nobel, delle sue logiche e della sua, a questo punto almeno in parte falsa, retorica perbenista. Chapeau.

Arrivederci allora, Philip. E l'ultima scena di una carriera letteraria incredibile (quasi quanto una vita nella quale, per esempio, lo scrittore è stato anche, per un breve periodo, il "fidanzato" di Jackie Kennedy, già vedova del presidente) è giusto lasciarla al suo personaggio più oltraggioso e memorabile, quel Mickey Sabbath, satiro e burattinaio fallito, che come Falstaff e più di Falstaff ha preso su di sé il peso del mondo, della sua surrealtà e dalla nostra necessità di avere un giullare (tragico ovviamente, ma irresistibile) a cui dare la colpa di tutto. Sulla tomba di Roth lo immaginiamo portare dei fiori in modo nervoso, mentre con la mano sinistra in tasca continua nervosamente a stringere un paio di mutandine rubate dal cassetto della figlia dell'amico Norman.