Da star del tennis, a produttore vinicolo, a soldato in difesa della sua Ucraina. L’intervista a Sergiy Stakhovsky.

(Adnkronos) - Un uomo dalle molte vite, il tennista ucraino Sergiy Stakhovsky, che ha debuttato sulla scena internazionale nel 2003 e si è aggiudicato nel 2013 la vittoria più importante a Wimbledon, sconfiggendo in 4 set Roger Federer. Nel 2015 alla carriera di tennista ha affiancato quella di produttore vinicolo, dando vita a una sua azienda nella Transcarpazia, dove oggi produce tre vini, soprattutto da uve internazionali e Saperavi, un’uva autoctona caucasica. Nel gennaio di quest’anno si è ritirato dalla carriera sportiva, ma con lo scoppio del conflitto russo-ucraino ha deciso di imbracciare le armi arruolandosi nelle file dell’esercito del suo Paese.

Abbiamo avuto l’occasione di parlargli in un’intervista esclusiva in cui ha ripercorso la sua storia, dal primo contatto con il mondo del vino a Bordeaux, alla scelta di dedicarsi al vino, con l’obiettivo di innovare il mercato vinicolo ucraino, fino agli ultimi, drammatici mesi e alla decisione di partecipare in prima linea alla difesa dell’Ucraina contro l’attacco sferrato dal Cremlino.

Dove sei e qual è la situazione che stai vivendo?

In questo momento sono a Bratislava, in Slovacchia, dove abbiamo appena fatto arrivare la nostra prima spedizione dall'Ucraina. Non avevamo mai esportato qui i nostri vini perché il target dell’attività è sempre stato il mercato ucraino, ma ora purtroppo dobbiamo cambiare strategia. Cosa non facile, perché ci sono molti problemi burocratici e logistici, come far arrivare il vino in Europa, per esempio. Serve tempo, e la nostra prima spedizione ha già subito parecchi ritardi. Tuttavia, siamo riusciti a portare avanti la produzione. Siamo abbastanza fortunati perché la regione dove coltiviamo i nostri vini non è stata danneggiata. Quattro settimane fa, un missile ha colpito una stazione ferroviaria a 60 km da noi, ma questo è stato il contatto più prossimo alla guerra che abbiamo avuto. Certo, la metà dei dipendenti della mia azienda vinicola è stata reclutata, quindi la nostra forza lavoro si è effettivamente dimezzata, ma stiamo cercando comunque di mantenere la coltivazione, che è il nostro focus principale.

Siamo anche in cerca di bottiglie. Il nostro fornitore di vetro - l'impianto Vetropark alla periferia di Kiev, che credo stesse producendo molto anche per l’Europa - è stato completamente bombardato e distrutto, e penso che questo abbia alimentato la carenza di termini di vetro che tutto il settore sta affrontando.

Tornando indietro, perché hai deciso di diventare vignaiolo, e perché hai scelto la zona della Transcarpazia?

Giocavo a Bordeaux e ci ho vissuto per diversi anni. È una bella città, ma tutti lì bevono, e io non ero un gran bevitore all’epoca, non mi piaceva nemmeno il sapore dell'alcol. Anche adesso, come produttore di vino, bere per me non è una questione di gradazione alcolica, ma cerco di scoprire la struttura di un vino, la regione, l'età, l'acidità - è come un puzzle da risolvere, e in questo senso per me è anche come una competizione. Ma bere molto non mi è mai piaciuto. I miei compagni di squadra erano per lo più francesi o fiamminghi, quindi tutti giocatori di lingua francese, e il mio primo giorno nel club qualcuno portò una bottiglia di vino e la mise in tavola. Tutti iniziarono a parlare di cosa fare e come berla, mentre io non ne avevo idea. Mi chiesero se volessi bere e io risposi di no, perché l’indomani avremmo avuto un match. Per tutta risposta mi dissero “Non bevi? E allora arrivederci” e da quel momento in poi parlarono solo in francese. Io non mi sentivo a mio agio. Nessuno mi parlava, e all'epoca non capivo una parola di francese, quindi mi ritrovai completamente escluso. Il giorno successivo, quello del match, le cose andarono meglio: pranzammo insieme e tutti comunicavano in inglese, ma poi arrivò la cena e un'altra bottiglia di vino, e di nuovo fui tagliato fuori dalle chiacchiere. Così, il terzo giorno dissi: "Sapete una cosa, ragazzi? Voglio comunicare con la mia squadra e farne parte, quindi versatemi un bicchiere. Non sono sicuro che mi piacerà, ma ci proverò”. È così che sono entrato in contatto con il vino.

La cosa che mi ha affascinato fin da subito è stata proprio la cultura del vino e del suo consumo, così come la degustazione: quando si confrontano diverse annate, diverse regioni. Rimasi scioccato dal fatto che i francesi avessero una conoscenza vinicola così profonda. Quelli con cui bevevo, all’epoca, erano atleti di alto rango, eppure consumavano vino in grandi quantità.

Al termine della prima settimana di campionato il presidente della squadra ci fece anche notare che tra i nostri sponsor c’erano i Grand Cru di Bordeaux come Margaux, Cheval Blanc, Lafite-Rothschild. Grazie a questo ebbi modo di visitare diverse aziende bordolesi e approfondire le modalità di produzione.

In principio ero solo un consumatore. Mi dissero “compra una bottiglia di Bordeaux, portala a casa per 8-10 anni e poi bevila”, così per i primi anni ho comprato molto vino e l'ho assaggiato. Dovevo sviluppare il mio palato, perché allora non avevo proprio idea di come funzionasse. Devo aver comprato tra le 180 e le 200 bottiglie all’anno. Mio suocero, sapendo della mia passione, mi esortava ad aprire un’attività vinicola in Transcarpazia, dove lavorava già da tempo, ma, all’epoca, il vino non mi sembrava compatibile con il tennis professionistico. Avendo giocato a Bordeaux per 11 anni, però, avevo molti conoscenti a cui chiedere consiglio e i più mi dissero di provarci e che mi avrebbero dato una mano.

Così, nel 2015, affittai un terreno già coltivato a vigneto in Transcarpazia e per tutto il 2016 ci prendemmo cura delle vigne, che erano in stato di semi-abbandono. Il 2017 è stato il primo anno in cui abbiamo provato a fare vino, un Merlot, ma senza ottenere i risultati che avrei sperato. Ne portai due bottiglie in Francia per una cena di degustazione tra amici: aprii la prima ed era guasta, mentre la seconda almeno non sapeva di tappo. Ho un grande rispetto per i francesi perché non direbbero mai che un vino è cattivo. Infatti del mio dissero che era "particulaire". Particolare, ma non in senso positivo!

Fu molto imbarazzante per me: chiamai l'enologo e gli chiesi cosa potessimo fare per rendere il vino migliore. Così decidemmo di utilizzare il rovere francese. L'annata 2018, la prima in legno, è andata sold out.

Eri all’ultima fiera ProWein. Qual è la tua opinione sulla risposta internazionale al vino ucraino in questo momento? Le circostanze hanno attirato più attenzione?

Mi aspettavo più attenzione, in realtà. È stato piuttosto difficile spedire i vini per la fiera ProWein e avremmo dovuto avere uno stand unico di vini ucraini, ma a causa del Covid ciò non è stato possibile. Degli amici ci hanno gentilmente offerto uno spazio per promuovere i nostri vini, e in uno dei giorni di fiera l'Istituto del Vino di Düsseldorf ci ha offerto la sua piattaforma per condurre una degustazione. È stato utile, ma in generale il vino ucraino non è ancora affermato. La Beykush Winery ha ricevuto una medaglia d'oro nei Decanter Wine Awards quest’anno, con lo Chardonnay Riserva 2019, ma il vino ucraino rimane ancora tutto da scoprire e, sfortunatamente per me e per molte aziende vinicole del Paese, potrebbe essere impossibile emergere, a causa della perdita di molte attività e della fine del nostro settore in generale. La Transcarpazia non è una regione vinicola tradizionale, ma siamo lontani dal conflitto. Siamo situati al confine con l’Ungheria, la Romania e la Slovacchia, mentre sono le regioni a predominanza vinicola - Odessa, Nikolaev, Bessarabia - a trovarsi in una situazione molto difficile. In futuro vedremo sicuramente la riduzione della produzione e altrettanto complicato sarà l’acquisto delle nostre etichette.

A un certo punto hai deciso di arruolarti come volontario nell’esercito ucraino. Perché?

Quando la Russia ha invaso l'Ucraina ero a Dubai in vacanza con la mia famiglia. I miei genitori e mio fratello con la sua famiglia erano a Kiev quando è arrivata la notizia. È molto difficile seguire la situazione in televisione perché vedi le cose come pensi che siano ma non ne sei sicuro: dicevano che Kiev era stata accerchiata e che le truppe russe si stavano muovendo velocemente, ma non sapevo fino a che punto fossero arrivate.

È stato molto difficile per me emotivamente assistere all’invasione del mio Paese. Ho un forte sentimento patriottico anche perché, da tennista, ho rappresentato l’Ucraina in Coppa Davis e alle Olimpiadi, e per me essere patriota non è solo una parola, significa davvero qualcosa. Ho una moglie che adoro, ho tre bellissimi bambini ancora piccoli, che ovviamente vogliono avere un padre. Ho visto fin troppi dei miei amici e colleghi in Ucraina che mandavano via le loro mogli e famiglie e rimanevano dov’erano per difendere il Paese, e sentivo solo che non sarebbe stato giusto rimanere al sicuro nella mia casa a Budapest, dove risiedo da 8 anni, Quindi, una volta rientrati, ho deciso di tornare a Kiev. In realtà avevo fatto domanda per la difesa territoriale già il 12 febbraio e con ciò non sto dicendo che ero certo di ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Al contrario, ero sicuro che non sarebbe successo nulla, in realtà stavo facendo domanda solo per sottolineare - come hanno fatto anche molti altri - che numerosi ucraini sarebbero stati disposti a proteggere il loro paese se la Russia avesse invaso, sperando che questo potesse spingerla a riconsiderare i suoi piani.

Ho affrontato una conversazione davvero difficile con mia moglie, perché lei capiva il mio ragionamento ma non voleva accettarlo - e posso capirla a mia volta, perché è stata più una decisione emotiva che razionale per me. La parte più difficile è stata probabilmente dirlo a mio figlio più piccolo: mi ha chiesto dove stavo andando e io gli ho detto che sarei tornato subito. Avevo solo uno zaino con me.

Quando mi ritrovai ad attraversare il confine, nessuno sapeva fino a che punto fossero avanzate le truppe russe, né se si sarebbero recate anche in Transcarpazia per stabilirvi una roccaforte, quindi era come entrare nell'ignoto. Ero l'unico a viaggiare verso Kiev, e avanzando incrociavo centinaia di donne, bambini e macchine che cercavano di uscire dalla regione.

Devo dire che ho avuto una sensazione estremamente positiva in Slovacchia - dove ho attraversato il confine - perché c'erano molti volontari e sostenitori con coperte e tè caldo - c’erano 8 gradi sotto zero - che cercavano di aiutare e facilitare la situazione. Abbiamo ricevuto molto aiuto anche dai polacchi, e da tutti i Paesi europei in generale, per il quale sono estremamente grato perché non mi sarei mai aspettato di vedere un tale sostegno.

Ho attraversato l'Ucraina con un amico che stava andando a recuperare la sua famiglia. Abbiamo guidato insieme fino a Kiev, ci sono volute circa 12 ore per arrivarci, forse di più. All'inizio ero spaventato perché abbiamo incontrato il primo posto di blocco a soli 6 km dal confine in ingresso dell’Ucraina. Abbiamo pensato: "se ci sono posti di blocco qui, la situazione è piuttosto brutta", perché significava che il conflitto era arrivato fin lì.

Man mano che procedevamo, però, abbiamo capito che questi blocchi erano fatti da cittadini ucraini, persone di ogni estrazione, ciascuna disposta a difendere la propria terra, persino la propria strada. Questo ci ha fatto pensare che forse per i russi non sarebbe stato così semplice, dopo tutto, occupare il nostro Paese.

Quando siamo arrivati a Kiev abbiamo ricevuto le nostre armi, abbiamo iniziato un po' di addestramento e siamo stati messi nella struttura permanente dove siamo rimasti 8 o 9 settimane. Le prime sono state le più dure, perché l’adrenalina iniziava a vacillare e a lasciare spazio alla coscienza: vedi le esplosioni e i bombardamenti, e capisci che nessuno è al sicuro da nessuna parte - non importa dove ti trovi, la bomba può colpire ovunque, in qualsiasi momento. E questo fa davvero paura. Ma i nostri corpi sono fatti in modo incredibile: puoi abituarti a qualsiasi cosa. Affrontando un certo livello di stress per un certo periodo di tempo, alla lunga lo accumuli e ti ci abitui. E questa è una cosa buona e al contempo cattiva, perché ora quando torno a Kiev, le persone si comportano normalmente, come se non ci fosse una guerra. Cercano di vivere la loro vita, di lavorare e guadagnarsi da vivere. Sostengono l'esercito e stanno facendo tutto il possibile, ma quando cammini per le strade nessuno si nasconde più e ci sono meno persone con le pistole in giro. Quindi si perde il senso della paura, che significa anche perdere l’acume. Potresti sentire un allarme antiaereo ma pensi "non mi colpirà"; eppure può succedere.

Queste sono state alcune delle emozioni che ho vissuto. Il peggio è stato quando siamo andati a Hostomel, a Bucha e Irpin. Era la metà di marzo, il giorno dopo la ritirata dei russi, e abbiamo visto le atrocità e le disumanità che si sono lasciati alle spalle. Penso che quelle immagini rimarranno con me per tutta la vita. Le tragedie familiari e individuali che si sono verificate lì sono qualcosa che spero che nessuno dei paesi europei dovrà mai vivere: vedere una madre, nella stazione ferroviaria, che cerca la figlia da cui è stata separata durante l'evacuazione, senza sapere se ce l’abbia fatta. Oppure una coppia di genitori a cui è appena stato detto che il figlio e la nonna non sono sopravvissuti perché sono stati fucilati. Non c'è nulla che possa prepararti a questo genere di cose.

Partendo dalla speranza di un futuro di pace per tutti, quando arriverà quel giorno, ti vedi vignaiolo a tempo pieno?

Devo ammettere che sono un vero appassionato. Questo progetto è iniziato, in realtà, come un progetto imprenditoriale: con mia moglie abbiamo voluto costruire qualcosa da lasciare ai nostri figli. Già oggi mi piace che loro imparino le differenti uve da provare. Sono un tennista, ho giocato a tennis per tutta la vita, viaggiando e conducendo uno stile di vita da atleta, quindi credo che mi ci vorranno almeno 20 vendemmie per diventare esperto, e anche allora non so se sarò abbastanza qualificato per definirmi tale. Spero però che il percorso che sto creando per i miei bambini - ne ho tre, una figlia e due figli - porti uno di loro a diventare enologo, a studiare la terra e apportare qualcosa di nuovo al mondo del vino ucraino. Questo è sempre stato il mio obiettivo e il motivo per cui molte persone non hanno mai capito il perchè del mio progetto: abbiamo cercato di fornire un prodotto di qualità per il mercato interno e lo stiamo facendo con un margine molto basso. Nel momento in cui abbiamo presentato il nostro vino, il mercato ucraino era caratterizzato da due grandi categorie: una è quella del vino economico, quello compreso tra 3 e 5 euro, ma non si tratta di vini di alta qualità, sono vini per un gusto di massa. L'altra sono i vini da più di 20 euro: dotati di struttura e qualità, ma è difficile competere se con quei soldi puoi comprarti un vino spagnolo, un vino italiano, un vino francese, vini che hanno una qualità e una storia che noi non abbiamo ancora. Il nostro obiettivo quindi era di proporre un’etichetta intorno ai 10 euro, un segmento che nessuno in Ucraina aveva occupato in quel momento, allo scopo di creare vini di ottima qualità a un prezzo abbordabile.

Siamo fortunati nel senso che abbiamo un partner molto forte nel Wine Bureau, che è uno dei maggiori distributori di vino nel Paese, ed esporta molto vino in Europa: hanno il più grande portafoglio di vini di fascia alta in Ucraina, e ci hanno supportato nella distribuzione, condividendo il nostro stesso obiettivo e scegliendo vini che hanno il potenziale per crescere e diventare migliori negli anni a venire. Ci troviamo sulle prime alture dei Carpazi, a partire da 150 metri sul livello del mare, e i nostri appezzamenti hanno evoluzioni diverse, ma finora siamo stati costretti a vendemmiare in un’unica tranche tutte le viti. Questo sarà il nostro prossimo passo: stiamo pensando di acquistare altre due presse, così da averne tre che lavorano indipendentemente, permettendoci di controllare meglio il raccolto. Sfortunatamente, a causa della guerra, non sono sicuro che saremo in grado di farlo nel prossimo futuro.

Siamo già fortunati ad essere sopravvissuti fino ad ora e siamo grati per il supporto che abbiamo ricevuto, in particolare dal Giappone, che ha ordinato quasi un container pieno dei nostri vini.

Non riusciamo ancora a vedere la luce alla fine del tunnel, ma siamo concentrati sul portare a termine l’annata 2022, ovviamente se riusciremo a trovare le bottiglie necessarie, perché questo è un problema chiave. Il futuro è ancora da scrivere. Crediamo fermamente che l'Ucraina vincerà, è solo questione di tempo, e fino ad allora cercheremo di andare avanti, per produrre vini buoni, per trovare la tecnologia che ci darà maggiore margine e profondità, e per portare avanti il sogno di far conoscere vini ucraini di qualità. Adnkronos - Vendemmie

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