Da un giorno all'altro in coda per il pacco della Croce Rossa

Giulia Belardelli
·Giornalista, HuffPost
·7 minuto per la lettura
Croce Rossa (Photo: aol)
Croce Rossa (Photo: aol)

Sono quasi tutti italiani, hanno un’età compresa tra i trenta e gli ottant’anni, vengono dalle periferie della Capitale. Colle Prenestino, Ostia, Laurentino 38, Stazione Tiburtina, la strada. La vita per molti era complessa già prima della pandemia. Ora è muoversi al buio, scoprire cos’è la fame. Sono in fila davanti alla sede della Croce Rossa. Il giovedì alle 13 è giorno di consegna: pacchi alimentari e buoni spesa. Latte a lunga conservazione, marmellate, qualche scatoletta. In molti non avevano mai chiesto aiuti prima d’ora. Prima che Covid polverizzasse il lavoro, innescando una spirale di debiti e rinunce.

Anna ha 60 anni, vive a Colle Prenestino e ha due figli adolescenti. “Faccio la collaboratrice domestica, ovviamente in nero. Prima di marzo lavoravo per quattro famiglie. Nel periodo del lockdown non ho lavorato per niente, e lo capisco... le diffidenze, le paure. Dalla riapertura sono riuscita a rientrare in un’unica famiglia: le altre, alcune danneggiate a loro volta dalla crisi, hanno tagliato tutto ciò che non era essenziale, inclusa me. Non mi sono mai trovata nelle condizioni di dover chiedere aiuto. Prima non facevo lussi, però avevo a sufficienza per vivere dignitosamente. Ora sono qui, in fila per un pacco alimentare, dopo aver avuto aiuti da parenti e amici”.

Anna è diplomata, parla un italiano invidiabile. La sua priorità è far studiare i figli, pur tra mille sacrifici. “Per ricevere il buono libri, dovevi prima acquistarli tutti - una spesa di quasi 400 euro – per poi chiedere un rimborso massimo di 90. Ovviamente non avevo tutti quei soldi da anticipare, mi sono arrangiata con qualche libro usato. Come tutti gli adolescenti, anche i miei figli vorrebbero scarpe nuove, vestiti… ma hanno imparato ad accontentarsi con il minimo indispensabile. La vita è cambiata nei suoi aspetti più basilari: prima in tavola ogni tanto il pesce ci arrivava, ora non più. Quando faccio la spesa soppeso ogni centesimo, il cuore si stringe sempre di più”.

Dopo di lei in fila c’è Diego, 41 anni, romano de Roma, occhi da buono. Negli ultimi mesi vive per strada, un po’ dove capita, ma soprattutto a Tiburtina: “lì la sera, grazie all’intervento di due-tre parrocchie, un panino si rimedia sempre”. “Ad agosto mancava anche quello, così mi sono messo insieme ad altri ragazzi a dare una mano a chi stava peggio. Ora sto andando avanti grazie alla Croce Rossa, forse tra un paio di settimane avrò una sistemazione. Da quando la mia azienda mi ha licenziato, anni fa, ho fatto tanti lavori, tutti saltuari; ho provato ad aggiornarmi su internet, ho le patenti. Ora con questa pandemia l’idea di un lavoro vero mi sembra un miraggio”.

Cristiana ha fretta: deve scappare dal marito, ricoverato al San Camillo per un intervento chirurgico. Con i loro tre figli vivono a Laurentino 38. “La mia vita è peggiorata tantissimo col Covid, il fronte economico è un disastro. Faccio le pulizie, mi hanno messo in cassa integrazione ma i soldi non arrivavano mai e così siamo entrati in un circolo vizioso: bollette accumulate, affitti non pagati, mio marito che non lavora in regola… siamo andati in sofferenza. Uno dei miei figli lavora, ringraziando Dio, nel settore alimentare: è l’unico che non si è fermato. Ci ha dato una mano lui, cosa che mai avrei voluto. Oggi siamo qui, a chiedere un aiuto umanitario alla Croce Rossa. Ormai non si dorme più”.

Mentre parliamo continua il via vai di gente: un ragazzo in tuta - si mette in tasca il buono spesa e vola a prendere i gemelli a scuola. Una coppia si tiene sottobraccio, la prossima tappa sarà il Centro di igiene mentale, dove lei è in cura. Facce stanche o arrabbiate, o solo molto preoccupate.

Paola, volontaria della Croce Rossa di Roma da 6 anni, è stata testimone negli ultimi mesi di quella che l’Istat ha definito “un’ondata di povertà senza precedenti”: nel suo rapporto di luglio 2020, l’Istituto nazionale di statistica stima che la crisi legata al Covid abbia generato oltre un milione di “nuovi poveri”, persone che hanno bisogno di aiuto anche per mangiare. Nel 2019 vivevano in povertà assoluta 4,6 milioni di persone; altri 8,8 milioni erano nel limbo della povertà relativa. Sono loro a scivolare sempre più giù. “Appena è cominciato il lockdown abbiamo attivato su Roma un servizio di consegna a domicilio di spesa e farmaci, rivolto alle persone anziane e immunodepresse. Dopo appena una settimana abbiamo iniziato a ricevere richieste di pacchi alimentari in quantità nettamente superiori rispetto al solito. Prima del Covid i nostri Comitati locali davano un aiuto ad alcune famiglie in difficoltà, magari su segnalazione dei Servizi sociali, ma non c’era una vera emergenza alimentare a Roma. Era più un aiuto, un sostegno… Con l’arrivo del virus siamo stati sommersi dalle richieste”.

Alle vecchie povertà si sono unite nuove povertà da Covid, che continuano ad aumentare col passare dei mesi. Sono persone che ieri avevano un lavoro, per lo più in nero, oggi non ce l’hanno più, o sono state messe in cassa integrazione e non hanno mai visto un euro: è un esercito che continua ad aumentare, di settimana in settimana. “Sono preoccupata per l’onda d’urto: se ci saranno nuove chiusure, il problema si moltiplicherà”, prosegue Paola. “All’inizio di questa estate ho parlato con diverse persone che mi dicevano ‘Sai, ho ancora la macchina, se continua così me la vendo’… Ormai la macchina se la sono venduta, il piano B è andato”. Tra marzo e luglio, la CRI ha aiutato circa 200mila persone con aiuti alimentari e consegna di farmaci. “Qui cerchiamo di dare la nostra goccia nel mare. A Roma abbiamo distribuito circa 14mila buoni spesa, purtroppo anche questo strumento sta per finire”.

Rosa ha 81 anni e viene da Ostia, anche per lei è il primo giorno di ritiro alla Croce Rossa. “Personalmente sto col sedere per terra. Ho lavorato fino a un po’ di tempo fa, ora non posso più perché sono piena di reumatismi. Mio marito mi ha lasciato in mezzo a una strada tanto tempo fa, lasciandomi con cinque figli, di cui una è morta a trent’anni. Ho cresciuto io la sua bambina malata di Aids, mi chiamavano ‘Nonna Coraggio’. Sono stata accanto a lei fino all’ultimo mentre era ricoverata al Gemelli. Tutti mi promettevano aiuti, poi quando è morta si sono dimenticati di me”.

“In casa mia non lavora nessuno. Questo è mio figlio, uscito da poco dal carcere”, continua Rosa indicando l’uomo smilzo che le sta accanto, un centimetro di pelle scoperta tra il cappello e la mascherina chirurgica. Prima della pandemia qualche lavoretto si arrabattava, ora è il deserto. “Così l’altro giorno ho chiamato la Croce Rossa per chiedere un aiuto. I soldi per arrivare con il treno da Ostia me li ha dati una conoscente. La forza per andare avanti me la dà la mia famiglia, pur con tutte le difficoltà. 24, tra nipoti e pronipoti: è per loro che ho paura”.

Francesco è un bel ragazzo, ascolta il racconto di Rosa e ha voglia di parlare. “Come ho vissuto la prima ondata? Più di tanto non posso dire… sono uscito 20 giorni fa dal carcere, dopo esserci stato tanti anni. Se non altro sono nuovo a ‘sta pandemia. Non credo a niente, tanto meno allo Stato. Secondo me sono tutte bugie. Ho qui su Facebook un video dell’infettivologo virale dello Spallanzani: dice che non è niente sto virus. Se cercherò un lavoro? Certo, ci proverò… ma ormai so’ segnato, e poi guarda che schifo che c’è fuori”.

Anna lo guarda, scuotendo la testa. I suoi figli adolescenti sono a scuola, non sanno che lei è qui ad aspettare il pacco. Ha più paura del Covid o della crisi economica? “Della crisi economica, sicuramente. Temo molto una chiusura totale, sono terrorizzata. Non ho mai sottovalutato il virus, anzi. Credo sia necessario fare attenzione, seguire le direttive, adottare tutte le precauzioni. Ma spero anche che, rispetto alla prima ondata, il nostro sistema sanitario sia un po’ più preparato a gestire la situazione. Servono aiuti più mirati a chi è in difficoltà, o presto si morirà per povertà: la povertà quella vera, i fallimenti, le preoccupazioni che tolgono il sonno”. Anche lei, come Cristiana, non dorme più da un pezzo.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.